Magazine Giovedì 1 settembre 2016

Erri De Luca racconta il nuovo libro, La natura esposta

La natura esposta di Erri De Luca, in libreria da giovedì 1 settembre (Feltrinelli, 128 pagine, 13 Euro - Acquista su Ibs)

Magazine - Erri De Luca ritorna ad una lunga storia dopo la pausa dovuta alle vicende processuali e lo fa con un racconto teologico che, come scrive nella premessa, proviene da un ascolto.

Il protagonista è un ex minatore sulla sessantina, scalatore, scultore e restauratore. Per i villeggianti in estate, costruisce delle composizioni fatte di pietre e legno e, all’occasione, accompagna dei migranti tra le montagne oltre il confine di Stato.

Al tema principale, racchiuso nel titolo come la lettura delle pagine svela, si intrecciano gli argomenti cari allo scrittore: la fragilità e l’importanza dei rapporti umani dall’amore all’amicizia (si trova un passaggio sull'amico libraio Raimondo Di Maio), la montagna e le scalate, Napoli, città di corpi che si muovono a tempo di una danza, i migranti in transito, l’ebraico antico e i testi sacri.

La natura esposta racconta la storia, ricca di simboli e misteri, di un restauro di un crocefisso che ha valore di sacro. Il nuovo libro di Erri De Luca, come il crocefisso del racconto, che non va ammirato da lontano, ma toccato, cela la sua profondità nella superficie delle pagine.

Con La natura esposta ritorna al romanzo, una forma di scrittura liberata dal peso del processo...
«Ancora non ho imparato la differenza tra romanzo e racconto, perciò preferisco dire che scrivo storie. Il titolo di romanzo me lo ha assegnato in fascetta l'editore. Il processo durato due anni non mi ha impedito di scrivere Il più e il meno, pubblicato l'anno scorso raccoglie pagine narrative di quel periodo. Ma sono brevi, perché quella faccenda giudiziaria m'interrompeva spesso. Finita quella, mi è divenuta in mente una storia raccontata a voce da amici che nomino in apertura. Ho cominciato a metterla sul quaderno, scrivo a penna su foglio, e poi la storia ha preso il largo, indisturbata».

Scrive che il racconto proviene dall'ascolto di una storia di scultore: è stato di ispirazione anche per il particolare tema trattato?
«Lo scultore in bronzo Lois Anvidalfarei, nome ladino, si è trovato in circostanze professionali simili a quelle dello scultore del libro, ma il resto della storia è venuta da sé, contagiata dallo spostamento dei flussi migratori e dagli incontri e incroci che avvengono sulla superficie dei confini».

Racconta di un dettaglio, "il più commovente di tutte le immagini cristiane", con molta sensibilità e naturalezza: si aspetta, o ha pensato, a delle possibili polemiche?
«Mi occupo di scritture sacre da molto tempo, da non credente, e in tutte le mie numerose pubblicazioni sul sacro, dalle traduzioni dell'Ebraico Antico ai vari commenti, non mi è arrivata nessuna critica da parte di persone e organismi religiosi. Anzi sono spesso invitato a commentare passaggi di Scritture Sacre. Mi colpiscono alcuni dettagli che provo a ingrandire e a spiegare, per esempio nessun Vangelo dice che Giuseppe è vecchio e dunque si può immaginarlo giovane, innamorato e eroico nel difendere la sua Maria. Questa diversa immagine aiuta a comprendere meglio i loro avvenimenti. Qui il dettaglio sta nel fatto che le crocifissioni erano praticate su corpi nudi. Questo particolare, trascurato dalle raffigurazioni dopo il Concilio di Trento, mi ha commosso e avvicinato alla più celebre immagine cristiana».

Le intense sensazioni che prova lo scultore protagonista derivano dalla sua sola esperienza da scalatore a contatto con la roccia?
«Sono una persona che impara dal corpo, la mia esperienza, quello che so, proviene dai miei sensi, non da un pensiero astratto. Da questo mio limite ricevo, osservo, trasmetto informazione al cranio, che è il capolinea della conoscenza, quello che si incarica di trasformarla in parole. Non di sola roccia è fatta la mia esperienza fisica, avendo svolto per una ventina di anni mestieri manuali. Una frase di uno scrittore austriaco del 1900, von Hofmannstahl, mi suggerisce: La profondità va nascosta. dove? In superficie. In questa storia la superficie del marmo rivela a chi la tocca la sua profondità».

Nel suo libro definisce i profughi "viaggiatori di sfortuna". Può parlare del ruolo della sua fondazione sulla questione delle migrazioni?
«Una piccola fondazione e un piccolo osservatorio sul peggiore trasporto di vite umane di ogni tempo, sulla loro epica, sulla vanità dei muri, sulla fraternità. La fondazione vuole registrare questa nuova mescolanza di viaggiatori e di residenti. Il verbo che ci riguarda è raccogliere perché si tratta di una immensa semina».

I recenti fatti di cronaca in Europa, dal sgozzare un sacerdote, agli atti antisemiti e al crescente risentimento verso i musulmani, mostrano un forte disagio sociale. Pensando a tre personaggi del suo libro di diverse confessioni, un prete, un rabbino e un operaio algerino, sembra che la convivenza, e la vicinanza, sia più immediata. Qual è la sua idea di modello di integrazione ed di accoglienza?
«Avviene continuamente e fuori di cronaca l'incrocio attraverso la cucina, la musica, la danza, le festività. Siamo in deficit di nascite e di forza lavoro, siamo perciò assorbenti al piano terra della società, mentre i piani alti cercano di speculare sulle paure, sulle diffidenze, sui pregiudizi. Il dato di fatto è che questa convivenza è per noi una convenienza. L'Italia è un ponte in mezzo al Mediterraneo, tutta la nostra storia proviene da questa geografia. Non sarà mai possibile far calzare a questa geografia un preservativo di sbarramenti e fili spinati».

di Roberta Gregori

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