Magazine Mercoledì 6 luglio 2016

Elena Stancanelli vincerà il Premio Strega?

Donna
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Magazine - La femmina nuda di Elena Stancanelli doveva essere il primo libro edito da La nave di Teseo, la nuova casa editrice di Elisabetta Sgarbi, poi la morte di Umberto Eco ha scompigliato i programmi, dando la precedenza al volume del professore alessandrino.

Ho letto il romanzo della Stancanelli per curiosità, prima che entrasse nella cinquina finale del Premio Strega. È interessante ma, lo dico subito, mi lascia qualche dubbio (da lettore e non da critico letterario, che non sono).

Cosa succede quando finisce una storia d’amore?

Raramente si muore, è difficile, troppo teatrale e ormai abbastanza demodé. La reazione giusta dovrebbe essere una onesta elaborazione del lutto che ci aiuti a prendere un’altra volta la vita nelle nostre mani e a ripartire, spesso invece si rischia, mentre ci si perde nella contemplazione delle macerie di ciò che è stato e sembrava dovesse durare per sempre, di diventare una persona danneggiata.

Anna, una donna moderna e libera che ha superato i quaranta anni ed è affermata professionalmente, scopre, nel modo più banale, che la sua storia d’amore con Davide, dopo cinque anni, sta finendo. Il fidanzato, dopo una telefonata, dimentica di chiudere la linea e inizia a parlare con un amico delle sue avventure sessuali. Sarà la crisi di mezza età, che fa fare sciocchezze a chi non accetta lo scorrere del tempo, o forse è l’incapacità di crescere, un’immaturità ormai irrecuperabile: Davide fa sesso con tutte le donne che gli capita. Il nuovo amore è però Cane, una giovane chiamata con questo nomignolo perché, dimostrando poca fantasia, ha dato questo nome al proprio cane.

In realtà, il rapporto tra i due è logoro già da tempo: …eravamo entrati nella fase in cui è cruciale limitare gli scontri. Lui era aggressivo, io ero noiosa, bastava una parola, una frase e si accendeva la rissa. Avevo malumori colossali per faccende minuscole, contro i quali lui reagiva gridando e sbattendo la porta, gli sportelli, le bottiglie sul tavolo. Nessuno dei due però sa o vuole prendere l’iniziativa di rompere: è un tiramolla di distacchi e ritorni.

Di fronte alla fine di questo amore, nonostante sia un amore in declino, di questa convivenza strana e innaturale portata avanti con la consapevolezza delle poche affinità che li uniscono e della diversità dei progetti di vita, Anna reagisce nel peggiore dei modi. Implode, si sfarina e sprofonda nel pozzo senza fondo della disperazione, crolla dentro al vuoto che l’abbandono le crea nell’anima. Anna vivrà un anno intero prigioniera di quello che lei stessa chiama il regno dell’idiozia. Un anno in preda all’ossessione di Davide, della nuova amante, torturata dall’assenza di lui e dalle fantasie su Davide e Cane insieme (alzi la mano chi non ha mai fatto il tremendo gioco masochista di immaginare il proprio ex o la propria ex con l’altro, chiedendosi ora cosa faranno?). Anna si annulla, si umilia con voluttà, perde ogni stima di sé, arriva al limite dell’autodistruzione e si trasforma, non si capisce quanto consapevolmente, in una stalker.

La donna si colpevolizza per la fine della relazione, per non essere stata capace di farsi amare e desiderare da Davide.

Anna segue di nascosto Davide, lo controlla ossessionata dal desiderio di vedere com’è la donna che l’ha sostituita, vuole scoprire perché l’uomo ama da impazzire Cane e non lei. Cosa ha in più e di meglio?

Potenza e dramma dell’amore ai tempi di internet, Anna conosce la password del cellulare e del profilo facebook di Davide – che non si cura di difendere la sua privacy digitale – e legge i messaggi, sessualmente espliciti, che scambia con Cane. Scopre le foto del sesso depilato che la ragazza manda all’uomo e si incanta nella contemplazione: La fica di Cane aveva qualcosa di regale. Sembrava che qualcuno ci si fosse dedicato con talento e abnegazione. Era netta ed elegante più di qualunque fica avessi mai visto. Non ne avevo viste molte, ma quella di Cane a mio parere poteva competere con le fiche delle pornostar.

Per farsi ancora più male segue gli spostamenti di Davide con il geolocalizzatore del iPhone, il puntino blu che si muove sul visore del suo cellulare è consolazione e insieme rabbia e dolore, è un modo per mantenere un contatto con l’ex ma le fa anche capire quando l’uomo è con la sua nuova compagna e quando il puntino blu resta fermo per tutta la notte nel quartiere dove vive Cane la sofferenza si fa insopportabile e la schianta.

Quella di Anna è un’immersione irreversibile nelle sabbie mobili del dolore più acre, è annegare nel maelstrom dell’insensatezza. Anoressia – si nutre per mesi solo di cracker e succhi di frutta -, ubriachezza e dipendenza da psicofarmaci sono fasi automatiche del regno dell’idiozia in cui Anna ha scelto di vivere, nemmeno la magrezza estrema o restare semisvenuta per un giorno intero sdraiata nel proprio vomito riescono a scuoterla.

L’unica boa di salvataggio è l’amica Valentina, che la supporta sempre senza giudicarla, senza darle consigli, che l’aiuta anche con la presenza muta e che non l'abbandona nemmeno nei momenti più asociali e autodistruttivi. Avere vicino una persona che ti guarda in silenzio mentre piangi, senza tentare di forzarti a smettere, è comunque consolante.

A questo punto devo mettere i piedi nel piatto e ammettere che La femmina nuda di Elena Stancanelli, pur raccontando una storia interessante, mi lascia perplesso e non riesce ad entusiasmarmi.

Trovo, come ho appena detto, la storia intrigante e ricca di stimoli ma troppo forzata, le azioni di Anna sono sempre troppo estremizzate, troppo sopra le righe, suonano stonate in una donna matura e emancipata. Non è un’adolescente inesperta della vita, timida e insicura.

Mi piacciono molto invece alcuni momenti che segnano, a mio modo di vedere, dei punti di svolta nella vicenda. La lunga giornata trascorsa sdraiata nel suo vomito è, pur ricordando l’inizio di un romanzo di Kenzaburō Ōe, la rappresentazione del punto di non ritorno dopo il quale bisogna che inizi una reazione positiva. Anna che vede riflessa dallo specchio la sua estrema magrezza e non si riconosce, quasi fosse un’altra persona che sta nascendo da quella che, un tempo, era lei. La crisi di panico, quando il documento d’identità le si spezza in due parti, è emblematica (è la consapevolezza del suo essere spezzata?).

Il romanzo è in forma di lettera scritta all’amica Valentina dopo l’uscita dal regno dell’idiozia ed è un lungo flusso di coscienza, una tecnica di scrittura interessante ma che talvolta rischia di diventare, alla lunga, stancante. Anche indulgere nell’uso di parole crude come fica, scopare o pippare (cocaina) e nella descrizione di veloci e distaccate fellatio non stupisce più, né scandalizza; poteva succedere ai tempi di Rocco e Antonia e dei loro Porci con le ali (1976) o del Boccalone di Enrico Palandri (1979), ma ormai è roba innocua.

Perché, poi, inserire nel romanzo i due stereotipi, quasi leggende metropolitane, degli uomini che pensano al sesso come a qualcosa di faticoso e imbarazzante. Bello da aver fatto ma snervante da fare e delle donne che danno baci bellissimi, e hanno mani piccole che sanno cosa fare?

di Giancarlo Mangini

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