Magazine Mercoledì 17 febbraio 2016

Tanti auguri per i tuoi 76 anni, Fabrizio De Andrè

I dischi di Faber e il quaderno a quadretti
© Laura Guglielmi

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Magazine - Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi, la cantavo a squarciagola da adolescente La città vecchia. Avevo in casa tre LP delle canzoni di Fabrizio De Andrè. Trascorrevo ore, di pomeriggio a analizzare i suoi testi, che sembravano venir fuori dalla tormenta. A studiare non ci pensavo nemmeno.

Fermavo il disco, alzando la testina. E trascrivevo le strofe una dietro l’altra, a capo chino, con quelle parole che mi si conficcavano in testa, facendomi pensare a quante cose c’erano da cambiare, in questo mondo di cui cominciavo a capire i contorni. Storie tristi, che parlavano di morte e di guerra: Sparagli Piero, sparagli ora, e dopo un colpo sparagli ancora. Mi straziavano e allo stesso tempo erano una calamita, quelle storie: Mentre attraversavo London Bridge un giorno senza sole vidi una donna pianger d'amore, piangeva per il suo Geordie. Conservo quel quaderno, è a quadretti, con la copertina rigida a scacchi e rombi rossi. Le parole sfilano ancora uno dietro l’altra in stampatello. Mi ci sono rovinata gli occhi, sembra un ricamo a guardarlo oggi. Me lo sono trascinato dietro in tanti traslochi. Sono passate tante lune.

Non ero sicura se il pescatore si fosse comportato bene, non facendo la spia ai gendarmi, come avevo qualche dubbio su Bocca di Rosa. Mai stata bacchettona, ma una che arriva a Sant’Ilario e si fa delle storie con tutti i maschi del paese, non è così bello per le signore, o no?

Fabrizio ha scandito quel periodo difficile, ma anche gioioso della mia vita. Nata a Sanremo, dopo il diploma ho vagabondato per l'Europa, per poi finire a Genova. Ho vissuto per quindici anni nella città vecchia, in Vico Angeli e in Vico Torre Vigne, con le graziose fuori dal portone, diventate poco a poco parte del mio paesaggio emotivo: Se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per mano. Mi sono fermata a Genova perché mi sono innamorata dei suoi vicoli multietnici e interclassisti. Fabrizio, l’ho capito da un po’: sei tu il motivo per cui ancora vivo in questa città malefica e stupenda.

Sfogliando ora quel vecchio quaderno a quadretti, mi imbatto anche in Lilly di Venditti, quanti amici miei se ne sarebbero andati via per percorsi senza ritorno con l’eroina, oppure Compagno di scuola, che racconta le lotte studentesche della generazione precedente alla mia. O Radici, La locomotiva, Piccola città, Incontro, Il Vecchio e il Bambino, Fantoni Cesira di Guccini o Non diventare grande mai, Scuola o Zucchero di Finardi. Poi De Gregori, Branduardi e Bennato. Tutti più chiassosi o estroversi del genovese De André.

E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa / Nell'imbuto di un polsino slacciato./I miei amici ti hanno dato la mano,/li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano. Questi versi di Faber, mi chiedevo, cosa vorranno mai raccontare, anche questa ragazza si droga, come Lilly? Però era di più difficile comprensione, il testo di Faber rimaneva come sospeso, in un tempo che scappava in altre epoche. E le mie fantasie cominciavano a seguire percorsi imprevisti.

Il 18 febbraio, avresti compiuto 76 anni. Non saresti ancora vecchio vecchio, dicono che si viva più a lungo. Chissà come sarebbe Genova e l'Italia se tu fossi ancora vivo, chissà che testi avresti scritto, cantato e suonato se non fossi morto un anno prima dell’inizio del Terzo Millennio. Chissà se abiteresti nella casa che avevi comprato al Porto Antico. E dove saresti a festeggiare il tuo compleanno.

Quaggiù ci sono un sacco di guai, molti di più di quelli che hai lasciato. Il Festival di Sanremo esiste ancora, ma le canzonette non sono più quelle di un tempo. Anche il Tenco è sopravvissuto nonostante tutti i tagli. Mi ricordo ancora quando ti ho incontrato, nel 1984 a Sanremo, avevi vinto la Targa Tenco Album dell’anno, con Crêuza de mä. Mi ero imbucata nel tuo camerino nei meandri dell’Ariston. E finalmente avevo di fronte la persona che mi aveva costretto a trascorrere interi pomeriggi china su un quaderno a quadretti. Non sono la tipa che invade la privacy, ti ho solo dato la mano, tu mi hai sorriso, con uno sguardo lontano, chissà in quali storie eri immerso.

Tanti anni dopo sono diventata amica di Don Gallo, che mi ha molto parlato di te. Lo avevi stregato, eravate dalla stessa pasta. Potrei riassumere il suo pensiero e il suo stile di vita in una tua strofa: dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior.

Ora ho in mano i tuoi LP polverosi e macchiati, la tua foto sbiadita, e anche il libro su di te che ha curato Pepi Morgia, che cara persona, anche lui non è più tra noi. Dalla cattiva strada al Cantico degli Impiccati, però è La città vecchia che, come ho già detto, mi ha cambiato la vita. In questa canzone canti la Genova degli anni Sessanta. L'hai scritta che avevi 22 anni, ma il tuo modo di pensare non è mai cambiato: «Ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell'errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l'errore», dicevi due anni prima di morire.

E il succo della Città vecchia è tutto nell'ultima strofa: Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo.

Oggi ci sono migliaia di profughi che bussano alle nostre porte. La storia è sempre la stessa, si ripete e si avvoltola su se stessa. Grazie Fabrizio per esserci stato. Buon compleanno.

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