Magazine Venerdì 13 maggio 2016

Recchioni e il ritorno di John Doe: «un personaggio fuori dagli schemi»

Roberto Recchioni

Magazine - - Cosa significa fare fumetti nel 2016?
Urlare contro un cielo indifferente. Se urli abbastanza forte, puoi far piovere.
Roberto Recchioni

Il 2003 fu, come direbbe Connor McLeod, un anno intenso. La Guerra in Iraq e il gran sventolare di bandiere arcobaleno alle finestre delle città italiane. Fu l’anno del sesto mondiale di Schumacher in F1 e del sesto di Valentino Rossi in Moto.

In edicola faceva il suo esordio John Doe, una serie innovativa, scritta da Lorenzo Bartoli – cercate il suo Arthur King per comprendere quanto il fumetto abbia perso con la sua scomparsa -, e Roberto Recchioni che all’epoca aveva davanti a sé tantissime storie da raccontare e che oggi incontriamo spesso in libreria, in edicola, in fumetteria, in TV, farà un cammeo nella serie The Editor is In prodotta da Bonelli assieme a SkyArte, e prossimamente al cinema.

A distanza di 13 anni la Bao Pubblishing ha deciso di riportare sugli scaffali John Doe. E lo ha fatto con lo stile e l’attenzione che mette in ogni progetto.

6 Volumi, usciranno a cadenza regolare, che raccolgono, a blocchi di quattro albi la prima stagione di John Doe. I primi due anni del Golden Boy di Bartoli /Recchioni.

La nuova edizione (416 pp,, 20 Eur), arricchita da ampia appendice, valorizza le tavole di Emiliano Mammucari, Walter Venturi, Massimo Carnevale e degli altri disegnatori, regalando al lettore un’antologia che è anche occasione per fare un viaggio al ritroso e ritrovare in John Doe alcuni elementi, di stile, di scrittura, di contemporaneità; prototipi dei lavori di Roberto che leggiamo oggi.

Ritrovarsi tra le mani il fumetto incontrato ad inizio millennio è un ottima occasione per tornare a parlare di Fumetti, di Universo e di tutto quanto con Roberto Recchioni, partendo proprio dal 2003.

«Nel 2003 – racconta Roberto – ero un uomo di ventinove anni. Scrivo uomo perché ragazzo è una parola usata ormai a sproposito e quando ha ventinove anni ormai sei una persona adulta e non più un giovane. Tanto meno, una giovane promessa».

John Doe non è stato il suo esordio nel mondo del fumetto ma probabile sia stato un crocevia importante, la slidingdoor da cui è cominciato tutto il resto.

«Quando ho cominciato John Doe alle spalle avevo già una decina d'anni di attività fumettistica professionale sia come scrittore che come disegnatore. E avevo la testa piena di possibili strade per il fumetto popolare che avevo teorizzato ma non ero ancora riuscito a mettere in pratica. Ero, insomma, una persona pronta a fare un balzo di livello e quel balzo è arrivato con John Doe».

La grande novità e la caratteristica che colpiva di Jonh Doe, e che resta viva tutt’oggi trasformandolo in un classico, stava, sta, nel fatto che sia un personaggio di difficile collocazione.

Era, e resta, qualcosa di nuovo, che esplora il fumetto pensandolo in cicli di storie in un momento in cui le Serie in USA cominciavano a cambiare in modo radicale il rapporto tra TV e spettatori. Era contemporaneo, nuovo e molto divertente da leggere perché ricorda qualcosa di noto restando originale, dalla struttura del protagonista alla forza dei comprimari.

Personalmente mi colpiva la freschezza dei dialoghi – facile ritrovarvi la coralità di Orfani -, alcuni rimandi ai libri di Dan Simmons, uno dei miei scrittori preferiti, e il fatto che non fosse affatto scontato dire chi fosse John Doe, nel 2003, e nel 2016.

«È sempre lo stesso – risponde Roberto - Un figlio di buona donna ancora molto fuori dagli schemi rispetto al panorama di personaggi che lo circondano. È bello vederlo oggi e trovarlo ancora in forma, come se gli anni non siano passati.

Bello – confessa – ma allo stesso tempo un poco preoccupante, perché se lui è ancora un personaggio di così forte rottura, vuol dire che nel panorama fumettistico italiano non sono arrivati altri personaggi dopo di lui a spostare in avanti il limite».

