Teatro Magazine Martedì 22 novembre 2016

Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano

Elvira Frosini e Daniele Timpano

Acqua di colonia da giovedì 24 novembre è in cartellone al Teatro della Tosse di Genova.

Vi riproponiamo l'intervista a Elvira Frosini e Daniele Timpano realizzata nell'estate 2016.

Magazine - Dopo due anni di lavoro ci siamo: la nuova produzione sul colonialismo italiano è quasi pronta. Elvira Frosini e Daniele Timpano sono già arrivati a Torino per il Festival delle Colline Torinesi dove mercoledì 15 giugno 2016, vanno in scena con la «mise en espace di Zibaldino africano, prima parte di Acqua di colonia», spiega Timpano.

A che punto siamo? «Alla primissima apertura al pubblico, presentiamo la prima parte di
un lavoro diviso in due. Non ci sono costumi. Non ci sono ancora le luci, insomma è una versione unplugged». Nel solito modo concitato lui e più composto lei, Frosini e Timpano descrivono aspetti e tappe di questo lavoro che si perfezionerà durante l'estate per debuttare ufficialmente a novembre al Roma Europa Festival e poi trasferirsi al Teatro della Tosse di Genova.

«La divisione in due parti - prosegue Timpano - non è casuale: come fossero due atti/sezioni - senza intervallo. La prima è una specie di abbozzo a matita dello spettacolo. Nella seconda, alcuni di questi schizzi a matita prendono corpo. Si parte da una specie di brain-storming tra due persone comuni, un uomo e una donna, italocentrate, che siamo in parte anche noi autori, mentre si pongono domande sul cosa si sa e cosa no, sul quando del colonialismo italiano. Si discute di miti, veri e falsi, pregiudizi. I due, un po' chiacchierano tra loro, un po' con il pubblico e un poi ipotizzano una bozza di spettacolo, ovvero quanto andrà in scena nella seconda parte - rispettando in parte e, in parte, disattendendo questa conversazione».

Dopo Torino, il lavoro prosegue con una residenza al Teatro della Tosse, poi al Festival Inequilibrio (Armunia) di Castiglioncello (LI) con la versione compiuta di questa prima parte, quindi in agosto con una tappa a Gibellina, fino al debutto a novembre a Roma e subito dopo le repliche alla Tosse.

Da quale punto di vista si guarda a questo stralcio di storia che è stato il colonialismo italiano? Spesso associato al ventennio fascista e liquidato nei libri di storia piuttosto rapidamente, nella lettura di Frosini e Timpano ci viene riproposto con un salto indietro nei suoi primi 40anni, quelli di fine ottocento spesso dimenticati. E lo sguardo da quale centro parte?

«Abbiamo lavorato su tutto l'immaginario della parte degli italiani bianchi - chiarisce Elvira Frosini - non parliamo dell'altra parte, né dei migranti di oggi. Questo immaginario ci porta però anche di fronte all'attuale migrazione, perché il nostro sistema di pensiero è ancora molto fondato su quello stesso sguardo di allora. Come se ci fosse rimasto attaccato addosso - di certo più di quanto ne siamo consapevoli. Siamo tutti infarciti di questo pensiero anche perché la storia colonialista è quasi del tutto ignorata a scuola». Tra i credits spicca anche la consulenza della scrittrice e giornalista di origine somala Igiaba Scego (Internazionale, Il manifesto) che offre un altro tipo di sguardo sulla questione: «Quello di Scego è uno sguardo misto, perchè lei è romana, e con lei ci siamo voluti confrontare mentre studiavamo i vari testi su colonialismo e post colonialismo italiano. Il confronto con lei è stato utilissimo, poi però abbiamo scelto un punto di vista preciso tutto nostro».

Come sempre c'è un intento anche sociale rispetto alla produzione, divulgativo, educativo, per smuovere le coscienze e il dibattito. «Domani ci sarà anche un incontro sul tema, perché lo spettacolo sia anche un'occasione per aprire un po' il dibattito e affrontare la questione. E lo faremo anche per le prossime date». A proposito della componente storiografica e più didascalica: «Abbiamo scelto - aggiunge Frosini - soprattutto nella seconda parte, di dare informazioni storiche, quelle di base, senza trasformare lo spettacolo in una conferenza. In questa parte diventiamo personaggi in carne e ossa grazie ai quali prendono vita alcuni episodi».

