Magazine Mercoledì 2 aprile 2003

Dalla pantera alla macchina da scrivere

Giovedì 3 aprile, alle ore 18, presso il forum Fnac Antonella Viale presenta il libro Erba alta di Maurizio Matrone. Sarà presente l’autore.

Maurizio Matrone è famoso perché è un poliziotto che scrive romanzi. Con Erba alta (Frassinelli, 234 pagine, 14 euro) diventerà uno scrittore tout court, non una specie curiosità nel circo dell’editoria. Erba alta è un romanzo durissimo, ambientato a Bologna ai tempi della Uno bianca, un ricordo agghiacciante ancora ben vivo nella memoria collettiva. Matrone tira fuori gli scheletri dagli armadi e lo fa con uno stile personalissimo, scrivendo una storia a più voci, raccontata in prima persona da diversi protagonisti, così riesce a ricostruire un mondo assolutamente realistico, inquietante, molto violento, in cui gli eroi sono quasi invisibili. Sono gli unici eroi possibili oggi, a quanto pare, quelli che fanno il loro lavoro con correttezza, tenacia, coerenza.. Erba alta è ambientato ai tempi della Uno bianca, perché?
«Perché in quei tempi io ero un giovane agente della squadra volante della questura di Bologna. Perché in quei tempi ero nella stessa macchina di uno di loro. Perché io non lo avrei mai nemmeno immaginato e questo mi ha segnato moltissimo. Perché avevo necessità, voglia di raccontare quel periodo dall’interno, con gli occhi inquieti di un giovane poliziotto che guarda fuori dal finestrino della pantera. Volevo che non si dimenticasse, volevo non dimenticarlo io».

Nei tuoi libri gli eroi sono proprio pochi, i cattivi -anche e soprattutto nelle forze dell'ordine- invece sono tanti, perché?
«Guarda, io credo poco agli eroi con le medaglie. Preferisco gli eroi del quotidiano, quelli che si sforzano di vivere al meglio, un po' come i miei personaggi. I cattivi, poi, sono tanti un po' dappertutto. Anch'io lo sono un po'. Non te ne sei accorta?»

Ah sì, il prototipo dello sbirro. A proposito, quanti nemici ti sei fatto nel tuo ambiente di lavoro a forza di rivangare brutte storie?
«A volte tirare fuori la merda fa male, è vero, ma starci dentro secondo me è peggio. Io non ci ho mai creduto che i panni sporchi bisogna lavarseli in casa. Non pretendo però che tutti la pensino come me».

Il tuo è un libro duro, molta violenza e il sesso è abbastanza sgradevole. Ma tu, la vita, come la vedi? C'è spazio per un po' di serenità e pace? Dove? Come?
«Sì, è duro, è sgradevole, è pieno di parolacce, di violenza, ma c'è anche tanto amore e tanta amicizia. Quando ci sono delle persone che amano che provano amicizia, c'è anche tanta speranza, anche se non sembra, almeno per me».

Anche la struttura del tuo romanzo è tutt'altro che ortodossa. Dev'essere stato un lavoraccio metterti nei panni della poliziotta, dei criminali della Uno bianca, dell'agente che fa il suo lavoro senza guardare in faccia nessuno... perché hai scelto di scrivere così?
«È vero, è stato difficilissimo mettersi ogni volta nei panni di tutti e poi uscirne fuori senza starci troppo male. Però volevo dare voce e corpo a un mondo poco conosciuto che fatica a farsi conoscere. Perché non raccontare il dark side? Presentare alcuni lati oscuri di questa professione non significa però, per me, perdere o far perdere la fiducia nell'istituzione, ma mettere in luce la parte più umana, più autentica. La non conoscenza verso un ambiente facilita lo scontro, la chiusura, la diffidenza. Io preferisco conoscere e incontrare».

Che cosa ami del tuo lavoro sulle volanti? E di quello di scrittore?
«Un punto di vista privilegiato, la possibilità di poter "entrare" nelle case di tutti, di vederne di tutti i colori, un qualcosa che mi fa sentire paradossalmente più cinico, ma anche più tollerante. Tutte cose che mi piace raccontare come scrittore».

Quando trovi il tempo per scrivere?
«Di notte, quando non lavoro».

Stai scrivendo qualcosa di nuovo?
«La storia di un giovane zingaro».
di Antonella Viale

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