Magazine Mercoledì 3 febbraio 2016

Io dormo da sola: in Sardegna un diario dal passato

Donna
© Shutterstock

Io dormo da sola (Newton Compton, 2015, p.242, prezzo 8,42 Euro)

Magazine - 13 luglio

Io ci provo a prendere il meglio da ogni cosa, ma non sono sicura di riuscirci sempre. E non vorrei deludere papà. Anche se è un po’ difficile deludere una persona che non vedo da mesi. A pensarci bene, proprio dal giorno in cui mi ha detto che in ogni cosa c’è del buono e io devo essere brava a scovarla. È stato da quel giorno che non ha più voluto incontrarmi. Per un motivo o per un altro, non riesco mai a vederlo. E mi manca. “Cerca di prendere il meglio da ogni cosa”: devo considerarlo il suo ultimo regalo e ne devo fare tesoro. Mi convinco che anche nelle cose più terribili c’è qualcosa di buono e mi impegno a cercarlo. Allora, vediamo, questa casa per esempio, questo vecchio e imponente maniero, una cosa di buono ce l’ha, ed è proprio la mia camera da letto. L’immenso caminetto dove mi diverto a recitare la favola di Cenerentola è qui, creato appositamente perché io vi sieda di fronte a leggere. Mi piace, quando è acceso, che la fiamma mi bruci la schiena mentre i piedi nudi combattono con il freddo del pavimento. Mi piace poggiare la testa sulla mensola di legno e dondolarmi. E il mio letto? Che dire di questo gigantesco letto a baldacchino con i suoi tendaggi azzurri! Meno male che è così grande: non corro il rischio di cadere durante le mie notti più agitate. Io di inquieto e irriverente ho anche il sonno. Ma la cosa più bella di questa stanza è la terrazza. È una meraviglia che sembra sospesa sul mare, come se attraversata la balaustra potessi entrare direttamente in acqua. Io la preferisco di notte. In notti come questa, per esempio, quando il cielo riveste ogni cosa, il mare non riesci a vederlo, ma lo senti, sai che è lì. E io posso goderne, da qui. Chiudendo gli occhi e lasciando che la brezza che porta il suo profumo arrivi fino alla pelle, per oltrepassarla. La mia camera da letto! Qualcosa in questa casa di cui possa dire “mia”. E ne sono gelosa, fino all’inverosimile. Non voglio che ci entri nessuno, neanche per riordinarla. Faccio da sola. Anche lui sa che non deve entrarci. È un patto tacito, un accordo stipulato silenziosamente, l’unica concessione che mi ha fatto in un raro slancio di generosità. C’è la sua, di camera, quando vuole prendersi ciò che dice gli spetti davanti a Dio. In questa no. Il sonno è troppo sacro e intimo per dividerlo con chiunque.

E io dormo da sola.

Accarezzai con lo sguardo tutta la stanza, poi mi abbandonai sul letto. Sopra di me le travi scure, segnate da mille piccole spaccature, stanche ma allo stesso tempo fiere del lavoro svolto durante tanti anni. Mi trovavo nello stesso luogo dove erano nati i pensieri che stavo leggendo. La immaginai lì, tra il camino e la portafinestra, con il diario tra le mani e la penna tra le labbra, a cercare le parole giuste. Poi la vidi buttarsi sul letto, sbuffare, rialzarsi e sedersi sullo scalino del camino, in attesa. Chissà quante lacrime aveva versato in quella stanza, quanti dispiaceri aveva dovuto digerire lentamente e con quale foga aveva graffiato parole di sconforto su quel diario! Mi trovavo nel sacrario di quella donna, dove neanche la dispotica figura del marito aveva osato entrare. Mi sentii alla stregua di chi, da dietro i vetri di una finestra, si attarda a spiare una donna che si spoglia e si guarda allo specchio. Ma un diario, pensai, non si scrive per essere letto? Una porta non si chiude per essere aperta? E una donna non si mostra pudica per abbandonarsi, alla fine, tra le braccia dell’uomo che ha scelto come suo compagno? In quel momento, il destino aveva scelto me. Mi aveva investito della carica di spettatore e di confessore.

