Magazine Mercoledì 30 marzo 2016

Giulio Einaudi: ce lo siamo dimenticato?

Giulio Einaudi
© Antonia Mulas - Foto esposta al Festival della Fotografia di Roma

Magazine - Gironzolando su Facebook a ora tarda trovo post spesso interessanti, mai gente che urla, si sbrodola, né guerrafondai o razzisti. Forse, senza rendermene conto, usando toni pacati, via via negli anni ho selezionato un bel parterre. Però ci sono persone che non visualizzo per tanto tempo, perché scrivono poco o perché non interagiamo mai.

Qualche sera fa si affaccia alla mia mente assonnata questo post di Edia Manente, collaboratrice di Giulio Einaudi: Marzo 2016: Palermo intitola a Enzo ed Elvira Sellerio il tratto di via Siracusa dove hanno sede la casa editrice e l'abitazione dei Sellerio. Milano intitola un parco a Franca Rame. Bologna, a fine mese intitola una piazza a Umberto Eco. Questi fatti hanno fatto a me, comune cittadina, molto piacere e, soprattutto, mi hanno dato molte emozioni. Allora penso che Torino potrebbe dare un grande segnale intitolando Via Biancamano (sede della casa editrice n.d.r.) a Giulio Einaudi (lasciando scritto ex via Biancamano): è un pensiero che trova concordi molte persone che hanno partecipato alla grande impresa culturale, non solo italiana, ma anche europea, e anche torinese. Beh, mi faccio promotrice di questa iniziativa, vi chiedo di firmare, se siete d'accordo: sarebbe molto bello che durante il Salone del Libro 2016 questa iniziativa potesse essere annunciata come conclusa positivamente. Un saluto a tutti, Edia.

Ho conosciuta Edia quando lavorava all’ufficio stampa di Einaudi, è entrata in casa editrice nel 1969, per passare a Garzanti nel 1995, e poi a Jaca Book. Non è post che scappa via nello stream questo e che viene assorbito nel sonno, è un post sul quale ti soffermi. Come mai Torino non ha ancora dedicato una via, una piazza, un corso a Giulio Einaudi? Ha fondato la casa editrice che più ha portato alla sprovincializzazione dell’Italia nel Dopoguerra, basta citare autori come Cesare Pavese, Italo Calvino o Natalia Ginzburg, che avevano la loro scrivania in via Biancamano. Lo dicono gli esperti, mai stare attaccati al cellulare prima di dormire. E hanno ragione. Il sonno se n'è bello che andato. Appoggio il telefono e mi metto a pensare a Giulio Einaudi, alle volte che ci siamo incontrati, a quello che mi ha dato, le sue parole sono stampate nella mia mente da allora.

Una persona straordinaria, non direi buona, ma con uno slancio vitale verso gli altri. Su Giulio Einaudi, la sua casa editrice, la sua vita, il rapporto con i suoi dipendenti e gli scrittori che gli circolavano intorno sono stati scritti fiumi di parole. Anche sulla crisi economica dell'azienda e l'assorbimento in Mondadori. La cosa, tra le tante che ha fatto e che ancora oggi mi colpisce è quel suo frequente viaggio in treno nei primi anni, quando ce n'era bisogno, da Torino a Milano, per infilare la posta nella buca delle lettere in Centrale e spedire la lettere agli indirizzi milanesi. Così facendo risparmiava sui francobolli, che costavano di meno per spedizioni all'interno della stessa città. È dalle piccole cose che si vedono le grandi persone, capaci di dar vita a dei sogni che a volte diventano veri. Per questo - nel mio piccolo - ora vorrei ricordarlo per come l'ho conosciuto. Tre episodi che mi porterò dietro per tutta la vita.


