Magazine Mercoledì 12 febbraio 2003

I clochard di Brignole

Sabato sera, ore 20:30. Atrio della stazione Brignole.
Roberta ed io aspettiamo i nostri amici per dirigerci verso un pub ancora da definire.

Ore 20.45. Stiamo ancora aspettando i nostri cari amici, per andare in un pub sempre più misterioso…

Ore 21:00. Sempre atrio della stazione. Stiamo cominciando ad imprecare contro i nostri adorabili amici e iniziamo a mostrare sintomi di una nevrosi post lunga-attesa.

Ore 21:30. I nostri amici ci hanno abbandonate. I nostri poveri nervi saltellano come pulci. La mia amica fissa il tabellone delle partenze. Io mi sono appollaiata su una sedia fredda e scomoda. Non siamo in grado di reagire all'ennesimo pacco.

L'atmosfera pian piano si sta facendo sempre più intima. La stazione è quasi vuota. Distinguo i passi di due poliziotti e quelli di qualche clochard barcollante. Roberta si siede accanto a me e si sfumacchia una sigaretta. Ce ne stiamo zitte e immobili a guardare il tabellone. Mentalmente siamo già salite sulla Torre di Pisa, abbiamo visitato Venezia e bloccato una Corrida al Colosseo. Uhm… forse abbiamo fatto un po' di confusione.
Interrompe la mia gita un barbone che improvvisamente trovo in piedi davanti a me. Comincia ad intonare qualcosa di Battisti, De André e Morandi. Improvvisa una serenata e conclude con qualcosa di più travolgente: La mia banda suona il rock.
Un vero e proprio concerto coi fiocchi: dev'essere ubriaco.

Nel frattempo si è seduto a terra. Riprende la sua serenata. Ammetto che sono un po' in imbarazzo, cerco di scacciare il disagio con un sorriso. Roberta invece ride come una pazza. Non è carino, potrebbe anche offendersi.
La prima cosa che noto di lui, ovviamente dopo l'alito, sono i piedi. Zampetta scalzo per la stazione e le sue unghie sono smaltate di rosso.
Si accorge che sto osservando l'insolita pedicure e decide di raccontarci la sua storia.

Si chiama Lucio, ha 45 anni ed è di Alessandria, dice di essere un artista, di saper suonare benissimo il pianoforte e di essere finito in strada da quando la sua famiglia scoprì che era "fricchettone".
Ad ascoltarlo provo un intreccio di emozioni come pena, compassione e rabbia. Gli chiedo di cantare ancora per noi e lui è felice come un bambino. Finalmente qualcuno che l'ascolta.
Sulle note di Emozioni si aggiunge una seconda voce. Più rauca e probabilmente non italiana.
È John. Capelli lunghi che cadono sulle spalle, barba folta e birra in mano. Divide le nottate insieme a Lucio da tanti anni. Mentre mi parla io mi ritrovo improvvisamente in un bel pub scozzese, buio e legnoso. Con una grande pinta in mano, e sto ballando sottobraccio con moltissima gente.
Apro gli occhi e mi ritrovo in mano una lattina di Becks che il nostro nuovo amico è appena andato a comprarci al bar.

Sulla schiena di John intravedo un tatuaggio colorato. È edera. Decine di foglie di edera verde che si arrampicano sulla sua schiena.Gli chiedo se gli ha attribuito un significato particolare. Mi dice solo che se lo è fatto fare dopo aver scontato 10 anni di galera.
Sono lì lì per chiedergli per quale motivo è finito dentro. Ma forse è il caso di farmi una scorpacciata di fatti miei.
Tra una chiacchiera e l'altra si è già fatta mezzanotte. Lucio mi regala un braccialetto dorato: «Non è d'oro ovviamente -sghignazza- ma almeno vi ricorderete di noi, sarà il pegno di un’amicizia».
Il suo gesto mi commuove, contraccambio con un mio braccialetto colorato e promettiamo di tornare a trovarli.
Li salutiamo e usciamo da casa loro, con la gioia d'avere due amici nuovi.

Giulia Molinari
di Donald Datti

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