Magazine Mercoledì 28 ottobre 2015

Raccogliere Taggiasche? Ci vuole olio di gomito

La famiglia Revelli-Anfossi, insieme a Laura e Cesare, dopo la raccolta di olive taggiasche
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LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Magazine - Eccomi sotto un ulivo, accarezzo i suoi rami, cercando di non strappare le foglie argentee, i suoi frutti scivolano nella mia mano e cadono sul telo. Tante olive verdi, qualcuna che tende al blu e al nero.

Sto compiendo un gesto che intere generazioni hanno fatto per secoli, su queste terrazze incise nella roccia, in tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, che dovrebbe essere un mare di pace e di bellezza, ma che ora è un mare di morte.

Anche per tutti loro sono qui, a raccogliere le olive, un rito che i nostri avi affamati hanno fatto nella speranza di poterci ricavare abbastanza per sopravvivere. Sono in valle Argentina, in Liguria, la valle dell'Oliva Taggiasca, piccola e dolce, che spremuta ci regala un extravergine, tra i più apprezzati sulle tavole dei buongustai.

La famiglia Revelli-Anfossi di Taggia, con una storia alle spalle di olivicoltura che si perde nell'Ottocento, ha invitato me e il mio compagno a partecipare a questo rito intimo, un'esperienza che volevo fare da anni.

Tutti i terreni sono stati ereditati da mamma Nadina: i suoi nonni, prima che ci fosse la crisi dell'olivicoltura, avevano due frantoi ed erano tra le famiglie più ricche di Taggia. La leggenda vuole che il giorno del matrimonio la sposa sia arrivata in chiesa con la carrozza. Solo una generazione dopo, Nadina non ha potuto studiare. Arrivata alla terza avviamento, papà Chicò dopo aver tirato su tutte quelle terrazze (fasce in ligure) con tanto di muretti a secco si è ammalato, e lei è dovuta stare a casa. Tanto era una donna. Per costruire i muretti, gli uomini un tempo mettevano le pietre grosse e le donne quelle piccole, mi racconta Nadina: non ti dico tutte le volte che mia mamma ha colpito mio papà alle dita. Poi lei la notte dormiva, e lui stava sveglio con il dito nella bacinella.

Chicò voleva che Nadina si sposasse un contadino e invece lei niente, ha portato a casa un idraulico. Ma testarda ha dimostrato che alla sua terra ci teneva, ed eccoci ora tutti qui con suo marito Censìn, i figli Giacomo e Franco, le compagne Michela e Elene, una bella signora francese.

Giacomo vive a Genova, Franco a Marsiglia, ma mai si lascerebbero sfuggire l'occasione di badare ai loro olivi, insieme a mamma e papà. Sono tra i pochi che sanno ancora fare i muretti a secco in tutta la zona, benché entrambi per vivere facciano lavori diversi: Giacomo, che è il maggiore, lavora in Regione Liguria ed è scrittore, Franco invece è dipendente di un'azienda multimediale e videomaker.

Non mi fanno sentire un'intrusa neanche un po', con le mie domande, la mia moleskine, e lo smart-phone, che fotografa ogni loro gesto (link alla fotogallery). Dalla loro campagna si vede e si sente il viadotto più lungo dell'autostrada A10, la modernità che rompe con prepotenza il silenzio, e affoga il canto degli uccelli, come mi dice Censìn: sempre meno poiane e pettirossi, solo gazze ladre. Ma io lo dimentico quel lungo ponte in curva, dove si sono schiantati in tanti, così come scaccio via il pensiero che mi tormenta da un po' di giorni, lo scandalo dei dipendenti del Comune di Sanremo, la città dove sono nata e che è a pochi chilometri. Mi hanno anche chiamato a Ballarò, per andare a dire la mia su quanto accaduto, ma preferisco esprimermi con la scrittura. Rimane e non sfugge via nei tempi televisivi, che tutto macinano.

Ora sono qui, a prendermi la parte bella di questo Ponente ligure, tra persone sane di mente, che sanno raccogliere dal passato ciò che deve sopravvivere nel futuro. Ogni oliva è una goccia d'olio, mi spiega Giacomo, e lui diventa matto anche a perderne una: «Mi sembra di fare un gesto che nessuno mi ha mai insegnato. Mi piace mettere sulla tavola anche il plusvalore, cioè il mio lavoro, l'olio nuovo spremuto dalla fatica, la bottiglia verde fluorescente». Mi racconta che spesso quando raccolgono, litigano, ma è bello lo stesso. L'olivo è onnipresente nella nostra cultura mediterranea, Gesù è stato baciato da Giuda nell'orto di Getsemani, un orto pieno di ulivi. Per i Greci era l'albero di Atena, dea della sapienza. «Si deve dare un significato culturale a questi gesti - spiega Giacomo - altrimenti diventa un rituale che muore. Chi sta sfrecciando sul viadotto dell'autostrada, che ne sa che qui sotto c'è un meraviglioso uliveto in festa?»

Ecco come si fa la raccolta. Primo: si stendono le reti. Secondo: si bacchiano le piante con le aste e i rastrelli che le accarezzano, così le olive cadono nella rete. Terzo: si riversa la rete carica di olive in una cesta. Quarto: si levano rami e foglie dalla cesta, perché al frantoio altrimenti si deve pagare di più, il carico va a peso. Quinto: si inseriscono le olive pulite nel sacco di iuta da 25 chili, per trasportare il tutto al frantoio. Ora che sto vedendo, mi stanno spiegando, sto aiutando, mi chiedo perché ho aspettato così tanto per fare questo? Sono traboccante di buon umore.

