Magazine Martedì 1 marzo 2016

Los Angeles 1992, i Giorni di Fuoco di Ryan Gattis

Los Angeles
© Shutterstock

Magazine - ERNESTO VERA
29 APRILE 1992
20:14

Sono a Lynwood, South Central, da qualche parte fra Atlantic e Olanda, e sto mettendo la stagnola sulle vaschette di fagioli rimaste intatte dopo la festa di compleanno di un ragazzino, quando mi viene detto di andare a casa in anticipo e che probabilmente domani non devo tornare al lavoro. Forse anche per una settimana. Il mio capo è preoccupato che quello che sta succedendo sulla Route 110 arrivi fin qui. Dice soltanto: «Quella storia a nord», ma vuole dire dove la gente sta dando fuoco a tutto e spacca le vetrine dei negozi e si fa pestare. Sono tentato di ribattere perché i soldi mi servono, ma siccome sarebbe inutile non spreco il fiato. Sistemo i pacchetti di fagioli nel frigorifero del camion, afferro il giaccone e me ne vado.

Nel pomeriggio, quando siamo arrivati qui, io e Termite – questo tizio con cui lavoro – abbiamo visto il fumo, quattro torri nere che salivano come i pozzi petroliferi in fiamme nel Kuwait. Forse non così grandi, ma grandi. Il padre mezzo sbronzo del bambino festeggiato si è accorto che le stavamo guardando mentre apparecchiavamo i tavoli e ha detto che era perché gli sbirri che hanno picchiato Rodney King non finiranno in galera per quello che hanno fatto, e cosa ne pensavamo noi? Cazzo amico, certo che non eravamo contenti, comunque non è una cosa da dire al cliente del capo! E poi sì, era proprio una vera ingiustizia, ma che cosa c’entravamo noi? Stava succedendo da un’altra parte. Qui stiamo zitti e lavoriamo.

Lavoro sul camion della Tacos El Unico da tre anni. Qualunque cosa ordini, io te la servo. Al pastor. Asada. Nessun problema. Facciamo anche una buona cabeza, se ti gira. Altrimenti c’è lengua, pollo, quel che ti va. Insomma, ce n’è per tutti. Di solito parcheggiamo vicino al nostro stand tra Atlantic e Rosecrans, però certe volte facciamo feste di compleanno, anniversari, di tutto proprio. In questi casi non siamo pagati a ore, perciò sono felice quando si finisce prima. Saluto Termite, gli dico di non farsi vedere la prossima volta se prima non si è lavato bene le mani, e me ne vado.

Se cammino svelto sono a casa in venti minuti, quindici se prendo il Boardwalk che passa fra le case. Non è una passerella come quella di Atlantic City o simili. È solo un vicoletto di cemento in mezzo alle case che serve da passaggio pedonale fra la strada principale e il quartiere. È la nostra scorciatoia. Come direbbe mia sorella, «la gente l’ha sempre usata per seminare gli sbirri». Prosegui fino in fondo e ti trovi dritto sull’Atlantic. Se invece vai in su sei in mezzo alle case, strada dopo strada. È così che faccio io. Vado in su.

Quasi tutte le luci delle verande sono spente. Anche quelle dei giardini sul retro. In giro non c’è nessuno. Nessun suono familiare. Niente vecchi successi alla radio. Nessuno che aggiusta una macchina. Quando supero le case, sento soltanto le tv accese, e tutti i conduttori parlano solo di saccheggi e incendi e Rodney King e i neri e la rabbia, e è okay, comunque, perché io sono concentrato su altro.

Non fraintendetemi. Non è che mi lascia indifferente o roba del genere, ma io mi occupo soltanto delle cose di cui devo occuparmi. Se cresci nel mio quartiere, dove c’è un negozio di armi che vende pallottole a venticinque centesimi l’una a chiunque abbia cattivi pensieri e un quarto di dollaro, potresti finire come me. Non stanco o incazzato o altro, solo concentrato. E in questo momento sto contando i mesi che mi mancano per potermene andare.

Due dovrebbero bastare. Due e avrò risparmiato i soldi sufficienti a comprarmi un altro mezzo. Niente di esagerato. Solo una cosa per andare al lavoro e ritorno senza dover fare a piedi queste strade. Capitemi, io sto a cucinare ricette altrui da una vita, ma non è che voglio continuare per sempre. Quando avrò una macchina mia andrò a Downtown e chiederò di diventare apprendista di cucina all’R23, questo sushi bar pazzesco proprio in mezzo a un quartiere da dove un tempo usciva la maggioranza dei giocattoli prodotti al mondo, però adesso i magazzini sono tutti vuoti e a fare i giocattoli è la Cina.

Copyright © Ryan Gattis 2015
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© 2016 Ugo Guanda Editore S.r.l., Via Gherardini 10, Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

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