Magazine Lunedì 23 maggio 2016

Strage di Capaci: le ombre russe sulla morte di Falcone

Giovanni Falcone
© www.facebook.com/Giovanni Falcone

Strage di Capaci 24 anni dopo: 23 maggio 1992 - 23 maggio 2016.

Dopo quell'esplosione mortale, nulla fu più come prima. Giovanni Falcone, insieme alla moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta persero la vita in una strage ingiusta, come ingiusta è la mafia e il suo Sistema.

Ma quella strage ha definitivamente squarciato un velo che da decenni copriva malaffare e connivenze. Capaci è diventato un luogo simbolo, perché se da un lato la mafia vinceva, uccidendo un uomo che era riuscito a infliggere duri colpi a quel sistema, scoperchiando trame e giochi di potere, dall'altro quella morte ha decreteto l'inizio di un percorso, purtroppo non ancora concluso e ancora molto lungo, che ha chiamato per nome problemi e cause.

Sono trascorsi 24 anni e da Nord a Sud la mafia è una realtà che nessuno può più negare: e il primo passo per eliminare un problema è ammetterne l'esistenza. Il sacrificio di Falcone, e di Paolo Borsellino due mesi dopo nella strage di via D'Amelio, come quello dei numerosi giudici, forze dell'ordine, uomini della scorta, pagine buie della storia, non sono stati vani.

E il ricordo di quel giorno deve essere un monito, non solo per non dimenticare, ma per cambiare.

Rosangela Urso

Di seguito la recensione del libro Il viaggio di Falcone a Mosca (Mondadori 2015, 152 pp, 20 euro) di Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov, a cura di Patrizia Debicke van der Noot.

Magazine - Recitano le prime righe della prefazione del libro: Alle 17.58 del 23 maggio 1992, quasi un quintale di tritolo esplose sull’autostrada A29 Punta Raisi - Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci. L’attentato uccise Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta. In Italia l’esplosione produsse effetti violenti: sull’opinione pubblica, sulla politica, sul sistema giudiziario. Nulla, dopo quel terribile momento, fu più come prima. Ma la strage di Capaci provocò reazioni molto forti e un’intensa ondata di sdegno anche in Russia: soprattutto nel mondo giudiziario, che si trovava nella delicatissima fase di transizione da un regime totalitario a un sistema democratico.

La strage, in particolare, polverizzò le speranze dell’imminente viaggio di Giovanni Falcone a Mosca. L’appuntamento era stato preparato con cura dallo stesso magistrato palermitano e da Valentin Stepankov, che il 28 febbraio 1991, a soli quarant’anni, era diventato il più giovane procuratore generale della Russia e dell’ex Unione Sovietica. Erano serviti mesi e mesi d’intenso lavoro. C’era stata una trasferta di Stepankov in Italia, da Falcone, con la successiva, febbrile raccolta di documenti riservati e segretissimi. In quel momento il magistrato italiano era da un anno direttore generale del ministero di Grazia e Giustizia cui era stato chiamato dall’allora Guardasigilli, Claudio Martelli. E dal suo ufficio dipendevano le rogatorie internazionali…»

Pertanto è logico ipotizzare come fanno Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov nel libro inchiesta Il viaggio di Falcone, un viaggio che non fu mai, che la strage di Capaci oltre ad aver messo drammaticamente fine alla vita di Giovanni Falcone, di sua moglie e della scorta, abbia messo fine anche alla sua inchiesta internazionale sul fiume di denaro, più di 989 miliardi in rubli e dollari affluiti segretamente dall’Unione Sovietica nelle casse del Pci tra il 1951 e il 1991.

In Russia il dissolvimento dell’Urss, che fece seguito all’inizio della perestrojka, vide una guerra scoppiata tra le organizzazioni malavitose locali che volevano assumere il controllo nelle città e impadronirsi dei settori più strategici della futura economia di mercato. Nell’Europa dell’Est dilagarono senza controllo tutte le mafie più temute del mondo, da Cosa Nostra alla Yakuza giapponese, dalla Triade cinese alle famiglie di New York, portando alla nascita di fiorenti mafie locali.

