Not in our name - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 26 marzo 2003

Not in our name

Magazine - La guerra è scoppiata. La televisione mostra al mondo immagini di sangue, paura e vera disperazione.
Cammini per la strada e ti rendi conto che davvero l'uomo non cambierà mai. Purtroppo.
Poi alzi gli occhi e vedi quelle bandiere dai mille colori appese alle finestre, ai negozi, ovunque.
Allora, pensi, c'è ancora gente che non si arrende, che spera ancora in un futuro migliore.

«La guerra non è sbagliata in questo caso, ma in ogni caso» dice Claudio, «Calpesta infatti i diritti umani e rappresenta per questo un modo di agire barbaro e inaccettabile nella società in cui viviamo.
Non c'è rispetto nemmeno in certe manifestazioni popolari che vedono sfilare persone ignare della gravità di ciò che sta accadendo e che partecipano al corteo solo per saltare un giorno di scuola. Purtroppo accade anche questo», aggiunge Claudio, che assolutamente non sopporta il "falso pacifismo".

«Personalmente mi schiero contro Bush, ma non contro l'America - interviene Alberto, - L'Italia deve molto agli Stati Uniti, che hanno liberato il nostro paese dall'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.
Quella attuale è una guerra non legittima: Saddam è un dittatore come purtroppo ce ne sono molti altri e l'America ha dato inizio alle ostilità senza essere stata attaccata».
Alberto commenta poi la posizione del governo italiano nell'ambito di questa guerra: «Assolutamente ambigua: Berlusconi avrebbe dovuto essere più coerente nello schierarsi».

Davide, ventiquattrenne universitario, non ha dubbi: «Sono contrario a questa guerra, come lo sono a qualsiasi altro tipo di violenza. Purtroppo schierarsi contro la guerra sta diventando una moda: le bandiere della pace rappresentano per molti uno status simbol: trovo questo vergognoso.
Via libera invece alle manifestazioni, ma solo se spontanee e davvero sentite».

Anche Gabriella è contraria alla guerra: «Non si può rispondere alla violenza con altra violenza. Non so se Saddam possieda davvero quelle armi che, a detta degli americani, hanno scatenato la guerra, ma non è stato considerato nessun altro canale di comunicazone che credo avrebbe risolto le cose in modo più civile» e continua «Mi ha colpito molto il fatto che a Baghdad la vita stia andando avanti nonostante tutto: le macchine per strada, i bambini che vanno a scuola e il mercato aperto».
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