Magazine Mercoledì 23 marzo 2016

L'Italia? Sono tornata in Norvegia dopo 11 anni. A malincuore

Marianne Heier
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Magazine - Marianne Heier, artista norvegese, è tornata in Italia per l'inaugurazione della sua mostra, curata da Francesca Comisso, alla galleria Peola di Torino.

Prima di raccontare il suo lavoro, vorrei parlare di lei, e della sua storia, del suo compagno, Marco Vaglieri, un bravo artista, e della piccola Irma, una bambina che se la conosci non ne puoi più fare a meno. Anche perché in questi giorni terribili, mi pare bello raccontare storie di un'Europa che c'è e che ce la fa.

Sono gli anni Novanta. Marco vive a Milano, sta con Marianne e lavora come illustratore e infografico per il Corriere della Sera, da freelence, ma è soprattutto un artista di valore. Tra i suoi lavori che preferisco, un video in cui abbraccia sconosciuti per la strada, una pratica che poi si è diffusa, ma lui è stato un pioniere. Lo incontro spesso, stiamo a chiacchierare fino a tardi nelle notti milanesi, insieme al mio compagno artista pure lui. Spesso si lamenta su come sono squallidi i rapporti di lavoro al Corsera. Ogni buon freelance lo sa.

Marianne dopo 11 in Italia, nel 2000, se ne torna in Norvegia, è troppo difficile vivere in Italia, anche per i migranti del Nord Europa. La loro storia finisce.

Il tempo corre, da un po' siamo precipitati nel nuovo millennio. Marco è in montagna, riceve una telefonata: è Marianne che gli chiede se vuole fare un bambino con lei. In Norvegia ha avuto altre storie, ma nessuna così intensa e straordinaria come quella con Marco. Marianne gli fa sapere che lo farebbe in ogni caso, attraverso le nuove tecnologie, in Danimarca, dove si può. La sua intenzione è anche crescerlo-a da sola, però almeno vorrebbe metterlo al mondo con una persona che ha amato. Marco di primo acchito rimane esterrefatto, ma poi accetta e comincia a volare su Oslo, per mettere a punto la 'strategia'. Così viene al mondo Irma, una bambina stupenda. E Marco abbandona l'Italia e il maledetto Corsera. Per stabilirsi in Norvegia con Marianne e Irma.

Una vita faticosa agli inizi, per lavorare devi sapere la lingua, ma dopo tanti lavoretti precari, finalmente l'anno scorso, udite bene, all'età di 55 anni, viene assunto con un contratto a tempo indeterminato dalla televisione di Stato, dove fa quello che faceva al Corriere. Se l'arma vincente è la competenza, se sei bravo, ti acchiappano subito. Ora non sto a raccontare la qualità della vita sul lavoro, il rispetto tra colleghi, la solidarietà, il senso della condivisione. Agli antipodi rispetto all'Italia.

Ebbene sono stata a trovarli due volte in questi ultimi 5 anni. Tra di loro parlano italiano, Marianne scrive benissimo nella nostra lingua, ma è bello ogni tanto sentire le sonorità del norvegese, quando parla con la bambina. Oslo è una città davvero in fermento. Viva. E Irma sta crescendo benissimo.



LA VERSIONE DI MARIANNE

Amo molto l'Italia. Come tutti i grandi amori ovviamente ha dei lati difficili. Ma la ricchezza estetica della cultura italiana non ha uguali.

Però per me era diventato difficile vivere a Milano. Lavoravo ma, essendo 'extracomunitaria' - la Norvegia non ha mai aderito all'Unione Europea - non venivo quasi retribuita. A volte passavo giorni senza poter comprare da mangiare. Andavo al lavoro a piedi perché non avevo i soldi per il tram. La vita per gli stranieri in Italia è dura. Non avevo né famiglia né radici e così non ce l’ho più fatta. Ora ci torno volentieri per le vacanze o a trovare la famiglia di Marco. Non credo che ci torneremo più a vivere.

La Norvegia è una società più equa, e i soldi sono distribuiti meglio. Fare l’artista è più facile, almeno in termini di sopravvivenza. È un bellissimo Paese, ma ha una natura e una cultura meno ospitali dell’Italia. Mi mancano molto l’arte, la bellezza, la cucina, il modo di scherzare degli italiani, il profumo di sugo al pomodoro nelle scale dei palazzi. E una certa qualità estetica della vita che non ho trovato da nessun’altra parte. E la lingua italiana, così ricca, flessibile e follemente creativa.

Irma è senz’altro la storia più bella della mia vita, è risultato di un grande amore, che però non sempre ha avuto condizioni facili. Dopo essere tornata in Norvegia, mi sono lasciata con Marco. La distanza era troppa, e la vita complicata. Siamo rimasti amici, anche se non avevamo mai smesso di amarci. Abbiamo dovuto accettare che l’altro vivesse delle relazioni e che tra di noi certe porte si fossero chiuse.

