Magazine Venerdì 3 giugno 2016

Le Fragili Verità di Bruno Morchio: un romanzo che vi piacerà

Bruno Morchio mentre sorseggia del buon vino rosso
© Gianni Ansaldi

Magazine - Adottare un bambino già cresciuto, che viene da un paese lontano e che ha troncato ogni legame con la sua prima infanzia, può essere un problema, un grande problema, se non sei un genitore in grado di guardarti dentro fino in fondo. Anche se lo ami profondamente. Questo il succo delle nuove avventure di Bacci Pagano, nel libro di Bruno Morchio Fragili verità (Garzanti, 208 pagine), in libreria dal 26 maggio.

Un romanzo tra i migliori di Morchio, scrittore molto prolifico. La trama è più netta, la scrittura più fluida e pulita. La sua esperienza di psicologo e le sue conoscenze da terapeuta sono molto ben miscelate all'interno delle vicende narrate.

La storia ha inizio nell'estate del 2015, che come tutti ci ricordiamo, è stata la più afosa a memoria di persona. Ad Albaro, ricco quartiere genovese, vive una coppia benestante: moglie e marito il caldo lo percepiscono poco, per via dell'aria condizionata che funziona molto bene. In cambio sentono il gelo nell'animo, perché Giovanni, il figlio adottivo sedicenne, è scomparso.

Il ragazzo ha origini colombiane. Nel 2000, più o meno l'anno in cui è nato, ho passato 40 giorni in Colombia per lavoro. Allora, insieme alla Nigeria, era il Paese più pericoloso del mondo. Devo dire che crescere in quella realtà, senza padre e madre, come è successo a Giovanni, equivale a vivere all'inferno. Tra narcotrafficanti, e criminalità di ogni genere, la vita da quelle parti era un incubo. Ricordo di una donna “rapita” per un riscatto di una decina di milioni di lire, in un modo del tutto originale. Per risparmiare fatica, e problemi di logistica, i "rapitori" l'avevano lasciata a casa sua, inserendole, intorno al collo, un collar bomba, che poteva saltare in aria governato da remoto. Terrificante.

Cosa viene chiesto a Bacci Pagano, dai genitori angosciati, nella villa di Albaro? Di ritrovare Giovanni, naturalmente. Così l'investigatore si getta anima e corpo in una nuova avventura, con la solita generosità. Cercando il ragazzo, l'investigatore si imbatte in spacciatori di cocaina che lavorano tra Genova e le discoteche della Versilia. Perché il passato non si può dimenticare, con il passato bisogna scendere a patti, e il giovane Giovanni ci sta provando, ma va aiutato. Bacci ci riuscirà?

Abbiamo intervistato Bruno Morchio, in anteprima. Lo seguo da anni, fin dal primo libro, che abbiamo presentato ad Assolibro, in via San Luca a Genova, nel 2004, con Flavio Baroncelli e Giovanni Guasto. Ne è passata di acqua sotto i ponti ed è bello vedere che le promesse di allora Bruno le ha mantenute tutte.

Il tuo romanzo è incentrato sull'adozione di un bambino colombiano. Io conosco molte persone che hanno fatto questa scelta. Come ti sei documentato e perché proprio la Colombia?

Si tratta, fra tutti i romanzi che ho scritto, di quello più profondamente legato al mio “primo lavoro”, quello di psicologo che opera in un Consultorio familiare pubblico. Negli ultimi anni, secondo la mia esperienza, il numero di adolescenti adottati che “scoppiano”, fino a costringere i servizi a inserirli in comunità, è aumentato a dismisura. La documentazione viene da lì, dal mio lavoro quotidiano, e perciò ho dedicato il libro “a tutti i Giovanni (è il nome del protagonista) che ho conosciuto in Consultorio”. Quanto alla scelta della Colombia, la suggestione è venuta alcuni anni fa, quando mio figlio Federico, di ritorno dal suo viaggio zaino in spalla lungo il Sudamerica – dall’Argentina al Caribe, attraverso Bolivia, Perù, Ecuador e Colombia – mi ha raccontato il suo arrivo a Cali alle tre della notte. Quella è stata una delle poche volte in cui ha avuto davvero paura. Il romanzo si intitola Fragili verità, a significare che il tempo delle certezze granitiche è finito. Perciò ho scelto un Paese sulla cui storia il giudizio è molto controverso.

