Magazine Giovedì 13 marzo 2003

In principio era il fumetto

di Antonella Viale

Claudia Salvatori, sicuramente la più famosa scrittice ligure con l’etichetta “noir” che, inevitabilmente, è riduttiva come ogni etichetta, sarà la guest star del corso gratuito di scrittura creativa che Andrea C. Cappi terrà sabato 15 alla Fnac (alle ore 15.30). Un po’ più di quarant’anni, minuta, all’apparenza calma sino alla laconicità, Claudia invece ci racconta una vita creativa alquanto avventurosa (leggi anche Leggi l'articolo .

Che cosa ti ha portato dalla sceneggiatura di fumetti al romanzo?
«È stato prima il romanzo a portarmi al fumetto, e in seguito il fumetto mi ha riportato al romanzo. Da ragazza volevo scrivere romanzi: ma c'era il problema italiano del lavoro collaterale, o di supporto, che mi permettesse di diventare romanziera. A un certo punto, mi sono resa conto che le carriere universitarie mi erano precluse, che all'assalto delle cattedre erano in decine e con un pedigree migliore del mio. Per qualche tempo ho pensato al giornalismo, carriera che non si addice molto a una che ama lavorare in completa autarchia. Poi sono arrivati i fumetti. Era l'inizio degli anni '80, e allora il fumetto era "artigianato". Si lavorava molto, come in una catena di montaggio, e non ti chiedevano appoggi, raccomandazioni, eccetera. Non era, cioè, un ambiente snob in cui occorre sapere quale forchetta usare (in senso intellettuale). Era perfetto per una figlia di operai come me. Molti disegnatori di fumetti (ma non scrittori) venivano da famiglie operaie; mi dicevano chiaramente che era la loro alternativa al lavoro in fabbrica. Mi ci sono buttata dentro in perfetta incoscienza, senza pensare al lavoro fisso, al futuro. Allora non c'erano le scuole di scrittura creativa, e i fumetti erano un modo per imparare a dominare il senso dell'intreccio, del ritmo, della musica narrativa. Per imparare a scrivere, insomma. Fumetti vuol dire poi, di conseguenza, dedicarsi ai generi. Ora, tra la mia formazione letteraria classica e i fumetti e i generi c'era (o sembrava esserci) una frattura, che andava ricongiunta. Negli anni '80 e '90 guardavo passare il fiume della narrativa non di genere per le librerie con una specie di doloroso stupore: non la capivo. Non capivo, cioè, come dalla grande tradizione letteraria europea si fosse arrivati a quello. Le nostre esperienze migliori, invece, sia nel realismo che nel fantastico, mi sembravano essere state sviluppate dagli americani secondo natura, cioè secondo le vere motivazioni per cui i libri dovrebbero essere scritti e letti. Contemporaneamente, c'era una tendenza (se mi passi il termine) italiana a giocare con i generi che mi pareva portatrice di fresche soluzioni artistiche. Questo è il motivo per cui ho abbracciato (e baciato) i generi».

E perchè hai scelto il noir un po' gotico?
«Non mi limito al noir un po' gotico, ma lo prediligo, sì. Come il thriller, che sfuma nell'horror non metafisico (o magari metafisico), che secondo me è un genere fantastico, quasi puro, in cui i serial killer sono orchi, e le vittime bambini in pericolo a volte più cattivi degli stessi mostri. Amo questi generi perché permettono di mettere in scena le radici oscure di quelli che noi chiamiamo conflitti sociali, politici, sessisti, razzisti, eccetera. Pensa a cosa ha fatto Dario Argento nel thriller italiano, la stessa cosa che ha fatto Leone con il western. Mi piacciono la violenza espressiva, i colori forti, la stilizzazione simbolica e quel premere continuo sul pedale del melodramma. Suscita quell'emozione di paura-e-desiderio dell'abisso che cerchiamo in una storia maledetta. Si tratta di commuoversi e commuovere».

di Antonella Viale

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