UN UOMO CURIOSO, NON GLI SFUGGIVA NULLA

Sono a Baja Beniamin, un ristorante sul mare tra Ventimiglia e la frontiera. Ho trent’anni o forse meno. Sono stata invitata per il Premio Hanbury, ho appena finito di scrivere l’articolo e sta per iniziare la cena. Mi guardo intorno spaesata. Vedo Nico Orengo e Francesco Biamonti accomodati ad una bella tavolata, che guarda il mare. Ho già una certa confidenza con i due scrittori che mi invitano a sedermi con loro. Intorno allo stesso tavolo Giulio Einaudi e Paolo Mauri, allora responsabile delle pagine culturali di Repubblica, insieme alla moglie. Tutti più grandi me, prestigiose penne del giornalismo e della letteratura, in più anche l'Editore. Cosa ci faccio io a questo tavolo? Mi propongo di stare zitta tutto il tempo. E con questo proposito comincio a bere il primo bicchiere, così per farmi forza. Loro chiacchierano, poi ad un certo punto il silenzio. Giulio Einaudi mi guarda. Io raggelo. Mi fissa dritto negli occhi. E se ne esce: dov'è il tuo fidanzato artista? Non è possibile, è vero che l'anno precedente abbiamo mangiato insieme a San Biagio della Cima - nel ristorante preferito di Biamonti - in una tavolata di più di 50 persone. E che aveva chiesto a Cesare e a me, chi eravamo e cosa facevamo nella vita. Ma come si fa a ricordare una cosa così, a un anno di distanza, un monumento della storia e della cultura italiana, che non solo ha conosciuto ma anche frequentato le migliori menti del Novecento? Alla sua veneranda età è ancora curioso di conoscere persone nuove, stuzzicarle, fare le sue sferzanti battute, dando anche confidenza. Vi potete immaginare. Io che volevo farmi piccina piccina e stare zitta, ora devo spiegare nel dettaglio la pratica artistica del mio compagno di fronte a tali commensali. Stuzzicati, tutti cominciano a pormi un vortice di domande. Io annaspo. Felice di essere lì, ma con il desiderio di scomparire.


TRASMETTEVA UNA FORTE MALINCONIA

Passa qualche anno, sempre intorno a un tavolo, a Bordighera, nel raffinato ristorante la via Romana. Il responsabile del Museo Biblioteca Bicknell, un posto davvero imperdibile, vorrebbe portarci a visitarla. È lì a due passi. Molti si alzano, ma Giulio Einaudi non ne vuol sapere. Insisto, gli narro la bellezza e la magia del luogo, gli descrivo la grande magnolia, mi guarda poco convinto. Ma si alza. Quando torniamo al ristorante, gli chiedo, ne valeva la pena vero? Mi guarda dritto negli occhi e sussurra: ho già visto tante cose nella vita, niente mi entusiasma più. Non credo fosse vero, penso fosse una persona che ci credeva ancora e tanto, però è certo che una forte malinconia trapelava spesso dal suo sguardo. Di dolori nella vita ne aveva avuti. Problemi familiari, così come il più caro dei suoi scrittori Cesare Pavese morto suicida: nel 1950 aveva scelto di farla finita in silenzio all'hotel Roma, rientrato a Torino dopo che erano appena stati insieme in vacanza a Bocca di Magra. E poi la bancarotta della casa editrice e il passaggio all'impero di Berlusconi. Chissà se questi erano i veri motivi di quell'ombra che a volte si rintanava nel suo sguardo. Chissà.


NON ERA UNA PERSONA DAI FACILI COMPROMESSI

Ora il terzo episodio, sempre a una cena collettiva dopo un evento. Della nostra tavolata siamo rimasti in tre. Francesco Biamonti deve accompagnare a casa l'Editore e me. Però ci stiamo godendo il rumore delle onde e il frinire delle cicale, parlando di letteratura di confine. Un momento perfetto. Francesco Biamonti, che quella sera è stato premiato, viene chiamato dal patron della manifestazione a sedersi al loro tavolo. L'organizzatore, per coccolare gli sponsor, comincia a narrare le virtù dello scrittore di San Biagio della Cima. L'Editore e io siamo rimasti soli, nella penombra. Lo vedo nervoso, scostante. Tutt'a un tratto sbotta: Laura, io mi alzo e vado alla macchina. Tu prendi Francesco e portalo via da quel tavolo. Quella gente deve tirare fuori i soldi per la cultura senza costringere gli scrittori a fare i giullari. Detto fatto si alza. Io mi avvicino al tavolo incriminato, mentre stanno brindando alla salute dell'Angelo di Avrigue, il primo libro di Biamonti, saluto e dico: Einaudi è molto stanco, vuole andare a casa, ci sta aspettando fuori. Vi saluta ma vuole andare via. Francesco imbarazzato si alza. Una volta in auto si becca il cazziatone del suo Editore. Si volevano bene, però.

Cosa voglio dire con queste cose che ho raccontato? Niente, sono solo emozioni. Persone molto più titolate di me hanno detto e scritto cose ben più congrue sul più grande tra gli editori.

Ebbene mi pare un piccolo ma importante segno intitolargli via Biancamano. In quei corridoi sono passate le menti più lucide di tutto il mondo. E Giulio Einaudi ha saputo cogliere il momento giusto per creare una formidabile casa editrice, che ha forgiato milioni di persone. Allora ci vediamo tutti presto in via Giulio Einaudi, già via Biancamano, per l'intitolazione? Magari durante il Salone del Libro. Vero Edia?


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