Ho avuto altre storie, ma mai realmente importanti, e a un certo punto mi sono stufata. C’erano tante cose che volevo fare! Tra cui, un figlio. E ho pensato che l’avrei fatto da sola. Alla fine, però, ho pensato che sarebbe stato bello offrire al bambino la possibilità di avere due genitori, anche se non avessero vissuto insieme. Non è una cosa semplice da chiedere a un uomo, però. Alcune mie amiche, molto generose, mi hanno persino offerto la partecipazione dei loro mariti, ma alla fine l’unico a cui mi sentivo di poterlo chiedere era Marco. Ho pensato che ne avevamo già passate tante insieme. E che la nostra amicizia avrebbe retto sia se lui avesse accettato, sia se mi avesse detto di no. Così l’ho chiamato, e gli ho chiesto se era disposto a fare un figlio con me. Non mi aspettavo che partecipasse in nessun modo alla vita col bambino, ma ovviamente stava a lui decidere. Marco ha chiesto di poterci pensare un pochino e poi ha accettato. Irma, nostra figlia, ci ha messo un bel po’ ad arrivare, però, nell’attesa del suo arrivo abbiamo scoperto che stavamo veramente bene insieme. Quando lei è arrivata, nel 2008, Marco si è trasferito con noi a Oslo, perché voleva fare il papà di Irma. Ora siamo sposati.

E non siamo tornati in Italia, perché è più semplice crescere un bimbo in Norvegia. Abbiamo delle strutture per l’infanzia più sviluppate. In più non era un gran momento in Italia, la crisi si faceva sentire, e la situazione lavorativa di Marco peggiorava di giorno in giorno. In Norvegia lui ha intrapreso con grande coraggio e pazienza il percorso di integrazione. Ha ricominciato da zero e ora lavora per la radiotelevisione statale come infografico e illustratore. È andata molto bene, ma ci sono stati momenti difficili. Ha dovuto imparare una lingua completamente nuova e adeguarsi a una cultura diversa. Emigrare vuole sempre dire lasciarsi dietro una parte di sé, vuol dire perdere temporaneamente il controllo. Non è mai un processo facile.

Ci sono molti italiani in Norvegia, alcuni arrivati di recente per colpa della crisi. Cercano nuove possibilità. L’incontro con un altro paese presenta dei problemi da risolvere. Però in generale gli italiani sono amati.



MARIANNE RACCONTA LA SUA MOSTRA IN CORSO A TORINO

(Galleria Peola, via della Rocca 29, chiude il 25 marzo).

Consiste di tre lavori: Saga Night del 2008, Diamond del 2012, e Onepercenter del 2015. Sono video, ma possono essere intesi come testi o performance. Sono tre riflessioni sull’economia contemporanea, vista dalla posizione privilegiata della Norvegia. Sono interessata a come viene distribuito il valore nella società, e tutti e tre i lavori sono ispirati a recenti cambiamenti economici. In Saga Night (2008), con i miei soldi ho donato un pezzo di strada asfaltata a un museo etnologico all’aria aperta a Lillehammer, vicino a Oslo. Un gesto che voleva mettere in evidenza il boom economico norvegese, prodotto dai ritrovamenti di petrolio nel Mare del Nord, evento fondamentale che il museo (e forse spesso anche la cultura norvegese più in genere) aveva dimenticato di includere nella rappresentazione della storia del nostro Paese.

Mi interessa il concetto di dono, che spesso viene frainteso, si pensa al dono come espressione di bontà, generosità e benevolenza. Tutto questo può essere vero, ma il dono in realtà è anche un legame potente, finché non viene restituito il ricevente rimane indebitato. L’economia del dono, la cui caratteristica principale è quella della circolazione di risorse, contrasta col capitalismo, che si basa sull’accumulazione. Questi due modelli sono in conflitto, e trovo interessante il fatto che convivano nella nostra cultura. Esistono potenzialità politiche e sociali non sviluppate nella nostra socialità, cosa che mi rincuora.

Ho sempre trovato difficile il mondo dei numeri, l’economia è un linguaggio per afferrare il mondo, un sistema che permette il commercio di merce e servizi, di oggetti e gesti. Un linguaggio che non si limita alla descrizione del mondo, ma lo forma sempre di più. È un sistema per certi versi molto efficace, ma che ha anche dei costi altissimi.

Ci sono alcune cose però che non possono essere descritte, in maniera soddisfacente, attraverso questo sistema. L’arte è una di queste, l’amore e la vita stessa anche. Un mondo descritto solo attraverso il 'buon senso' (che buon senso spesso proprio non è) della finanza è un mondo inumano. Ne vediamo i contorni tutti i giorni, mi spaventa, e mi sembra importante cercare di contrastare il più possibile il suo impatto sulla vita.

Tra i miei lavori considero importanti anche Construction site e Permanent Installation, tutti e due del 2006, dove attraverso doni finanziati dai miei risparmi, e regalati a rappresentanti del sistema dell’arte più potenti e ricchi di me, ho messo in discussione la gerarchia, spesso un po’ ipocrita. Al momento sto lavorando a una performance che traccia le origini della democrazia, attraverso la scultura della Grecia antica, con un'attenzione alle potenzialità non sviluppate del modello democratico. Spero di portare questo lavoro in Italia nel 2017.

Un mio augurio: ti aspettiamo di nuovo a braccia aperte Marianne. E speriamo che anche Marco possa riabbracciare l'arte contemporanea. L'Italia vi ha perso, un vero peccato, ma la amate e questo vorrà ben dire qualcosa.

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