Mostre Magazine Lunedì 14 dicembre 2015

Addio a Mario Dondero, fotografo del '900 più vero

Mario Dondero
© Luca Giarola / mentelocale.it
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La mattina di mercoledì 16 dicembre verrà allestita una camera ardente nella Sala dei Ritratti presso il Palazzo dei Priori, in piazza del Popolo a Fermo, per dare la possibilità a tutti di passare a salutare Mario. Alle 14.30 avrà inizio una cerimonia funebre in cui alcuni degli amici più cari saranno invitati a ricordare Mario. Finita la cerimonia Mario sarà trasferito al cimitero di Fermo per la sepoltura.

Magazine - Cronista e fotografo testimone del Novecento, autore di migliaia di scatti che hanno immortalato la storia, ma soprattutto persona per bene, d'altri tempi: umile, distinta, lucida, sempre curiosa, con uno sguardo smaliziato che nascondeva mille avventure. Mario Dondero ci ha lasciato a 87 anni: è morto il 13 dicembre 2015 a Fermo, nelle Marche, dove da anni aveva deciso di vivere.

Passeggiando insieme a lui per le strade di Genova, una mattina di qualche anno fa, ho capito che razza di uomo fosse Dondero. Stava allestendo a Palazzo Ducale una mostra fotografica sul ventennale della caduta del muro di Berlino (lui, quella sera del 1989, fu il primo ad immortalarne il crollo) e mi chiese di accompagnarlo a recuperare le ultime cornici in uno studio fotografico del centro: durante quella passeggiata, a passo lento tra i caruggi, mi svelò molto di sé, dispensando consigli paterni e trattandomi - io quasi alle prime armi, lui grande vecchio del fotogiornalismo - da suo pari.

Mi raccontò di avere iniziato, tanti anni prima, come cronista e di aver imbracciato la macchina fotografica esclusivamente per praticità, per evitare la scocciatura di dover chiedere a qualcun altro di seguirlo nelle sue inchieste. Una formazione, quella giornalistica, importantissima, che gli permise fin da subito di sviluppare quella capacità di cogliere l'attimo per lo scatto, di sapere cosa fosse importante fotografare, quali particolari e quali sfumature.

Dopo l'esperienza da partigiano in Val d'Ossola, da adolescente, negli anni Cinquanta Dondero iniziò a collaborare con L'Avanti, L'Unità, Milano Sera, Le Ore. Milano, dove era nato nel 1928 nonostante le origini genovesi, fu la città della formazione accanto al gruppo dei Giamaicani (frequentatori del Bar Giamaica), che comprendeva tra gli altri Dino Buzzati e Luciano Bianciardi.
Già allora la sua fedele compagna era la macchina fotografica Leica, dalla quale non si sarebbe mai separato nonostante, mi confessò, non avesse nulla da obiettare verso la diffusione dilagante e senza freni della fotografia digitale. La vedeva come un segno dei tempi. Il segreto del mestiere, mi disse passeggiando tra i vicoli di Genova, è quello di avere un proprio stile: poco importa quale sia l'oggetto delle foto, l'essenziale è scegliere una forma, una lingua d'espressione, e proseguire per quella strada.

Dondero, il proprio stile, lo conservava nel profondo. Le sue fotografie in bianco e nero sono preziose testimonianze di un'intera epoca: semplici e spontanee, hanno ritratto una realtà senza filtri ma con tanta poesia. E se qualcuno gli faceva notare di essere uno dei più grandi fotoreporter di sempre, lui mica se ne rendeva conto e ogni volta si meravigliava come un bambino.

Per lui, la fotografia era una cosa naturale, era curiosità e passione pura. Con la sua Leica immortalò di tutto, dalle guerre in Africa e in Afghanistan alle rivolte del maggio francese, dai grandi protagonisti del Novecento alle persone comuni, notate per strada o malinconicamente sbirciate dietro alla vetrata fumosa di un caffè.

Di fronte al suo obiettivo, in giro per il mondo, hanno sfilato intellettuali, scrittori, attori, politici: da Pier Paolo Pasolini a Edoardo Sanguineti, da Charlie Chaplin a Orson Welles, da Claudia Cardinale a Jean-Paul Belmondo, da Jean Seberg a Maria Callas, da Vittorio Gassman a Francis Bacon, da Jean-Paul Sartre a Simone de Beauvoir, da Ronald Reagan a Mikhail Gorbaciov, da Fidel Castro a Nikita Krusciov.
A Parigi, dove fu corrispondente per Il Giorno, nel 1959 scattò quella che è forse la sua foto più celebre, Il gruppo di scrittori del Nouveau Roman: Beckett, Simon, Mauriac, Robbe-Grillet, Sarraute, Olleier, tutti insieme davanti alle Éditions de Minuit, a Saint-Germain-de-Prés, insieme all'editore Jérôme Lindon.

Qualche anno dopo quella camminata nei caruggi lo rividi, sempre a Genova, ai funerali di Don Andrea Gallo, suo grande amico: mi individuò tra la folla e mi si fiondò addosso, abbracciandomi in una lunga stretta, calorosa e sincera.

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