Magazine Martedì 24 maggio 2016

Elizabeth Strout: Lucy Barton, un'impronta nell'anima

Elizabeth Strout
© Federica Burlando

Magazine - Ci sono vuoti nell'anima accecanti come luci e pieni che non fanno rumore. Infiniti nulla e interminabili densità che non si vogliono dire, che non si possono dire. Perché portarli a fior di labbra è già interpretarli, screpolarli. Azzannarsi un po' dal di dentro.

Mi chiamo Lucy Barton: in un nome - nel nome di ognuno di noi - c'è l'affermazione di un'esistenza costruita con fibre di gioia, ma anche di amarezza, di sofferenza impastata con la malta degli anni che scorrono. Come quel liquido amniotico nel quale percepiamo per la prima volta la vita. Elizabeth Strout, vincitrice del Premio Pulitzer con Olive Kitteridge, torna a raccontare: dolori che bucano l'anima come grandine, ma anche un'isola di intimità, dove sembra possibile sfiorarsi, da pelle a pelle, da cuore a cuore.

Nelle pieghe di Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi, pp. 168), presentato per la prima volta in Italia lunedì 23 maggio a Genova presso Palazzo Ducale, ci sono le voci della protagonista, della sua famiglia e dei tanti volti che si ritagliano nelle scaglie della memoria. In una stanza d'ospedale, dove si vede la vita passare nel vento delle camicette delle donne che camminano sui marciapiedi, nell'incontro di un madre e di una figlia, il tempo pare farsi denso e carico di senso. Pensante e fragile come una chiave di cristallo.

Quella di Lucy è una storia che si tuffa nella miseria più profonda, nella violenza capace di assumere mille facce, ma che porta anche alla luce un insperato senso di amore e tenerezza: quella carezza che si può cogliere per caso nel volto di un dottore o nella voce di una madre, che sembra tirare fuori ricordi ancestrali. Una storia che si nutre di silenzio, di allusioni che riescono a scardinare tutte le parole; in un viaggio verso la profondità, fino a quella scintilla dell'anima che ci ricongiunge più veramente a un'essenza che non si lascia dire.

«Sono convinta - afferma Strout - che il silenzio c'entri moltissimo quando si vive una storia d'amore. C’è sempre silenzio nelle vicende che ci coinvolgono». Un'assenza che urla più forte del rumore di fondo che stordisce e che sembra costringerci a fare un passo indietro. «La storia di Lucy Barton - continua la scrittrice - è talmente estrema che ho voluto limitarmi. L’immagine che mi è venuta in mente è quella dell’impronta di un pollice, un’impronta leggera, un'allusione. Quando uno ha la storia che ha Lucy Barton non occorre aggiungere molto».

Tracce lasciate sul selciato dell'esistenza che conducono dall'infanzia più sventurata - generata da una povertà che avvolge non solo il corpo, ma anche la mente - fino all'età adulta dell'emancipazione. Lucy Barton è stata capace di valicare un confine. Non solo umano, ma anche sociale. Eppure la bambina dell'Illinois, con un padre talvolta in preda a quella Cosa che non si lascia afferrare neppure nel linguaggio e una madre incapace fino all'ultimo di dirle Ti voglio bene, sembra essere pronta a riaffiorare. Portata dall'eco delle parole materne, di cui Lucy non è mai sazia e che paiono riempire anni di solitudine, di non detti e di bisogno di amare ed essere amata. Un tepore in cui tornare a sciogliersi, come in un tempo in cui non c'era bisogno di chiedere protezione, perché di protezione e soffi vitali eravamo fatti.

«Sono partita da un interesse per i rapporti di classe negli Stati Uniti, afferma Elizabeth Strout. Mi sono chiesta come sarebbe stato se una persona talmente povera, proveniente da una famiglia emarginata dalla stessa comunità di appartenenza, avesse varcato quel famoso confine, diventando membro di un ceto medio-alto. L'altra cosa che mi interessava capire - continua - era in quale misura potesse valicare sul serio queste frontiere e quanto, invece, rimanesse legata a quello che era stata». La scrittrice non ha una risposta: nel viaggio che si inabissa nell'essere umano pare impossibile trarre alla luce parole di verità che dissipino l'ambiguità che lo contraddistingue.

Un'indeterminatezza che interessa profondamente Strout, che, come un'anima in ricerca, con il suo sguardo si posa sui vari protagonisti. Attanagliati da un passato fantasmatico che pesa nel presente, ognuno con un modo diverso di disegnare ricordi e avvenire: non c'è bene, non c'è male, quello che interessa la scrittrice è la linea d'orizzonte che sta nel centro. Una demarcazione che, come in natura, non lascia mai intravedere dove il mare si mescola con il cielo.

Tra mani che sanno farsi di ferro e nel contempo essere fragili come spighe di grano, tra cuori che sanno stillare gocce di rugiada e riempirsi di nuvole nere: in quella nudità, lì è il narratore. Arrivare alla pagina con un cuore libero, come il cuore di Dio: questo uno dei consigli dispensato dal personaggio della scrittrice Sarah Payne. «Un atteggiamento essenziale - afferma Strout - che però non deve essere mai disgiunto dal dire la verità, anche se può essere un aspetto problematico perché, riferendo in modo schietto la condizione umana, si rischia di fare male o di proteggere qualcuno, assumere dunque un atteggiamento parziale. Questo è quello che non va fatto, lo scrittore - continua Strout - deve registrare la verità dell'essere persona».

Una verità che si può declinare in tanti modi: in ricordi che si scolorano e non si sa più dove sia la realtà e dove sia la finzione che si vuole credere, in pagine di libri che hanno il sapore di un futuro diverso, in mani che sollevano nei momenti più bui e poi si perdono. Persino negli occhi della malattia si può vedere un frammento di quel nome che racchiude il romanzo di ognuno di noi. Tante scatole di senso che chi leggerà Mi chiamo Lucy Barton avrà occasione di scartare a poco a poco.

Luci e ombre si riconcorrono nel libro di Elizabeth Strout che sembra - in certi tratti - dipinto dal realismo poetico di Edward Hopper: nelle attese che mordono, nella solitudine che spazia l'anima.

Un romanzo che arriva anche sotto il cielo di Liguria: nei ringraziamenti compare, infatti, il nome della Fondazione Bogliasco, che accoglie intellettuali borsisti di tutto il mondo. «Parte del libro è stata scritta proprio lì - conferma Strout -, per questo mi è sembrato giusto dire grazie».

Dal sole e dalla polvere della cittadina natale di Lucy alla New York luminosa e straniante, arrivando al mare di Liguria: il giro del mondo di un anima non ha confini. Come neppure le sue profondità: in fondo la vita lascia sempre senza fiato.

di Federica Burlando

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