Io e quella donna stavamo vivendo la nostra storia su dimensioni parallele e non ci saremmo potuti incontrare mai. Era giusto il luogo ma non il tempo. Mi girai sul lato destro e continuai a leggere.

14 luglio

I rami di quest’albero sono talmente intricati che il sole fa fatica ad attraversarli. Si stringono l’uno all’altro in un abbraccio che parla di complicità e protezione. Insieme sfidano il cielo e lanciano il loro sguardo al mare, là sotto. Oggi si muore di caldo. Ovvio che sia così, del resto, siamo a metà luglio e l’estate è nel pieno del suo vigore, abbagliante e profumata più che mai. La vedo vibrare nella danza di queste farfalle che non hanno altro pensiero se non quello di accarezzare la loro brevissima vita, e scivolare sulle foglie che brillano della sua stessa luce. L’estate scorsa invece… com’era l’estate scorsa? Mi sembra di non ricordarla più, ed è trascorso solo un anno. Quante cose in un anno! Quanti cambiamenti! Quanti sogni incompiuti! Ero felice, questo lo ricordo. Ero felice senza un motivo. Vivevo la mia vita senza farmi troppe domande. Impaziente che qualcosa accadesse, ma senza sapere di preciso cosa avrei voluto che fosse. E adesso? In questa estate calda e assolata, chi sono diventata? A volte fatico a riconoscermi, mi sembro così diversa dalla ragazza spensierata che ero lo scorso anno. «Una ribelle, ecco cosa sei» mi urlava sempre mia madre quando non riusciva a impormi ciò che voleva. Ed era vero, devo ammetterlo. Non sono mai riuscita a farmi guidare dagli altri. Non ho mai sopportato regole e schemi. Credevo che nessuno mi avrebbe mai domato. Credevo. Ma poi è arrivato lui.

Non fossi mai andata in chiesa quel giorno! E dire che non sono mai stata molto religiosa, anzi! Andare in chiesa mi ha sempre annoiato. Non che non creda in Dio, ma il mio rapporto con la fede è sempre stato un po’ travagliato. Non posso farci niente se trovo faticoso starmene un’ora ad ascoltare prediche e preghiere che, pur bellissime nelle parole, mi sono sempre state inafferrabili nel loro significato. Forse perché nessuno me lo ha mai spiegato veramente. Io ho sempre cercato di capire, facevo domande su domande. Ma nessuno sembrava pronto a rispondermi. Risultato? Io la domenica preferivo andare a pesca con mio padre piuttosto che rinchiudermi fra quattro mura ad annoiarmi. Del resto, se c’è un posto dove si può avere davvero la sensazione di essere vicino a Dio, quello per me è proprio il mare.

Ma quella domenica, mamma si era messa in testa che dovevamo andare tutti in chiesa e così è stato. Fremevo dalla voglia di tornare a casa, prendere Ares e correre sulla spiaggia. Io avrei letto e lui avrebbe litigato con le onde del mare. Avevo pregato durante la messa che non piovesse. Non dimenticherò mai il suo sguardo di quel giorno. Mi sono sentita attraversare da un brivido doloroso, come se un pugnale infuocato mi fosse entrato nel petto. Ero a disagio. I suoi occhi di ghiaccio, tanto nel colore quanto nell’espressione, sembravano volermi penetrare la pelle fino a rubarmi il respiro. Non ha mai smesso di guardarmi, neanche quando parlava con gli altri. Mi stava esaminando. Evidentemente, e per mia disgrazia, deve aver convenuto che valevo i suoi soldi. Ha deciso quel giorno, nell’attimo stesso in cui mi ha rivolto la parola, che dovevo essere sua. Gli ho letto negli occhi la sicurezza che mi avrebbe avuto e ho sentito, non so perché, che non mi sarei potuta opporre.

