Magazine Mercoledì 13 aprile 2016

Maylis de Kerangal: Lampedusa e la tragedia dei migranti

Maylis de Kerangal 2010
© Wikipedia/ Siren Com

Magazine - Maylis de Kerangal ci parla dei suoi due ultimi romanzi, Lampedusa, in uscita a maggio per Feltrinelli, e Un chemin de tables (Un percorso tra i tavoli, titolo non tradotto), appena uscito in Francia, sulle vicende di un giovane cuoco.

Racconta del suo rapporto con la scrittura e la letteratura, che dice essere non impegnata perché «la letteratura è selvaggia, non deve tenere dei discorsi, ma deve creare delle sensazioni».

À ce stade de la nuit uscirà in maggio in Italia con il titolo Lampedusa, un nome che rievocava le vacanze estive, lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa e le immagini del film Il Gattopardo. Prima che la notte del tragico naufragio del 3 ottobre 2013 cambiasse la valenza del nome.

«Prima di tutto, è un libro che ho scritto per la collezione Paysages écrits (Paesaggi scritti) e ho subito pensato ai nomi dei paesaggi, alla toponimia, incominciando a riflettere sulla sorta di relazione che lega i nomi e i paesaggi. Sono partita dall’idea di prendere il nome di Lampedusa e vedere tutti i paesaggi contenuti nel nome stesso. Ed è vero che ha un paesaggio diverso dopo quella notte del 3 ottobre, ma già da molto prima, con l’inizio dei naufragi nel Mediterraneo agli inizi degli anni ‘90.
Mi sono resa conto che, quando sentivo il nome di Lampedusa, aveva cambiato di significato. Non designava più qualcosa legato alla finzione, allo scrittore che aveva dato vita a un libro, a un film sensuale e molto melanconico, alle isole del Mediterraneo che conoscevo, in particolare le isole Eolie dove vado molto spesso.
Quando sento il nome ora, non evoca più quella realtà, ma qualcosa di molto più tragico e drammatico, ovvero i naufragi di migranti attorno all’isola e la questione della violenza del mondo contemporaneo».

Il rapporto tra lettura e scrittura. Quanto ha contato Gli emigrati di Sebald, un autore che dice essere importante per lei e che nel libro parla della Shoah senza nominarla, nello scrivere Lampedusa?

«È un libro, infatti, che ho scritto dopo aver letto Gli emigranti di Sebald. Quello che è estremamente forte nella sua opera è di cogliere gli effetti degli eventi nel lungo termine, la storia di persone che decidono di uccidersi, a volte 20, 30, 40 anni dopo i fatti, come se la violenza di ciò che hanno provato le colpisse molti anni dopo. Non c’è la volontà di nominare i fatti, ma le conseguenze.
Nel mio libro c’è qualche cosa legato alla lettura di Sebald ed è l’idea di non menzionare in modo documentario e storico quello di cui si parla, ma essere nelle conseguenze di una notizia così inquietante e seguire il modo in cui la notizia si diffonde, in quella notte che ha trasformato la valenza del nome Lampedusa».

Nei suoi romanzi ha esplorato l’universo professionale dei cantieri (Nascita di un ponte), quello medicale (Riparare i viventi) e, nell’ultimo, quello della cucina. Scrivere diventa per lei anche confrontarsi con diversi mondi lessicali.

«Trovo che scrivere non sia solo raccontare una storia, ma c’è l’idea della precisione che si trova nell’utilizzo del linguaggio professionale. Per me, utilizzare un lessico tecnico non è contro la bellezza della lingua, ma, al contrario, conferisce alla lingua una dimensione di giustizia e, quindi, la rende bella. C’è anche una questione di etica, molto forte per me».

Riparare i viventi ha colpito subito l’immaginario di due registi che ne hanno fatto un’adattazione teatrale ed è diventato anche un film. Cosa pensa di questa nuova vita dei suoi romanzi?

«La vivo come una grande forma di gioia. Mi fa molto piacere vedere che ciò che si è creato alimenti altri gesti artistici e che il libro venga spostato in altri linguaggi, del teatro, del cinema e di altre forme. C'è anche molta curiosità sul film (che uscirà nelle sale francesi in autunno) di cui ho visto solo alcuni frammenti».

Desidero ringraziare Maylis de Kerangal per l’intervista realizzata il 9 aprile presso la Maison de la Poésie di Parigi (tradotta dal francese).

di Roberta Gregori

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