Magazine Domenica 22 maggio 2016

Elizabeth Strout: quanto mi ricorda Natalia Ginzburg

Elizabeth Strout
© Leonardo Cendamo

Vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 con Olive Kitteridge, sarà a Genova, lunedì 23 maggio 2016, alle ore 17.45, nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, per presentare il suo nuovo romanzo Mi chiamo Lucy Barton, (Einaudi, 161 pagine). Mercoledì, invece, a Torino, al Circolo dei lettori, con la sua traduttrice Susanna Basso, alle 18.30. Giovedì, sempre alle 18,30 a Milano, alla Feltrinelli di piazza Duomo, presentata da Paolo Cognetti, mentre venerdì 27, alle 20.45, a Mantova, con Camilla Baresani, nella Loggia di Davide a Palazzo Te.

Magazine - Ho appena terminato di leggere Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi), l’ultimo romanzo di Elizabeth Strout e queste sono le mie prime impressioni. Mi guardo bene dal chiamarle in modo diverso, non sono un esperto di letteratura, sono soltanto un lettore vorace e un appassionato di letteratura americana contemporanea. Scrivo semplicemente quello che la storia mi ha fatto venire in mente e che Franco Contorbia, il mio professore di Letteratura moderna e contemporanea, mi perdoni. La spinta a leggere il romanzo di Elizabeth Strout mi è arrivata dall’interessante articolo che Laura Guglielmi gli ha dedicato nel suo Spunto del mercoledì.


È stata un’esperienza stimolante, non conoscevo l’autrice americana, il romanzo affronta un tema interessante con garbo e lievità, lo stile di scrittura della Strout è molto coinvolgente. Ha congegnato Mi chiamo Lucy Barton in un modo che richiama, fatte le debite differenze di ambientazione e di epoca, il modo di costruire le storie della nostra Natalia Ginzburg, penso a Lessico famigliare, a Tutti i nostri ieri e anche a Caro Michele, che però è un romanzo epistolare e quindi ha una resa diversa. Elizabeth Strout costruisce, a me pare, le sue storie, proprio come la scrittrice torinese di adozione, accumula attraverso l’affastellamento lento di ricordi, di piccole schegge di memoria, di particolari che, a prima vista, sembrano inessenziali, di minime ipotesi psicologiche che, infine, portano all’affresco finale. La scrittrice newyorchese usa, nei suoi brevi e talvolta minimi capitoletti, una tecnica ellittica: spesso non dice, lascia spazio all’immaginazione del lettore senza raccontare tutto.

Il tema principale del romanzo è la famiglia, il bisogno di famiglia. La famiglia che nel tempo si disintegra ma che rimane un centro di memorie e accumula nell’anima grumi di dolore forse inestinguibile.

È mai esistita la famiglia del Mulino bianco, quella perfetta e pulita, quella dove regna solo la felicità e dove tutti sorridono? Io non lo credo e sembra non crederlo nemmeno l’autrice. Sono solo la solitudine e il dolore che pervadono le nostre vite? Come fare per resistere, sopravvivere e andare avanti? Bisogna sul serio essere spietati per salvarsi e proseguire, come dice Jeremy, l’amico della protagonista, che morirà di Aids?
Il centro del romanzo da cui si dipana su due livelli di flashback tutta la trama è l’incontro, dopo troppi anni di distacco assoluto, tra la protagonista e la madre. Lucy è ricoverata da tempo all’ospedale e la madre la accudirà per qualche giorno. Saranno cinque giorni particolari, giorni in cui i ricordi e il dolore, tra imbarazzi e reticenze, risaliranno alla superficie. Il personaggio della madre, che non spiega nulla del tempo passato (sembra quasi che non le serva sapere), che si limita parlare di futilità e di storie di vicini di casa mal ricordati e inessenziali, è algido e al limite dell’anaffettività. Incapace di dire ti voglio bene, gli unici gesti che intaccano il distacco sono l’appellativo di bestiolina, quasi un vezzeggiativo, con cui si rivolge alla figlia e lo stringerle il piede, forse per dissimulare l’incapacità di accarezzarla. Altro personaggio importante del romanzo è il padre che, pur restando sempre sullo sfondo e descritto con pochi essenziali tratti, incombe come un macigno greve e terribile nei ricordi di Lucy. Duro con gli altri e con se stesso, passa la vita sommerso nel senso di colpa per aver ucciso due tedeschi durante la guerra. È spesso in preda a crisi nervose incontrollabili: la Cosa, mai descritta chiaramente dall’autrice.
Tutti i personaggi del romanzo, i protagonisti e anche quelli di contorno, appaiono distaccati, a volte indifferenti, dagli altri e talvolta anche verso se stessi. Il distacco appare dominante, nessun personaggio, tranne forse le figlie della protagonista, si ribella al mutare delle cose, alla fine dei rapporti, al distacco, all’impermanenza. Si va avanti e si prosegue. E qui, mi torna in mente ancora una volta Natalia Ginzburg e la desolazione dei personaggi del suo È stato così, il romanzo del 1947, tutti abbandonati al flusso inarrestabile della vita. Arresi e rassegnati.
“Mamma, se uno scrive un romanzo, lo può sempre riscrivere, ma se vivi per vent’anni con una persona, il romanzo è quello, non è che lo puoi riscrivere con un altro”, fa dire l’autrice alla figlia della protagonista.
Mi piace molto il finale del romanzo con quel “Questo è mio, è mio, è mio” riferito al dolore che ognuno di noi conserva dentro e che è inesauribile. Ogni dolore è personale e ognuno lo porta con sé. Lo conserviamo dentro di noi, possiamo tentare di tenerlo sotto controllo, fingere di averlo silenziato ma continua sempre acre e inestinguibile.

di Giancarlo Mangini

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