Da psicologo, quali sono le principali necessità di un bambino adottato quando ormai ha 6-7 o più anni? Come si devono comportare i genitori?

Si tratta di una questione complessa: il mio punto di vista non è ideologico, ma clinico. Non mi interessano le pippe moralistiche sui bambini (poveri) deportati dai loro paesi (poveri) in favore di paesi e genitori più o meno ricchi. Anche perché i genitori che incontro, purtroppo, non si ritengono troppo fortunati. La verità è che l’adozione in sé rappresenta una cesura, una rottura che investe la vita di un bambino (affetti, identità, lingua). La cancellazione del passato in favore di un nuovo inizio rappresenta un processo di per sé potenzialmente “psicotizzante”, indipendentemente dalla buona volontà dei genitori. In adolescenza le contraddizioni esplodono, spesso violente, anche se non posseggo un panorama statistico che consenta di azzardare generalizzazioni (che peraltro, esulano dall’interesse del romanzo). Uscirne non è facile, ma la mia opinione è che occorre ricomporre questa frattura, aiutando il ragazzo a recuperare l’identità espunta, attraverso un lavoro di ricostruzione e integrazione affettiva, psicoterapeutica e non, e anche recandosi nei luoghi delle sue origini.

In un brano, verso la fine del libro, racconti una passeggiata nel centro storico di Genova, citando i vicoli uno per uno, dalla Maddalena fino a Soziglia e a Canneto. Una lunga galoppata che è una dichiarazione d'amore. Vivendo per qualche anno ad Albaro ne sentivi la mancanza?

Certo che ne sentivo la mancanza. La cavalcata dell’ultimo capitolo, a cui fai riferimento, è simbolicamente collegata a un aperitivo, lAsinello, in quanto per il ricco costruttore Giacomo Selman, padre adottivo di Giovanni, la “catabasi” nella città vecchia rappresenta un “aperitivo” rispetto a quello che lo aspetta: lui e la moglie, infatti, hanno deciso di tornare a Cali con il figlio adottivo e di farlo rincontrare con la zia, sorella del padre guerrigliero. Quanto ad Albaro, nella mia esperienza non ha corrisposto allo stereotipo del quartiere borghese con la puzza sotto il naso. Lì ho conosciuto molte persone aperte e solidali, gente che non ha esitato a difendere con decisione uno straniero ingiuriato da una signora un po’ sopra le righe. Insomma, anche Albaro è qualcosa di più complesso del suo cliché.

Com'è diversa la vita di Bruno Morchio da quando è tornato a vivere in centro storico?

Non troppo diversa, almeno finché dovrò continuare a fare due lavori entrambi così impegnativi. Cammino di più, perché posso raggiungere le mie mete abituali a piedi, e questo è un bene per la mia salute. Respiro quell’aria tipica della città vecchia, caratterizzata da tanti colori, lingue, odori e suoni, e mi sento un po’ come Bacci, immerso in una sorta di “brodo primordiale” o, se preferisci, liquido amniotico sparso dalla storia. Forse le cose cambieranno davvero quando riuscirò a lasciare uno dei due lavori e dedicarmi interamente alla scrittura e ai miei hobby, primo fra tutti la pesca alla traina. Ma devo aspettare la pensione. Credo che la prima cosa che farò sarà un lungo viaggio (spero insieme a mio figlio) in Bolivia, lungo la ruta del Che.

In qualche modo riabiliti le Farc, i guerriglieri colombiani, paragonandoli al Che, che è ancora nel cuore di molti giovani. Una posizione coraggiosa, perché tutti condannano le Farc, descrivendole come dedite solo ad atti criminali. Tu cosa ne pensi?

