Magazine Lunedì 23 novembre 2015

Lo Zoo di Marilù Oliva, romanzo lucido e grottesco

Sirena
© Shutterstock

Magazine - Marilù Oliva nel nuovo romanzo, Lo Zoo (Elliot, 2015, pag. 256, 19 Euro) vuole e sa sorprendere.

Intanto si cambia completamente scenario e dalla sua consueta e familiare Bologna si passa alle spiagge incantate di uno splendido Salento estivo.

Quindi il suo immaginario (ma quanto potrebbe invece essere vero) Zoo rappresenta una terribile metafora tesa a raccontare quel delittuoso campionario di grettezza e abiezione umana che è poi l’unico vero Zoo di questa storia.

Perché troppo spesso il vero zoo è fuori della gabbia e invece il disumano recinto rettangolare, della tenuta di Pescalusa nelle Puglie, è solo un luogo di depravazione e di torture che, con le sue gabbie di cristallo a prova di sfondamento, imprigiona sette povere e innocenti vittime: l’uomo scimmia, la donna vaso, l’angelo ermafrodito, il minuscolo nano, la sirena, Polifemo, uomo con un solo occhio, e la vecchia strega. Poveri e disgraziati esseri deformi la cui unica colpa è una mostruosa anormalità.

Ma l’unica belva, il vero mostro è lei, la Contessa Clotilde, che ha segregato nella sua casa castello, ereditata dal marito morto, questa novella Corte dei Miracoli destinata ai folli esperimenti del suo ultimo uomo - un chirurgo sospeso dalla professione per interventi proibiti - e che tiene in schiavitù, con la complicità dei suoi dipendenti lautamente prezzolati: il guardiano tatuato, un torvo aguzzino maniaco di porno su facebook, una cameriera bruttarella assai e con poco sale nella zucca e il sorvegliante sentinella, incaricato della sicurezza della tenuta.

Depravata e crudele peggio di una mantide religiosa, ebbra per decenni di gloria, fama e potere, con la muta e pelosa connivenza dei potenti locali, impazza, mettendo in atto la contorta e abbietta follia di un orrendo show, riservato a pochi ed eletti ospiti.

La ferocia, che trasuda da ogni pagina, richiama purtroppo la spaventosa ma ordinaria normalità della quale siamo spesso testimoni e che vede tanti, troppi personaggi sopraffare, soggiogare, umiliare e uccidere gli indifesi, i più deboli, i diversi, facendosi forti di una presunta supremazia.

Ma qualcosa che non fila per il verso giusto spezza finalmente la malvagia catena di omertà. L’angelo ermafrodito è scomparso. La sua gabbia di cristallo foderata di ovatta per fingere le nuvole è vuota. Dove è finito? Si scoprirà che è morto, anzi che è stato ucciso. Ma da chi e perché? Chi ha peccato dovrà essere punito?

Un consolatorio lieto fine riduce a fatica l’amaro in bocca di una lucida, dissacratoria e tragica analisi delle multiformi e inesauribili debolezze umane.

di Patrizia Debicke van der Noot

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