In gioco c’erano il tesoro dell’Urss che faceva parte del cosiddetto Oro di Mosca, tanto per spiegare, i fiumi di denaro usciti dalla Urss, per essere investiti all’estero e quindi sia il favoloso patrimonio immobiliare disseminato in tutto il mondo, che i lauti fondi clandestini che dalla fine della II Guerra Mondiale erano stati messi a disposizione non solo del Kgb, ma anche di altri servizi segreti. Somme ingentissime, secondo Valentin Stepankov, in dollari, in altra moneta pregiata e in lingotti d’oro. All’inizio degli anni Novanta ci furono numerosi sequestri, sulle principali autostrade europee, di Tir pieni di rubli con meta l’Occidente per essere convertiti.

Il Quotidiano La Repubblica scriveva allora: «I rubli che lasciavano l’Urss arrivavano anche alle cosche siciliane. Ecco perché, dicono, se ne interessava anche Falcone». Ed ecco perché – secondo Giulio Andreotti intervistato da Bruno Vespa – «l’attentato a Falcone fu organizzato in modo così spettacolare che, né prima né dopo, la mafia da sola fece niente di simile».

Nel libro inchiesta: Il viaggio di Falcone a Mosca, pubblicato in novembre. Francesco Bigazzi e l’allora procuratore generale della Federazione russa Valentin Stepankov, ricostruiscono puntualmente le indagini di Falcone e suppongono che i suoi assassini, o meglio i mandanti della strage, siano da cercare tra tutti coloro che temevano gli esplosivi sviluppi della sua inchiesta.

Ma chi furono i veri mandanti della strage di Capaci? È stato più volte negato che Falcone potesse essere stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del Pcus. Ma invece Stepankov lo conferma. E il 27 maggio 1992 anche Il Corriere della Sera scriveva: «Tra la fine di maggio e i primi di giugno Falcone sarebbe dovuto andare a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus».

Secondo la ricostruzione del libro ben quattro diversi ministri in seguito (Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Paolo Cirino Pomicino e Renato Altissimo) hanno dichiarato che Falcone, nel giugno 1992, avrebbe dovuto recarsi in Russia per portare avanti una cooperazione giudiziaria sul tema, riparlandone (non era la prima volta) con Stepankov.

Tre di quei quattro ministri attestano che Falcone tra la metà del 1991 e i primi mesi del 1992, aveva ricevuto da Cossiga l’incarico di seguire l'inchiesta sul versante italiano. «Chi ha ammazzato il povero Ivan?», titolava un quotidiano russo nel dare la notizia della strage di Capaci e della morte di Giovanni (Ivan in russo) Falcone. E, vedi caso «Chi ha ammazzato il povero Ivan» è anche la strofa di una filastrocca russa tipo «Maramao perché sei morto?».

In una Russia ancora scossa dalla fine della dittatura comunista e dell'Unione Sovietica, dove Giovanni Falcone era conosciuto e stimato, la sua fine apparve subito sospetta. Stepankov disse all’indomani dell’attentato che gli assassini, avevano raggiunto anche l’obiettivo di impedire il viaggio di Falcone a Mosca. E ha spiegato a Bigazzi che con la morte di Falcone, le sue inchieste si arenarono e dopo di lui più nessuno cercò di collaborare con la Procura russa.

Stalin diceva: «Dove c'è uomo, c'è problema. Niente più uomo, niente più problema».

Niente più Falcone, niente più problema.

di Patrizia Debicke van der Noot

Potrebbe interessarti anche: , Il Natale del commissario Maugeri, l'ultimo libro di Fulvio Capezzuoli. La recensione , Bonelli: Dylan Dog e Martin Mystere nell'Abisso del male , A mali estremi: nuovo caso per la colf e l'ispettore di Valeria Corciolani , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin

Oggi al cinema

Alpha Un'amicizia forte come la vita Di Albert Hughes Azione, Drammatico, Thriller U.S.A., 2018 Dopo una battuta di caccia finita male, un giovane uomo delle caverne lotta contro una serie di ostacoli per ritrovare la strada di casa. Un’emozionante storia di crescita ed iniziazione arricchita dal forte rapporto tra il protagonista e un lupo. Guarda la scheda del film