Penso che non dovremmo prendere per oro colato tutto quello che la stampa occidentale propina su fenomeni che si sviluppano in contesti molto diversi dal nostro. Questo vale per le Farc come è valso per Castro, Chávez e tanti altri. I crimini contro l’umanità commessi in America Latina dagli Stati Uniti e dai loro governi fantocci, a tutela degli interessi delle multinazionali (basti solo pensare ai sanguinosi golpe in Cile e Argentina), superano di gran lunga quelli attribuiti a chi ha provato a resistere alle loro pressioni. L’Unione Europea si è accodata supinamente a un giudizio sommario sulle Farc, definite organizzazione terroristica, commettendo un errore. Del resto l’unità ideologica dell’Occidente lo ha portato ad avallare punti di vista sulla realtà mondiale che in seguito si sono rivelati catastrofici (dalla Palestina ai Balcani al Medio Oriente). Non mi spaventa il parallelo con il Che e non lo ritengo una bestemmia.

Racconti alcune vicende di Che Guevara nel romanzo. Quanto è stato importante per la storia del Novecento?

Nel romanzo Bacci Pagano sviluppa una riflessione su questo: il Che è un mito, è stato un generoso eroe rivoluzionario, ma non bisogna dimenticare che è morto a 39 anni, lasciando gli incarichi politici che ricopriva a Cuba e finendo col farsi ammazzare in un villaggio della sierra boliviana. Considerava l’America Latina un unico, grande Paese e perseguiva un’idea della rivoluzione vicina a quella di Trotzkij, che lo pose in contrasto con i sovietici. Come teorico della rivoluzione permanente, Guevara è stato un perdente, uno sconfitto della Storia. “Muor giovane colui che al cielo è caro”, scriveva Menandro. E, come ci ricorda una celebre canzone di Guccini, “gli eroi son tutti giovani e belli”: lui era davvero giovane e bello, sostenne che bisogna essere duri “senza perdere la tenerezza”, e il suo sorriso ha illuminato un intero continente. La sensazione, al di là delle critiche e delle accuse che gli sono state mosse, è che non abbia avuto il tempo di sporcarsi le mani con la spietatezza della Storia.

Fai un lungo excursus sul fatto che i giovani italiani se ne vanno tutti all'estero, cosa ne pensi di questa triste situazione e quali potrebbero essere i rimedi?

Penso che in Italia manchi un pensiero sul tema. La porta è chiusa e il collegamento scuola-lavoro, specialmente per i giovani con una formazione di alta specializzazione, è un nodo ingarbugliato da mille rigidità e paure. Nel mio settore, quello sanitario, la medicina difensiva fa la sua parte e le rigidità burocratiche diventano il braccio armato per impedire ai giovani di formarsi. Un paese di vecchi che sembrano odiare i giovani, questo siamo. E più nei servizi il personale si riduce e invecchia (per via dei pensionamenti, del mancato turn over e del prolungamento dell’età pensionabile), più gli operatori diventano acidi e tendono a chiudere la porta in faccia alle nuove generazioni, e i servizi a trasformarsi in meste corti dei miracoli. Un luogo di lavoro senza ricambio diventa sterile e non può curare nessuno. È triste, ma è così.

Perché il fidanzato di Aglaja, la figlia di bacci Pagano, è musulmano? Non poteva essere arabo non credente? Conosco anche a Genova diversi giovani arabi laici.

Effettivamente, poteva. Del resto Essam è un egiziano della Nubia e appartiene a un popolo che vanta una sua identità ben definita e cedette all’Islam solo nel XIII secolo. Mi intrigava preludere a possibili difficoltà nella relazione tra una giovane occidentale colta ed emancipata come la figlia di Bacci e un giovane africano cresciuto a Genova, trattato dal detective quasi come un figlio, che ammira Bacci Pagano e vorrebbe fare il suo stesso lavoro (e, chissà, magari lo farà…), e che resta tuttavia legato alla fede religiosa della sua famiglia. Mi interessa indagare come Essam possa vivere questo senso di appartenenza, con quanti e quali conflitti interni e quali conseguenze nel rapporto con la sua compagna. Ma questo è un romanzo ancora da scrivere.

In attesa del nuovo romanzo dove Bacci Pagano probabilmente assumerà un collaboratore nubiano, e sicuramente ne vedremo delle belle, auguriamo a Morchio il successo che si merita, con “Fragili verità”.

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