Magazine Mercoledì 30 dicembre 2015

Capodanno 2016: auguri agli esseri viventi di un pianeta impazzito

Laura Guglielmi a Capo Calavà, in Sicilia (settembre 2015)
© Cesare Viel

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Magazine - Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

Parlare dell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle è un lavoro arduo. Le due immagini dominanti e pervasive sono quelle di un bimbo morto adagiato su una spiaggia mediterranea e un vicolo di Parigi con gente in fuga o appesa ai davanzali.

Due immagini prepotenti, che hanno bucato i media e sono rimbalzate da un lato all’altro del pianeta. Si è scatenata una furia, una tempesta che non sembra avere sbocchi immediati. Come conseguenza di politiche sbagliate, ci troviamo ora a dover fronteggiare un’ondata di profughi senza precedenti, per noi europei nati dopo gli anni Quaranta.

Non mi sono assuefatta e mai succederà, non si può far l’abitudine a vedere persone che muoiono annegate, perché a casa loro non ci possono più stare. Chi può davvero credere che, se potessero, non rimarrebbero nel loro Paese? Chi può davvero pensare che bisogna respingerli?

Vi regalo questi versi, postati da Giuseppe Cederna su Facebook. Sono di Warsan Shire, poetessa britannica di origine somala, nata in Kenia, nel 1988: Nessuno lascerebbe casa a meno che non fosse / la casa a spingerlo verso il mare / la casa a dirgli / corri più veloce / dimentica i tuoi stracci / striscia nel deserto / affronta gli oceani / annega / salvati / fatti fame / elemosina / dimentica l’orgoglio / la tua sopravvivenza è più importante./ Nessuno lascia casa se non quando è la casa / a sussurrarti / “Vattene, / fuggi da me adesso / non so più cosa sono / ma so che ogni altro posto / è più sicuro di questo”.

Ora provo a formulare due immagini di buon auspicio per il 2016. Una spiaggia turca, piena zeppa di bambini e bambine mediorientali, africani, asiatici, americani ed europei vivi e vivaci che giocano tra loro, costruendo castelli di sabbia, correndo e tirandosi la palla, nuotando e tappandosi il naso mentre mettono la testa sott'acqua. Sento risate sonore, che coprono la risacca. Ne vedo alcuni che si tengono per mano, camminando sulla spiaggia. Si capiscono, anche se parlano lingue diverse e incomprensibili. Tanti giochi di sguardi, un'intesa che va al di là di ogni scopo. Arriva un gommone sulla riva, viene dall'isoletta lì di fronte, dove c'è un'altra bella spiaggietta. Scende la gente e sciama via, verso casa, tranquilla.

Un teatro parigino, pieno zeppo di giovani mediorientali, africani, asiatici, americani ed europei vivi e vivaci che ascoltano un concerto, vestiti di colori inusuali, alcuni seduti, altri accovacciati, altri ancora in piedi che si muovono al ritmo della musica, molti danzano come presi da un vortice. Sento risate sonore, che coprono la musica. Ne vedo alcuni che si tengono per mano, ballando. E si capiscono, anche se parlano lingue diverse e incomprensibili. Tanti giochi di sguardi, un'intesa che va al di là di ogni scopo immediato. Entrano degli uomini e delle donne all'improvviso, hanno delle chitarre in mano e sparano note che saltano verso il soffitto, per poi scendere e colpire il pubblico. Sono delle immagini virtuali, proiettate dal palco. Un applauso esplode, rimbombando.

Auguro a tutti voi e a me stessa di trovarmi in un mondo così, nel 2016, o molto presto. Non in un continente sempre più inquinato. Un'impennata davvero impressionante dei decessi nel 2015 in Italia, notizia dei giorni scorsi. Per trovare un periodo così disastroso – riguardo alle percentuali di morti - bisogna tornare alle due grandi guerre mondiali del Novecento. E una guerra la stiamo vivendo tutti i giorni, chiusi nelle nostre scatole, fermi ai semafori, a respirare aria sempre più mefitica. La nostra vita – se non ci diamo un taglio con le emissioni – rischia di diventare davvero irrespirabile.

Mi sforzo e cerco di descrivere la città dove vorrei vivere. Senza automobili in giro, nessuno alla ricerca spasmodica del parcheggio che non c'è, servizi pubblici efficienti, biciclette che filano via veloci, tanti alberi quanti sono gli abitanti, persone con la pelle di tutti i colori, che passeggiano sorridendo. Pochi rumori e tanta musica, poche puzze e tanti profumi.

È certo devastante che un sedicente Stato Islamico stia seminando orrore e morte, è triste e contro ogni logica che decine di migliaia di persone siano costrette a lasciare il loro paese d'origine, rischiando la vita. Ma di accadimenti tragici ne è piena la storia degli umani, dagli schiavi mandati a morire sbranati nel Colosseo fino ai lager nazisti.

Ed ecco perché dico quello che segue: la cosa più preoccupante è l'inquinamento, il cambiamento del clima, i bambini cinesi che non possono fare gite all'aperto, passeggiare nei parchi. Ma è davvero questo il mondo che stiamo costruendo per i nostri figli? Cioè, la fine del mondo?

Forse dovrei dire la fine di noi umani, perché il mondo, una volta che ci avrà scrollati di dosso, potrà continuare a vivere e a prosperare, con i suoi animali e le sue piante e i suoi struggenti paesaggi. Forse.

Un buon 2016 pessimista? No, direi estremamente ottimista, perché credo che un cambio di rotta ci sarà. Lo auguro a tutti gli esseri viventi di questo pianeta impazzito. E auguro a tutti anche tanti viaggi in capitali tranquille e sicure, tante passeggiate in mezzo al verde, tante cene a chilometri zero con gli amici, tante gite fuori porta in bici, tante giornate in giro per le nostre città senza macchine, tanti incontri magici con persone di tutto il mondo.

E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità.

Questo è il mio ultimo spunto del mercoledì del 2015.
Per augurare buon 2016 a tutti, ma proprio a tutti, buoni e cattivi, belli e brutti.

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