Ebbene sì, ho sposato un uomo che mi disgusta, come mi disgusta l’ossequio che tutti gli portano. Come se fosse un dio sceso in terra. Ed è così che effettivamente si sente: un dio onnipotente che fa e disfa a suo piacimento. Un uomo cinico e arrogante che spesso indossa i panni del benefattore e finge di avere a cuore le disgrazie del malcapitato cadutogli fra le grinfie. È quello il momento nel quale è più pericoloso: uno squalo che addenta la sua preda. Penso sia ciò che ha fatto con mio padre: fingendo misericordia gli ha portato via ciò che aveva di più prezioso.

15 luglio

Adesso che ho nascosto quello specchio, questa stanza è ancora più bella. Molto meglio il dorso di decine di libri che il riflesso di qualcosa. Ho un’avversione totale per gli specchi, sono sincera, non mi sono mai piaciuti. Mi sono sentita ripetere fin da bambina che sono bella. Addirittura il parroco una volta mi disse che io dovevo pregare con più intensità Dio, perché dovevo ringraziarlo di tutta la bellezza che mi aveva donato. Io non ci ho mai creduto e non ho mai ringraziato nessuno. Anzi, quelle poche volte che mi sono ritrovata a parlare con Dio, gli ho confidato tutto il disagio che provavo nel sentirmi osservata. Quanto consideravo umiliante essere vista come una specie di quadro, o una statua, un involucro perfetto nel quale nessuno si preoccupava di vedere se c’era qualcosa! Oh Dio! Se avessi voluto davvero farmi un regalo, avresti dovuto farmi nascere stella di mare. Per non parlare di mia madre, poi! Per lei la mia bellezza era un vanto, come se fosse merito di qualcuno. Mah! Non c’è merito nella bellezza, non è una cosa che conquisti. È qualcosa di pronto che ti ritrovi senza aver fatto altro che nascere. Mia madre invece sosteneva che la bellezza fosse un dono, che io non comprendevo dove avrebbe potuto portarmi. E come la coltivava la mia bellezza! Mi costringeva a estenuanti lezioni di galateo e portamento. Voleva fare di me una donna perfetta. A me non importava niente. Mia madre! Quanto l’ho odiata in quei momenti! Non si è mai sforzata di capire la mia inquietudine. E non solo non capiva, ma si arrabbiava con mio padre che invece comprendeva bene la mia diversità e l’assecondava. Ricordo la scenata che gli fece quando scoprì che mi aveva insegnato a cavalcare. O il giorno in cui gli disse che non era d’accordo che io andassi all’università. Lei mi aveva cresciuto per fare di me una perfetta signora, non perché rimanessi una zitella laureata in medicina. Sì, avrei voluto fare il medico. Ma quel giorno, nonostante mio padre mi avesse detto di fidarmi di lui, sapevo che non lo sarei mai diventata. Mi sono fidata di papà, e continuo a farlo. C’è una ragione se sono qui, sposata a un uomo che non amo e non sono diventata un medico. Io non so quale sia, ma lo sa papà. E mi basta.

Per alcuni versi, mia madre e Antoi sono molto simili. Entrambi, per esempio, non sopportano i miei capelli. Sono mossi, ribelli. Mia madre mi ha costretto a tenerli legati fin da bambina, e anche lui non vuole che li tenga sciolti. Sono solo capelli, ma forse ricordano a entrambi che non faranno mai di me ciò che vogliono. Anche se pensano di aver vinto, io so che non è così. Non sono diventata un medico e ho sposato Antoi Sanna, l’uomo più ricco e potente di tutta la provincia, va bene. Ma io sono Emma. E nessuno mi farà mai diventare qualcun altro.

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