Concerti Magazine Giovedì 27 marzo 2003

Il sorriso di Ivano

Hai voglia a dire “ma l’acustica è migliore in quarta fila…, ma non vedi le dita del pianista…”: se si è in prima fila (centrale) si può leggere negli occhi, in ogni rughina, in ogni movimento, si può entrare nel corpo e nell’anima dell’artista.
E se il personaggio in questione è -in concerto al Carlo Felice mercoledì 26 marzo- il tutto diventa straordinario.
Lo aspettavamo dal 2000, tour teatrale (il 14 aprile, sempre nel tempio della musica ligure) e all’aperto (campo sportivo di Varazze il 25 agosto). A dire il vero, in mezzo c’è stato il festeggiamento del suo 50° compleanno.
Organizzato in grande stile, sempre al Carlo Felice, dai Buonavoglia il 2 febbraio 2002, con un ritardo determinato dal dramma dell’11 settembre, e un “parterre de roi” ad accoglierlo, da Dori Ghezzi ad Antonio Ricci, da Gad Lerner a Fabio Fazio, e un finale alla grandissima, con un impareggiabile e imprevisto “solo” - pianoforte e voce.
Dopo la pubblicazione di un disco “senza canzoni”, intitolato coerentemente Not one word, una prova di grande musica in bilico tra jazz, classica e popolare, lo scorso febbraio esce Lampo Viaggiatore, cui segue ora il tour.
Teatro stracolmo, i posti in piedi venduti un quarto d’ora prima dell’inizio. Fortunatamente pochi vip in evidenza, presenze importanti e riservate: Luvi De Andrè, il nuovo sovrintendente Gennaro Di Benedetto.

Ivano è sereno, rilassato, non si nasconde più dietro al pianoforte, a volte vera e propria “coperta di Linus”. E sorride, sorride spesso, aperto, schietto, contento.
Superate certe forti emozioni del passato, fors’anche dubbi, ha raggiunto la maturità espressiva. Dimostra anche la sua capacità di essere autoironico, specie quando presenta due canzoni d’amore dal finale diverso: “l’antica” La Madonna nera (“ma si può scrivere una canzone così…”) e la nuova e tenerissima Il bacio sulla bocca (“una canzone d’amore con lieto fine, una novità assoluta…”) e in entrambi i casi vien giù il teatro.

Lo suona sempre, il suo strumento, Ivano, e con la consueta maestria e grande intensità, ma lo lascia spesso a Pietro Cantarelli (ottima prova, anche nella nuova veste di direttore musicale) e si muove per il palco. Si vede che ora gli piace cantare e soprattutto interpretare peculiarmente ogni singolo brano. Canta molto e parla poco.
Forse qualcuno si sarebbe aspettato qualche commento sulla difficile situazione internazionale. Sarebbe troppo scontato, per l’artista vero parlano i suoi testi, la maniera di porgerli al suo pubblico.
La scaletta presenta naturalmente parecchie canzoni dall’ultimo album, ma pesca anche molto nel passato (soprattutto da Discanto, 1990 e da Lindbergh, 1992). Tuttavia, i due tempi sono aperti da classici standard jazz - il primo da The song is You di Jerome Kern, il secondo da Line for lion di Jerry Mulligan.

Il gruppo che lo accompagna è sempre all’altezza e ben equilibrato (accanto a Fabrizio Barale, chitarre e al figlio Claudio, batteria, gli ottimi Riccardo Galardini, chitarre, Mirko Guerrini, fiati e Franco Testa, basso).

Le canzoni scivolano con una rinnovata semplicità, il suono è lieve, magico, arioso e, nel contempo, compatto. C’è meno voglia di ricercatezze a tutti i costi, è ridotto lo spazio per assolo strumentali ad interrompere il fluire dei pezzi. Il pubblico approva e si fa trasportare nel consueto viaggio spazio-temporale di Fossati, e lo applaude convinto.
Così Pane e coraggio, Mio fratello che guardi il mondo e Sigonella (a conclusione, dopo due serie di bis e due ore e un quarto di concerto) ripropongono criticamente i temi sociali e politici d’attualità. E si porta gli spettatori in volo tra Genova (un angolino per una citazione qua e là c’è sempre nei suoi testi) e il mondo -Una notte in Italia, Italiani d’Argentina e Lindbergh (con un’interpretazione da brividi).

È la conferma live di una svolta già annunciata da Lampo viaggiatore, le cui canzoni (parole e musica) vanno dirette al cuore. Struggente l’interpretazione di C’è tempo, divertita e ironica quella dell’hit La bottega di filosofia, scritta partendo da Un mondo in mi7.
Si sente che sono nate guardando più “ai juke box sulle spiagge d’estate… che al ponderoso concetto della canzone d’autore”.

Alla fine il pubblico si accalca sotto il palco, non si accontenta dei due rientri in scena e dei cinque bis, lo chiama a gran voce, lo rivuole, lì davanti, per un ultimo abbraccio.
Eccolo Ivano propheta in patria, torna da solo a prendersi tutto l’affetto dei genovesi, ringrazia, stringe decine di mani.
Allora gli grido “sei tu Genova nel mondo”. E questa volta penso di aver proprio ragione.
Ivano inclina appena il capo e sorride.

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Oggi al cinema

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