Concerti Magazine Lunedì 17 febbraio 2003

Le notti de LaZona

Magazine - Rimasto nel cassetto per un bel po’ di mesi, è finalmente uscito il primo CD de , Le notti difficili. Si tratta dell’ennesimo progetto nato dall’instancabile attività polimorfica di Fabio Zuffanti che, riunita a sé una consistente parte dei Finisterre (Stefano Marelli, Agostino Macor e Marco Cavani), ha realizzato un disco capace di affermare certe ambizioni musicali di non facile percorribilità.

Le notti difficilI (Mellow Records) viaggiano sul binario di uno sperimentalismo mai gratuito che ricorda a tratti i movimenti di Quadraphonic (altra creatura zuffantiana) ma su una direzione di maggiore “ascoltabilità”, senza appelli alla melodia in nome di un “lirismo” sonoro dai nobili natali. Sì, c’è l’“avanguardia pop” che sposa il kraut rock ai primi Porcupine Tree o che lascia flirtare i Pink Floyd con le dilatazioni degli Ozric Tentacles, però LaZona non ricorre mai ad estremismi cacofonici: la loro è una ricerca che, probabilmente, si è manifestata ben prima dell’”idea” discografica.
Si parte con Solitudini, dominata da echi di chitarre e dagli interventi solistici di tromba di Michele Nastasi (Psychonoesis): l’ambientazione rimanda alle atmosfere del Sylvian meno diretto e più frammentario.
In Il babau la tromba condivide momenti di alta raffinatezza sonora con la chitarra: Marelli sfrutta in pieno gli appunti grammaticali tanto di Hackett (nel glissando) quanto di Gilmour (quegli arpeggi con un briciolo di delay). Nel momento in cui entra la batteria, però, il brano assume un passo chiaramente floydiano, costellato qua e là da una tessitura rumoristica mai nettamente in primo piano.
Con Il sogno della scala si tocca l’apice: tecniche di montaggio avanzate e sensibilità compositiva si incontrano. Il risultato è un affresco postmoderno magmatico (un basso cupo e disturbi “sintetizzati”) da cui emerge e affonda, a più riprese, la campionatura di un coro cinquecentesco estorto brillantemente da una messa di Pierluigi da Palestrina, affiancata all’ossessività delle percussioni (memori della lezione introduttiva di Time dei Pink Floyd). Il disco si chiude con Equivalenza: qui le voci (tra cui quella del filosofo Bachelard) si contrappuntano con la selva effettistica delle tastiere, quasi a continuazione del brano precedente.

Insomma un gran bel disco, che meriterebbe maggiore visibilità sonora o, almeno, spazi “intelligenti” di diffusione, perché sarebbe un vero peccato passare inosservati (o peggio, inascoltati), quando alle spalle c’è un serio lavoro di indubbia portata qualitativa.

Riccardo Storti

Centro Studi per il Progressive Italiano

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