Magazine Lunedì 11 aprile 2016

Max Winson: lo sport e il mito in un fumetto

Max Winson

Max Winson di Jérémie Moreau (Bao Publishing, 2016, 328 p., 23 Euro)

Magazine - Ci sono sportivi che segnano in modo indelebile il tempo nel quale gareggiano, vincono e raccolgono le fantasie di milioni di appassionati.

Ogni generazione ha i suoi eroi e noi, come appassionati, uniamo il loro destino al nostro (per la serie lasciami stare, Valentino ha perso il mondiale), caricando i nostri miti di un mix di aspettative e responsabilità che allontanano loro e noi dal semplice gusto di partecipare, attivamente o come pubblico, ad una competizione per il gusto di farlo.

Jérémie Moreau, fumettista francese, il cui talento è stato già celebrato con quel piccolo gioiello intitolato La Scimmia di Hartlepool, parte dalla storia personale di uno dei più celebrati e amati sportivi di tutti i tempi, André Agassi, per regalare un’opera originale che parla di sport, sacrificio, passione e poesia.

Max Winson (Ed Bao Pubblishing 328 p., 23 euro) è un corposo volume a fumetti che attinge alla tecnica del manga sportivo (tipo Jenny la Tennista, o Mimì, oppure Holly e Benji), chiamato Spokon, per raccontare del più grande tennista della storia ma non solo; la vita di Max diventa occasione per riflettere su cosa si intenda per sport, cosa sia lecito, o accettato, per costruire un campione, e quali e quante siano le aspettative e le pressioni che il pubblico impone ai propri campioni.

Bastano poche tavole per ammirare come Moreau porti subito il lettore al centro dell’azione. Ha un tratto nervoso, con tavole ora scomposte, ora realistiche, ora grottesche, tutte al servizio della trama e dell’idea – raccontare intimamente Max Winson - che resta coerente fino all’ultima tavola.

L’approccio orientale, tradotto in un linguaggio europeo, non è fine a se stesso, non è un rimando autoreferenziale ma è una scelta linguistica necessaria, la sola che potesse conferire al racconto il giusto ritmo e mostrare al lettore, su tavole, quello che normalmente si può ammirare in Tv o dal vivo assistendo ad una gara dello Slam; cambi di campo, potenza e tecnica, e soprattutto due anime pronte ad affrontarsi in un duello nel quale non le spade o le pistole, ma racchette e palle sono le armi scelte. 15. 30. 40. Game. Set. Match.

Il volume è diviso in due parti, due temi, declinati attraverso i punti di vista dei vari protagonisti. Nella prima parte, La Tirannia, è immediato ritrovarsi nel rapporto dittatoriale che il padre allenatore instaura con il figlio – e questa parte è sì attinta a piene mani dalla biografia di Agassi – lo stesso concetto è esplorato ed esteso come a seguire i fili di una ragnatela. Tiranno è il Padre ma tiranno, sportivamente, è anche Max stesso.

Quando parliamo di campioni assoluti, spesso, rifacendoci ad una metafora originariamente ideata per il ciclista Eddie Merckx e riciclata per altri fenomeni, da Bolt a Schumacher passando per Valentino Rossi o Messi, si ricorre al termine cannibale; per Max Winson, Moreau sviluppa invece il concetto di tirannia.

Tiranno è il padre, lo è il suo agente, lo è il mondo nel quale è immerso. Max stesso è tiranno. Tiranno è il tennis stesso – l’incontro all’apice di questa fase del racconto è una pagina lirica - in un gioco di ruoli per cui tiranni e vittime si rincorrono continuamente.

La lettura scorre rapida, e il modo in cui vengono raccontati gli scambi tennistici ha un forza onomatopeica enorme. L’autore esplora l’animo di questo campione, vittima della sua stessa mitologia.

Conosciamo Max all’apice della sua carriera – è un campione assoluto, di quelli che fermano un paese quando scendono in campo - ma ne osserviamo soprattutto l’inevitabile caduta, intesa non come un viaggio verso il crepuscolo ma come una percorso iniziatico che separa la vittoria dallo sport.

Max che si ritrova ai piedi della sua statua rimanda al Rocky di Stallone; mitologia e uomo si incontrano e l’uomo resta comunque annichilito.

Max, assieme al lettore, deve azzerare se stesso per ritrovare il gusto del gesto sportivo come divertimento che non deve prevedere necessariamente una medaglia.

Lo sport diventa evento estetico, gesto paradossalmente fine a se stesso, che eleva l’animo e nobilita l’atleta molto al più di quanto faccia il gradino più alto del podio.

Se nella prima parte al centro della scena c’è la vittoria-tirannide, nella seconda è lo sport, la passione che torna protagonista; la dittatura lascia spazio al cambiamento e Max torna bruco per diventare farfalla.

Il volume si chiude così come si è aperto con una partita, una finale, ma se l’immagine del primo incontro è quella di un gigante contro un uomo avvilito, quello finale mostra due sportivi affini, innamorati dello sport che praticano e che lo interpretano non come mezzo per raggiungere una perfezione estetica, la vittoria diventa opzione, non ossessione.

Jérémie Moreau conferma il suo talento di narratore con una storia che carica di contenuti, ben sceneggiata e disegnata in modo magistrale. Colpisce come ogni tavola sia misurata con capacità in modo da rendere al meglio movimenti quando occorre e spessore quando necessario.

Un bel volume da leggere e riscoprire e che spiega, senza bisogno di ricorrere ad alcun artificio retorico, che lo sport non necessariamente è vittoria, ma soprattutto gioia di viverlo.

di Francesco Cascione

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