Magazine Martedì 8 marzo 2016

Come studiare? Ci vuole metodo!

Studiare
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Magazine - Posta del cuore anomala oggi, care e cari. Mi sono sono scritta - per vostro conto - e mi sono risposta. Ho ricevuto così tante mail sui problemi di rendimento scolastico, che ho cercato una soluzione possibile di tipo pratico e mi sono rivolta a Carmen dal Monte, docente di estetica e di storia della comunicazione scientifica. Insieme alla sua équipe di ricercatori, dal Monte ha aperto diverse scuole in cui si insegna a studiare oppure a insegnare in sette lezioni. Sul sito 123imparoastudiare.it ci sono i programmi che, già di per loro, possono dare suggerimenti metodologici a persone molto determinate al recupero. La scuola di dal Monte è anche su Facebook. Mentre le sedi sono a Bologna, Bergamo, Ferrara, Milano e Roma.

Qui sotto le ho fatto qualche domanda e chiesto consigli base.

Secondo dal Monte: «La problematica del metodo di studio è sentita molto più che in passato da genitori e insegnanti, perché molto spesso le metodologie didattiche della scuola non sono aggiornate rispetto alla molteplicità di fonti e possibilità di approccio che hanno i ragazzi verso le conoscenze, quindi è connessa alle nuove tecnologie, che il nostro metodo utilizza in modo pervasivo. Nuove tecnologie significa anche utilizzo della rete, ma non solo».

Chi ha più problemi oggi?
«In primo luogo i ragazzi che si avvicinano alla scuola superiore, perché la media non offre una metodologia efficace di approccio. Ci sono tre step differenti per i ragazzi, che corrispondono ai passaggi da un grado all'altro della scuola. Perché non hanno metodo di studio. Questo spesso comporta bocciature o abbandono scolastico nel biennio delle superiori - che in Italia è molto alto - e anche chi non arriva a questi estremi, non è in grado di fare altre attività oltre allo studio».

A me però scrivono universitari...
«Perché più o meno si arranca ma, quando si arriva all'università, ci si trova nella situazione peggiore, anche perché non c'è più l'obbligo di frequenza. Che aveva una funzione di supporto, insieme alla presenza della famiglia. Anche l'abbandono universitario è molto rilevante, così come i calo delle iscrizioni (20% in meno solo alla Sapienza)».

Perché oggi si sente il problema al punto da creare la domanda di corsi sul metodo, mentre in passato gli studenti dovevano risolverlo da sé?
«Si è sempre sentito. Ma in passato l'offerta della scuola superiore era estremamente diversificata, ora la maggior parte degli studenti (il 50%) si iscrive il liceo, anche perché gli istituti professionali e tecnici non sono più visti come una seria preparazione al lavoro. Se il 50% degli studenti si iscrive al liceo, gli insegnanti si trovano in classe ragazzi che magari avrebbero fatto un'altra scelta e non sono preparati a uno studio solo teorico e solo testuale. In passato c'era una minoranza di studenti, che sceglievano tra due licei, oggi la scelta liceale è molto più diversificata. Oltretutto la nostra scuola è ancora basata sulla conoscenza, non sulla competenza: nessuno insegna ai ragazzi a prendere appunti o a cercare parole chiave all'interno di un testo».

Andiamo al sodo: come insegnate a studiare?
«Abbiamo preso tutto quello che va sotto alla parola studio e l'abbiamo suddivisa nei vari momenti: stare attenti a scuola, prendere appunti, riconoscere la struttura del discorso e, a casa, leggere o ripassare o fare esercizi scritti. Ognuno di questi elementi richiede più o meno attenzione e concentrazione. A tutti questi elementi abbiamo assegnato tecniche precise, che personalizziamo a seconda delle capacità e dei talenti dei ragazzi che abbiamo davanti. Questo è un lavoro che non solo la scuola non fa, ma che non potrebbe neanche fare. Gli insegnanti non sanno spiegare come si studia. Ognuno di loro è convinto che la materia si studi in un certo modo: il proprio».

Il problema quindi è che non si insegna a insegnare?
«Più che altro non si insegna la comunicazione scientifica. Infatti abbiamo anche corsi per insegnanti che si chiamano proprio Comunicazione scientifica (o didattica) efficace. Li teniamo anche a docenti universitari, che sono stati i primi a porsi il problema».

Qualche consiglio per i miei lettori in crisi?
«Certo, allora, in primo luogo una buona gestione del tempo: suddividere lo studio in momenti precisi, procedendo per obiettivi raggiungibili di volta in volta. Poi, saper staccare, proprio come il lavoro anche nello studio sono importanti le pause, le vacanze, i momenti in cui si fa altro».

di Antonella Viale

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