Leggendo la squadra che costruì quel successo, sembra di sgranare una delle formazioni che fanno sognare i tifosi: Bartoli, Recchioni, Carnevale, Mammucari, Venturi suona un po’ come leggere l’undici campione d’Italia. Accanto alle due penne, un tris di disegnatori tra il meglio che ci sia oggi.

«Quando realizzammo John Doe - racconta Roberto - sapevamo di stare realizzando qualcosa di importante per noi. Anche perché, se realizzi qualcosa in funzione dell'eco che potrebbe avere, di solito fallisci miseramente. Il fatto poi che oggi siamo ancora qui a parlare di John Doe e in questi termini, significa che siamo stati fortunati, che quello che era importante per noi, era importante anche per altri».

John Doe, visto da lontano e armato del senno del poi, è stato anche laboratorio e palestra.

«Praticamente ogni mio progetto è stato un tassello e un banco di prova per quello che lo ha seguito. In ogni lavoro sperimento soluzioni, artistiche e produttive. Quelle che funzionano vengono con me nel lavoro successivo. In John Doe c'è molto di quello che poi si è visto su Orfani, dagli artisti coinvolti, al linguaggio narrativo, fino alla struttura della produzione e alcune cose hanno finito per influenzare DYD. Del resto, il John Doe mio e di Lorenzo non era altro che una specie di Dylan Dog reinventato (in maniera antitetica) per i nostri tempi».

Indubbiamente John Doe era presente al 2003, come Orfani, per linguaggio, scelta grafica e impatto è assolutamente presente al 2016. «Questo non posso essere io a dirlo. Mi limito a far notare che molti degli elementi produttivi, di linguaggio e comunicativi di Orfani sono oggi entrati nella quotidianità della Sergio Bonelli Editore». E questo probabilmente è il riconoscimento più grande che si possa ricevere.

Quello che colpisce del lavoro di Recchioni è la vena creativa e la vastità dei progetti a cui partecipa direttamente o indirettamente. Orfani - è in edicola la terza ed in cantiere la sesta stagione - Battaglia, i classici con la Star Comics, il secondo romanzo dopo YA ed il primo, è notizia di questi giorni, dedicato a all’Orfano Ringo (entrambi usciranno presumibilmente a Lucca), Dylan Dog, di cui è curatore, la saga del Samurai, Hood – parte di un progetto Young in Bonelli, Monolith, film e fumetto, e molto ancora top secret.

Come ci stanno tutte queste cose in una sola vita? «Mi sveglio e mi occupo della cosa più urgente. E continuo così fino a notte fonda. Ci sono giorni in cui mi capita di lavorare su quattro o cinque progetti del tutto differenti, alcuni anche non fumettistici. La cosa che fa la differenza non è la gestione del tempo ma la capacità di passare da una cosa all'altra, senza eccessivi problemi».

Anni fa, in una chiacchierata alla Scuola del Fumetto di Genova, parlavo con Roberto di cosa, da lettori di Dylan Dog ci piacesse e lui aveva in testa il Dylan, tornato appassionante, che ritroviamo nelle edicole oggi.

Parlare in modo amichevole di come fare giocare la Nazionale e diventare Commissario Tecnico rappresenta un bel salto. «La cosa che mi ha colpito di più di Dylan – confessa - è il suo pubblico, che è quello di un fenomeno culturale di massa e non di un fumetto di successo. È una platea enorme e tremendamente disomogenea, che contiene al suo interno tutto e il suo contrario.

Confrontarsi con un pubblico del genere è difficilissimo e la prima cosa che devi accettare è che non riuscirai ad accontentare tutti, nemmeno quando sei certo di aver fatto qualcosa di veramente buono.

La più grande soddisfazione è il fatto che oggi Dylan è più in salute rispetto a qualche anno fa. E questa è una cosa buona sia per la Sergio Bonelli Editore, sia per il fumetto in generale».

Se Jonh Doe era l’origine come Orfani è il presente, il futuro è una macchina ipertecnologica che arriverà in edicola ed al cinema. Monolith. «È una sola idea che diventa due cose separate e distinte (un fumetto e un film). Un primo passo verso qualcosa di diverso». Il futuro del 2003 e del 2016, aspettando il prossimo.

di Francesco Cascione

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