Magazine Giovedì 13 marzo 2003

Intervista a Claudia Salvatori (parte 2)



Il tuo ultimo romanzo sembra una specie di passaggio verso una narrativa non di genere…
«Sembra. Fa parte di un lavoro sperimentale sui generi che non faccio solo io. Dilatarli, spaccarli, mescolarli, triturarli, fare in modo che non si comprenda quasi più che cosa è di genere e cosa no, e sfidare ogni definizione. Ho delle idee, che spero di realizzare, che forzerebbero il genere fino a renderlo qualcosa d'altro, ma non simile a quello che è oggi il "non genere". E poi io ho sempre creduto di fare libri, e in questi anni mi sono accorta che la gente crede che io faccia gialli, dando alla definizione di giallo un senso che mi offende. Dal momento che me ne sono stancata, vorrei passare al non genere soltanto per ottenere un po' di rispetto come autore».

Deve uscire qualcosa di tuo? Cosa?
«Hildegard von Bingen, la patria celeste perduta. Una fiction storica sulla grande mistica tedesca. Da Mondadori, entro gennaio. Il sorriso di Anthony Perkins, da Addictions, entro gennaio. Due libri da Tropea, Nessuno piange per il diavolo e Se mi ami nelle tenebre, che dovrebbero proseguire la serie iniziata con Sublime anima di donna. Date da destinarsi».

Come lavori? Dalla nascita dell'idea al modo di lavorare
«All'inizio c'è un'idea. Qualche cosa mi colpisce, e chiede di essere comunicato, trasmesso. Come ricevere la visita di uno spettro che non ci darà pace finché non lo avrai esorcizzato. L'idea sembra venire da sola. A volte mi chiedono dove le vado a prendere, come se le idee si andassero a prendere. L'idea arriva per strade sue, a volte basta avere pazienza e aspettarla. Scrivere è un po' un sabba e un po' un tentativo di controllo razionale dell'invasamento che ci prende. Un po' una malattia e un po' un'autoterapia. La scrittura è un mistero, come tutto quello che accade nel cervello umano. Non sappiamo perché abbiamo questo bisogno di ricreare la vita, non sappiamo cosa sia la creatività. Dean Koontz, scrittore americano di thriller, dice che scrivere è un atto contro natura. Secondo me, scrivere è restituire una violenza subita, un'attività che sarebbe superflua, se vivessimo in un mondo perfetto. C'è perciò sicuramente, all'origine, una specie di stupro, e l'idea è la risposta allo stupro, magari quindici anni dopo. Prima di cominciare a lavorare, preparo una scaletta, ma non densa, e non ferrea. Solo quello che mi basta per essere sicura di non dimenticare dati essenziali. Sono canovacci che hanno un senso soltanto per me, in genere, a meno che non debba presentare progetti e sinossi per qualche redazione. Poi mi affido alla memoria, che tratto come un contenitore da svuotare a mano a mano che vado avanti. Lavoro durante il pomeriggio e la sera, spesso fino alle ore piccole, con degli intervalli. In solitudine, e in totale concentrazione. Poche ore, nell'insieme, ma durante quel tempo mi spendo al massimo. Poi ci sono gli altri tempi, quando guardo film, o passeggio in campagna, o sono in treno, e allora le mie meditazioni ritornano sempre e comunque al lavoro. Non ho soluzione di continuità fra il lavoro e la vita. È uno dei pochi poteri che la mia condizione mi dà, come dice una canzone di non ricordo chi».

Che cosa vedi nel tuo futuro?
«Una cosa che mi piacerebbe realizzare è una specie di mia autobiografia creativa. Non raccontare i fatti miei, voglio dire, ma tutta la mia avventura professionale come si è svolta, con i suoi colpi di scena e apparenti contraddizioni. Sono stata la prima donna in Italia a mantenersi con la bassa manovalanza dei fumetti, tanto per cominciare. E poi c'è dell'altro... Ma perché questo interessi a qualcuno è necessario che prima passi per la televisione...».
di Antonella Viale

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