Magazine Mercoledì 19 marzo 2003

Pasolini secondo La Porta

Magazine - Filippo La Porta è diventato famoso con un libro pubblicato nel ’95 da Bollati Boringhieri e aggiornato nel ’99 sulla nuova narrativa italiana. Cioè il primo vero, esauriente, colto, megabignamino sugli scrittori emersi negli ultimi anni e, naturalmente, sui genitori ideali e non. La Porta collabora con numerose testate – l’Unità, il Manifesto, Il Messaggero, Musica di Repubblica- e ha scritto parecchi libri. Il penultimo lo presenteremo insieme giovedì 20 alla FNAC di Via XX Settembre alle 18; il titolo è Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà, ed. Le Lettere. L’ultimo è un intervento in un volume collettivo –Patrie impure- che uscirà presto da Rizzoli.

Per cominciare la chiacchierata: è un mestiere ingrato, quello del critico letterario, oppure è davvero una specie di "posto al sole" nel mondo della letteratura?
Qualcuno dice enfaticamente un po’ monaco e un po’ guerriero, ovvero intrepido, mentalmente libero -potenzialmente l’intellettuale più libero di tutti!- solitario, impegnato in un rapporto diretto, quasi mistico con i testi…, ma anche costretto quotidianamente a racimolare collaborazioni, a chiamare le redazioni di quotidiani e periodici -e ad aspettare ansiosamente telefonate- a chiedere, a contrattare. Dunque a volte il monaco diventa un accorto politico di se stesso e il guerriero un povero, inerme vassallo. Spero che non sia il mio caso.

Tu come ci sei arrivato?
Per caso, Goffredo Fofi nei primi anni ’80 mi propose di scrivere su Linea d’ombra a proposito di giovani scrittori miei coetanei… Avevo interessi più di tipo politico, sociale o anche filosofico-esistenziale e di critica della cultura. Tutto sommato i miei “classici” letterari -i russi, per es.- li ho letti relativamente tardi, verso i 25 anni. A 15 anni leggevo Camus e una sterminata saggistica di ispirazione anarchico-marxista, della quale oggi butterei a mare l’80 %.

E quali sono i tuoi privilegi da invidiare? conoscere personalmente gli scrittori è un privilegio?
No, quasi sempre gli scrittori italiani contemporanei sono deludenti sul piano umano e intellettuale… Muccino li descrive meglio di chiunque altro. Privilegi? ammesso che questo sia un privilegio, nei cocktail-party il critico non resta quasi mai solo in un angolo, ti cercano e ti blandiscono. O se preferite: il fidanzato di mia figlia portava all’esame universitario un mio libro e per un attimo - irripetibile- sono divenuto per lui straordinariamente autorevole.

E il luogo comune secondo il quale il critico è colui che sa un sacco di cose ma, forse proprio per questo, non riuscirà mai a scrivere un buon romanzo o girare un buon film? Cioè è un invidioso di successo, quindi invidiato?
No, invidio soprattutto alcuni grandi, luminosi saggisti e credo ad esempio che la prosa di Giacomo Debenedetti sia la più bella e inventiva del ‘900 letterario italiano, altro che quella dei romanzieri!. Quando lo leggevo provavo una specie di vertigine (ma potrei dirlo anche per Sergio Solmi o Macchia o Cases). Anzi potrei dichiarare retrospettivamente che è stato uno dei miei miti, accanto, che so, a Orson Welles, Paul Newman, Bob Dylan, John Lennon… Oggi poi invidio George Steiner moltissimo: mi piacerebbe possedere la sua ampiezza di visione e immaginazione culturale e sagacia critica. Parafraso la tua definizione: oggi molti romanzieri sulla cresta dell’onda mi appaiono come “falliti di successo”: hanno il successo mediatico –contingente, precario, transeunte– ma sanno di essere fasulli e che di loro non resterà niente, mentre, un saggista straordinario come Berardinelli è quanto di meglio la cultura italiana possa esprimere attualmente, come sanno bene all’estero, dove si precipitano a tradurlo e a invitarlo.

Perché i ragazzi dovrebbero rileggere Pasolini?
Perché Pasolini… parla soprattutto a loro, ai ragazzi di ieri, di oggi e a quelli che ci saranno tra cent’anni… ha in comune con l’adolescenza di sempre un naturale, innocente estremismo esistenziale e poi un desiderio mai placato di rivolta e poi la continua scoperta del proprio eros indocile, incontenibile e poi un bisogno assoluto e “immaturo”di verità e purezza, contro ipocrisie e finzioni sociali anche necessarie degli adulti e poi l’intima, disarmata contraddittorietà di ogni gesto e infine l’insofferenza verso qualsiasi forma definita e chiusa. Tutta l’opera di Pasolini ci appare incompiuta, fluida, aperta…

Antonella Viale

di Francesco Tomasinelli

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