Il fluire di parole viene frenato, Frosini e Timpano vogliono lasciare che sia lo spettacolo a raccontarsi e allora divaghiamo sulla loro esperienza di studio e ricerca, su impressioni a caldo di un materiale vasto, in parte consegnato all'oblio e in parte calcificato.

«Lo spettacolo è più cose insieme: un percorso attraverso un rimosso, quindi con la necessità di restituire fatti storici, completamente assenti dalla nostra memoria al di là della conquista dell'Etiopia e faccetta nera. Si va dunque un po' a ritroso, dal fascismo di cui tutti più o meno trattengono tracce di informaizoni per tenere un'ambizione didattica minima: distaccarsi da questa unica memoria. Non si tratta infatti di un'esperienza liquidabile con 4 crimini di guerra del fascismo, è un percorso che fa parte di un contesto più grande, che è già un po' incardinato nella mentalità piemontese dell'unità d'Italia di annettersi territori degli altri, reprimendo ogni forma di ribellione con la forza».

Dal vostro percorso è emersa un'identità di questa nostra brama espansionistica, politico-territoriale? «Il colonialismo italiano, essendo breve, ha accentuato molti dei difetti altrui, per esempio la repressione militare. In genere la componente militaresca domina rispetto a quella civile, anche se da subito si sono avute ambizioni demografiche, del tipo Mandiamo i nostri lavoratori nelle nuove terre. Lo diceva Pascoli. Lo diceva il socialista-marxista Antonio Labriola che esortava all'occupazione di Tripoli. Italo Balbo organizzò un contingente di coloni italiano in Libia, portò ingegneri e architetti, ma anche civili, poi cacciati da Gheddafi. Lo Stato ha poi reso molto burocratiche le sue politiche espansionistiche, per cui erano moltissimi quelli che migravano per fare carriera o avere stipendi più alti. Mi ha stupito, per esempio, che l'impero coloniale inglese sia stato gestito da pochissimi in rapporto al numero di nostri funzionari alla guida delle imprese coloniali italiane».

Eppure si è anche diffuso il luogo comune per cui in Somalia e Eritrea molti parlavano correttamente l'italiano ed eravamo ben accolti. «In realtà ci sono - riprende Timpano - percezioni discordanti. Leggendo varie cose si ha la sensazione che come Italiani, fino a un certo punto, abbiamo dell'abitante africano una visione stereotipata. Lo stesso Pasolini negli appunti per la sua Orestiade africana, intervistando studenti africani di origini diverse per capire dove ambientare l'Orestiade, ne parlava come di posti con caratteristiche tipizzate, salvo poi sentirsi dire da uno studente: Ma io non l'ho mai vista tutta l'Africa. Oppure qualcun altro interrogarlo sulle sue motivazioni, non capiva infatti perché si dovesse ambientare un testo della cultura occidentale in Africa. D'altra parte è verissimo che, in Somalia fino agli anni Settanta, erano in molti a conoscere l'italiano, a studiare Dante e Pascoli. Nel romanzo Il latte è buono, lo scrittore Garane Garane, racconta di un somalo che sente come provinciale la sua vita in Somalia, poi quando arriva in Italia da immigrato privilegiato che arriva in aereo, il suo atterraggio a Roma coincide con una forte delusione: in aeroporto lo trattano come un nero qualunque, e lui dice: Ma come non mi riconoscete? Sono italiano, conosco Dante».

Chiudiamo tornando al titolo metaforico e polisemico Acqua di colonia: «Un gioco di parole che evoca anche un gesto piratesco. Che racconta che oggi profumiamo e non puzziamo più dei nostri misfatti. E anche di quel Mediterraneo che è acqua che unisce e divide, che è vasta area di tragedie quotidiane. A lungo il blu del mare e il giallo del sole sono state le immagini che tenevamo in mente, accanto a quella di una boccetta di profumo a forma di donna nera, quella della locandina».

A breve, il lavoro entrerà nella sua fase due al Teatro della Tosse, tra il 20 e il 30 giugno: «Nella residenza alla Tosse finiremo di montare lo spettacolo per intero e decideremo luci e costumi. Ovviamente ne abbiamo già discusso e abbiamo già fatto alcune prove, ma in questa fase andremo al di là della teoria, provando colori e realizzazioni di oggetti e vestiti».

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