Magazine Lunedì 25 aprile 2016

Kobane Calling, Zerocalcare racconta la guerra in un fumetto

Kobane Calling

Magazine - Anni fa, ero studente, un mio compagno di classe, un po’ per gioco, forse per sfida ad una docente apparentemente cristallizzata, decise di rispondere ad un tema che chiedeva di commentare il presente – erano gli anni della guerra dei Balcani – attraverso le letture dei quotidiani, con il più improbabile di tutti: la Gazzetta dello Sport dell’allora direttore Candido Cannavò. Cosa centra lo sport con la guerra?

La guerra – questo il modo brillante in cui superò la presunta sfida – non è un fatto che trascende il quotidiano, ma ne diventa scenografia, è un morbo che avvelena ogni aspetto sociale. I campionati fermati, gli atleti che non sanno sotto quale bandiera parteciperanno alle olimpiadi, quelli morti combattendo mostravano un punto di vista inaspettato e per questo capace di essere più efficace di qualsiasi altro approccio istituzionale. Quel tema fu compreso e premiato.

È possibile oggi parlare di G8, di anoressia, di guerra, terrorismo ed ISIS usando il mezzo di comunicazione, il fumetto, apparentemente più leggero che ci sia?

Rispondere a questa domanda senza conoscere Zerocalcare ed il suo lavoro è impossibile.

Conoscerlo rende più semplice affermare che sì, il fumetto, anche quando dai toni adolescenziali e leggeri, è adatto a farlo e anzi, proprio in virtù dell’apparente contraddizione tra toni leggeri e temi forti, diventa efficace; trasmette un messaggio, pianta un seme che, leggero come una piuma, sviluppa alberi forti come querce.

Kobane Calling (Ed BAO, 230pp, 20 Eur) è un viaggio nel cuore di un mondo, sul confine tra Turchia, Iraq e Siria, che guardiamo da lontano, e che comprendiamo molto meno di quanto temiamo perché racconta in modo crudele tutto quanto ci faccia paura; la guerra, la discriminazione, l’odio e il male talmente puri che gli attori che ne sono protagonisti ci riportano alla memoria il terrore provato di fronte alle ombre, di notte, nelle nostre camere di bambini. Un mondo folle, nel quale quelle che a noi sembrano gabbie per canarini son espositori di teste mozzate.

Quando lessi per la prima volta del viaggio di Zerocalcare verso il Rojava, la regione curda al confine tra Turchia e Siria, era l’autunno 2014. Rimasi stupito per il coraggio, e l’incoscienza, di un autore che imparavo a conoscere ed apprezzare sempre di più ad ogni tavola, ammiravo il ragazzo che potendo scegliere qualsiasi tappa per una vacanza, scegliesse uno dei posti più spaventosi al mondo.

Ironia tagliente, sguardo disincantato e spirito critico maturo ed informato assieme ad un’innata capacita raccontare unite ad un senso civico ammirabile. Tutto in un ragazzo non ancora trentenne.

All’epoca del primo viaggio verso Kobane, Michele – Zerocalcare – Rech si stava affermando con Dimentica il Mio Nome, il romanzo che è arrivato a lambire il premio Strega. Era in un momento d’oro della sua carriera, nata tra autoproduzioni e locandine Punk.

Trovai, folle, coraggioso, e ancora folle quel viaggio, riassumibile in un sintetico ma efficace: ma chi cazzo glielo fa fare?

Difficile, in un primo momento, comprendere le ragioni di quel viaggio ma, dopo aver letto quanto prodotto da quello e dagli altri successivi, è stato un bene che lo abbia fatto, per lui che lo ha raccontato, per noi che lo abbiamo letto.

Un viaggio importante, verso una delle zone più importanti della Terra in questo momento storico: nella striscia tra la Turchia e il Daesh (che è il modo in cui in medio oriente chiamano l’ISIS), uomini e donne coraggiosi stanno combattendo e contemporaneamente cercano di ritagliarsi un piccolo spazio di mondo che reagisca alla barbarie con la civiltà.

Se dovessimo disegnare la Terra usando il compasso, la punta dovremmo metterla proprio sopra Kobane.

Noi, attraverso la finestra offerta da i mezzi di comunicazione di cui siamo fruitori, guardiamo soldati, tute nere, terrore, e teste tagliate. Viviamo l’orrore differito come di fronte ad un film. Proviamo terrore per quello che succede, ma, in una forma di contraddizione tutta Europea, restiamo diffidenti verso chi arriva. Alziamo muri invece che stendere mani.

Il primo viaggio di Zerocalcare divenne una serie di strisce, pubblicata su Internazionale e replicata con un secondo racconto qualche mese dopo.

Un resoconto toccante, da un posto a tre fermate di metropolitana da Kobane, che mostrava da un nuovo punto di vista, leggero ma affatto comico, quella realtà trasfigurata dalla paura.

