Magazine Giovedì 27 marzo 2003

Per non dimenticare Kabul

Mi chiamo Ahmad, come Ahmad Shah Massud. Il comandante delle Alleanze del Nord, ucciso l’anno passato. Ma qui è un nome molto comune. Abito in questa pietraia, un po’ fuori Kabul. La mia casa è stata distrutta dalle bombe. Centrata in pieno. Non è che fosse una gran casa. Per voi sarebbe solo una capanna. Un tugurio. Per me era una casa. Perché dentro c’era il forno di pietra per cucinare il pane. L’angolo dove mia madre mi teneva stretto al suo burka. Fuori, una prigione, lì, avvolgente come un abbraccio.

In casa si scopriva un po’. Toglieva la grata che le copriva gli occhi. Non ho ho mai capito perché debba coprire gli occhi. Sono così belli. Negli occhi ci vedo la dolcezza di quando mi guarda. La passione di quando guarda mio padre. O la sua timidezza. Le sue lacrime. Sono lo specchio delle nostre delusione. Dei nostri dolori. Per questo deve nascondere gli occhi dietro una grata.

La nostra casa è stata buttata giù dalle bombe. Quelle intelligenti. Quelle a grappolo che se non centrano la casa e non scoppiano arrivando a terra, si disseminano nei prati. Tra le sterpaglie e i sassi. E scoppiano quando meno te l’aspetti. Come le mine. Il paese ne è pieno. Migliaia di mine. Le hanno messe i sovietici. Prima di partire. Perchè prima dei talebani, ci sono stati i sovietici. Prima ancora gli inglesi. E ancora prima, tutti gli altri. Che sono passati qui. E si sono fermati.

Io non ero ancora nato, neanche mia madre e neanche mio nonno. Prima e ancora prima c’è stato qualcuno qui. Tra queste pietraie. Che un tempo erano terre lussureggianti. Tra questi monti aspri. Per questo non so quali siano gli amici e quali i nemici. Il mio paese è una schacchiera. Noi le pedine. Confini fragili. Instabili.

Le mine che ci hanno lasciato hanno forme gentili. Colorate. Come giocattoli. I miei amici ci hanno perso le gambe o le mani. Ora girano con moncherini o hanno gambe di plastica. I più fortunati. Qualcuno è morto. Anzi tanti sono morti. Noi siamo sempre in guerra. Non sono le bombe a farci paura. Facevamo volare gli aquiloni sulle sterpaglie. Sino ai campi dove un tempo si produceva miele. Il miele più buono del mondo. Che ha lasciato posto al papavero. Il papavero più buono del mondo. Insieme alle armi. Non ci sono confini per le armi e il papavero. Come per le bombe.

Ho visto la tv in un negozio di Kabul. Ho visto le torri gemelle cadere. Sono più alte della torre del minareto. Molto molto più alte. Cento volte più alte. Ho visto come sono cadute. Centrate dagli aerei. Ho visto come sono cadute. Come la mia casa. Centrata dalle bombe. Tutte le nostre case. E prima delle nostre quelle dei nostri genitori. Dei nostri avi. Che per voi non sono case. Ma capanne. Tuguri. E lì, quella voragine che chiamano ground zero, dove prima c’erano le torri, assomiglia alle nostre pietraie polverose. Dove prima c’erano le nostre case.

Tremila morti, dicono, là, sotto le torri. E molte delle vostre certezze occidentali. Quelle torri alte cento volte più del minareto. A New York.Un posto che non so neanche dove sia. Tremila morti. E li hanno chiamati tutti. Uno ad uno. Muriel, John, Maria, Santos, Abduhl, Singh, Antonia, David, Joseph..... tremila nomi.

Gente sconosciuta. Che ora tutti ricordano perché è sepolta là. Qui 14 mila (o 19 mila? che importanza può avere?), dicono, nessuno saprà mai il loro nome. Sono nomi tutti uguali. Come Ahmad. Comuni nel nostro paese. Troppo difficili da pronunciare. Io ho perso la casa. Mentre la casa accanto è rimasta intatta. Ma ha perso i suoi abitanti. Sono spariti. Frantumati dalle bombe. Inghiottiti nelle pietraie di Kabul. Come quelli delle torri gemelle. Facevamo volare gli aquiloni a Kabul. Come a New York. A Bagdad. A Gerusalemme. A Tel Aviv. Ma ora, che abbiamo perso il sorriso, chi sa rispondere ai nostri sguardi muti? Si batteranno il petto, nella preghiera dell’addio. E gli altri veranno seppelliti prima di sera. Senza bara, perchè l’anima raggiunga il cielo. Senza ostacoli. Quanti ancora? Per quanto ancora?

Hanno spezzato il filo dei nostri aquiloni. E la guerra ha lo stesso odore di sempre, quello dolciastro della morte.

Dà la nausea.

Ivana
di Donald Datti

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