Zerocalcare racconta di guerra, certo, ma anche di speranza. E quei mostri, l’ISIS, con le fattezze dei punk di Ken il Guerriero e con ai piedi le ciabatte di Lupin, ha cominciato a fare un po’ meno paura. Se li si riporta alla loro umanità grottesca, anche i peggiori incubi diventano più facile da affrontare. Chaplin, con Hitler, fece qualcosa di molto simile.

Zerocalcare, proprio come fosse un Charlie Chaplin del fumetto, ha un dono. Non è una questione di scrittura, eccellente, di disegno, che è personale, riconoscibile, semplice eppure ricco, della capacità di indovinare il ritmo corretto tra emozione e risata perché la prima sia più intensa e la seconda fragorosa, ma è nel modo in cui sa trasmettere tutto questo senza mai stonare.

Un volume di Zerocalcare è come una puntata di Scrubs, la serie sui medici del Sacro Cuore con protagonista JD; tra una risata e l’altra sale un nodo dalla gola agli occhi e le lacrime sono a loro agio tanto quanto le risate. Riuscire i questo è come una magia.

Le sue qualità, mostrate nella Profezia dell’Armadillo – un racconto tardo adolescenziale sul rapporto tra gioventù, amicizia e morte - la convivenza col rimorso del Polpo alla Gola, e l’elaborazione del lutto di Dimentica il mio nome, in Kobane Calling trovano sintesi e nuove dimensioni.

Il romanzo grafico, fumetto, volume, libro, coso – come fosse importante l’etichetta che ci si metta -, è una storia di viaggio e di crescita, di presa coscienza e di incontri; un reportage giornalistico al servizio del lettore, e che non cerca alcun sensazionalismo perché non serve. Per quello abbiamo già pessimo giornalismo fatto molto bene.

Il suo è un libro che racconta una necessità, perché quando le emozioni ti investono devi farle uscire, e se hai una penna è più facile

Se sei Remarque, e vivi la guerra dall’interno, scrivi Niente di Nuovo sul fronte occidentale, ma se il tuo linguaggio è il fumetto allora, quando ti trovi occhi negli occhi con chi combatte ogni giorno per affermare se stesso ed il proprio futuro, allora disegni Kobane Calling.

In ‪Kobane Calling, ancora una volta, ‪Zerocalcare mostra una capacità innata di essere leggero senza mai essere superficiale, di raccontare concetti non semplici in modo fruibile e di instaurare con il lettore una reciproca empatia. Lo leggi e lo senti amico, è inevitabile, e ne è dimostrazione la folla di persone disposte a spendere una notte di sonno per scambiare una battuta, un disegnetto, in una delle tante presentazioni del volume.

È straordinario il modo in cui risponde. Al servizio del suo lettore, dal primo all’ultimo della fila. Sempre.

Il suo è un libro capace di mostrare zone a cui guardiamo quotidianamente ma che facciamo fatica a mettere a fuoco.

Proprio come gli scrittori di inizio Novecento hanno fatto con la Grande Guerra, come Benigni con l’Olocausto, Michele Rech va al cuore della storia, ci porta dove, volenti o nolenti La Storia si fa e si muore; tutto questo lo racconta con scanzonata profondità, per questo è più Benigni che Levi, in modo onesto, strappando in modo naturale ora una risata, ora lacrima. Alcune pagine di Kobane sono divertenti, altre dure. Il finale fa male come un magone che non sale ma non vuole neppure scendere.

Zerocalcare non cerca la santificazione di chi ha compreso ed insegna, non propone risposte, nessun modello, né una nuova tappa di crescita new age – del tipo ‘cioè, ho trovato me stesso tra Kobane e Mehser mangiando lenticchie e bevendo chai’, ma pone domande:

Cosa sappiamo davvero di quel mondo, cosa di chi scappa, cosa dei paesi vicini? Cosa siamo disposti a fare per loro e per noi?

Racconta di un viaggio che pochi farebbero e molti di più sono quelli che non comprendono; in un mondo in cui è più facile il sospetto che la comprensione è facile trovare qualcuno che confonda la necessità di raccontare con la voglia di restare sotto i riflettori, come se il fatto che fare bene il proprio lavoro e guadagnare sia una colpa prima che un merito.

A pensarci tutto si risolve con la vecchia storia del dito e della luna, di un saggio che ammira l’astro e di uno stolto fissa falange, falangina e falangetta: Luna? quale Luna?

Un libro politico? Sì. Perché sono politiche le questioni che pone. Ed è perfetto. Perfetto da leggere, da regalare, da condividere ed approfondire. Uno di quei libri capaci di elargire molto più di quanto chieda.

Di quelli che sarebbe da diffondere nelle scuole assieme a Remarque ed Ungaretti per la Prima Guerra Mondiale, Levi per l’Olocausto e, ovviamente, alla Gazzetta dello Sport tutto il resto.

di Francesco Cascione

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