Quest'anno la raccolta è ricca, gli olivi sono gravidi di Taggiasche verdi e polpose, non c'è l'incubo della mosca olearia, e tanto lavoro da fare. I Revelli-Anfossi sono dubbiosi di riuscire a fare la raccolta in tutte le fasce. Hanno cento alberi giovani, piantati 10-15 anni fa, 60 sono arrivati da un'intelligente iniziativa della Comunità Montana, altri 40 li hanno comprati. Prima la loro campagna era coltivata con piante ornamentali, quando la floricoltura era un business e permetteva un guadagno veloce. Poi anche quel mondo è andato in crisi.

Ora Nadina mi racconta quant'è bella questa riunione di famiglia, un'occasione per stare insieme, una festa. È così da sempre. Quando era giovane si cantava tutti, mi confida. I figli le fanno eco, dai cantiamo tutti. Lei comincia, con una vecchia canzone, quella della Maddalena, che la tradizione vuole sia apparsa a tre ore di cammino da Taggia. Un posto che fa parte della memoria collettiva degli abitanti e dove hanno anche costruito una chiesetta, meta di pellegrinaggio, ogni anno a luglio. «Avanti avanti uniti e forti saliamo l'erta di questi monti, saliamo allegri e con il cuor contento laddove è il divertimento», canta Nadina, ma nessuno la segue e continua da sola. È lei la regista di tutto quanto: «Quando vedo uscire l'olio dal frantoio, mi emoziono» conclude.

Invece papà Censìn guarda con sospetto Cesare, il mio compagno: «Se quell'albero non fa olive l'anno prossimo sappiamo a chi dar la colpa», scherza con quella tipica ironia ligure. A lui piace il bosco: quando sta a contatto con la natura prende forza. Per questo ha piantato dei pini al confine della proprietà. La sua soddisfazione più grande è quando vengono le bombe d'acqua, ormai di sovente, e i suoi muretti rimangono in piedi. Ma non gli va giù che tutte le fasce siano state adibite ad uliveto, a lui piacciono gli alberi da frutta, e mi fa vedere orgoglioso i suoi innesti fatti al pesco della vigna, una specie ormai quasi scomparsa. Ha piantato fichi, peschi, peri. Si emoziona quando coglie un frutto dall'albero e lo mangia:«Non lo devi neanche lavare», mi dice. Assisto ad una gag con la moglie, che vuole buttare giù un albicocco che non dà frutti. E lui si ribella: vorrebbe almeno una fascia tutta sua per coltivare i suoi alberi. Ma poi sente il canto di un pettirosso e torna sereno.

A parte Nadina, gli altri sono tutti di poche parole, a Franco riesco a strappare: «È meglio essere qui che davanti al computer». Poi ci pensa un po' e continua: «Quando si raccoglie si sta tutti assieme, all'aperto tutto il giorno, ascoltando il canto degli uccelli». Elene invece insiste sul fatto che è bello avere in tavola l'olio che ti sei prodotta tu. Sai da dove viene e quello che c'è dentro. Fa la maestra a Marsiglia in una scuola multietnica, a maggioranza araba e di immigrati dalle isole Comore.

Cesare, Michela ed io non abbiamo mai fatto niente di simile. «È molto rilassante la ripetitività dei gesti», mi dice Michela mentre pettina i rami con il rastrello. Da neofita, ha assaggiato un'oliva – non si mangiano mai appena colte, vanno messe in salamoia – l'ha trovata amarissima, e l'ha sputata. Cesare invece: «Ad un certo punto non pensi più a niente, un senso di svuotamento. Non sei più intrappolato nella tua mente. È terapeutico. Si fa fatica, ma allo stesso tempo ti alleggerisci. La testa sta un po' zitta, in mezzo al silenzio».

Un tempo i maschi bacchiavano e le femmine mondavano le olive, ora tutto è diverso, ognuno svolge il suo compito senza ruoli, nessuno comanda, però tutto è lo stesso in armonia e in equilibrio, il lavoro dei maschi e delle femmine, dei genitori, del figli e delle compagne.

Stanno tutti lavorando e io sono qui che domando, scrivo e fotografo. Ci vivrei in mezzo a questa foresta di olivi che, anche se giovani, affondano le loro radici nel passato. Ti danno sicurezza, li devi potare, tagliare l'erba che cresce intorno, fare manutenzione dei muretti a secco. Richiedono un'attenzione continua, ma restituiscono molto.

Si deve smetterla con queste idee fasulle di guadagni veloci e feroci. Per costruire e sedimentare un futuro sostenibile, bisogna faticare e non giocare con i soldi. La contemporaneità continua a incombere dal viadotto, un camion emette un suono, un urlo che sale stridendo su verso la valle Argentina. E a me vengono in mente Francesco Biamonti, cantore degli olivi, e Nico Orengo, che voleva tanto un uliveto, amici cari scomparsi e spesso in combutta tra loro. Mi mancano le serate insieme, ma bisogna saper prendere dalla vita le cose e le persone quando ci sono. Con Nico Orengo, Antonio Ricci, Ernesto Ferrero e l'amico Marco De Carolis, avevamo anche ideato qui in Valle Argentina Storie d'olio, premiando Renzo Piano. Poi le amministrazioni distratte da ben altri trambusti non hanno più dato i fondi per la seconda edizione. Era il 2001, un'epoca fa.

Seduta su questo masso prendo appunti, dopo aver sfilato centinaia di olive dall'albero, che si sono rincorse nelle mie mani, prima di piombare a terra sulle reti che le stavano aspettando a braccia aperte. Ora i sacchi sono pieni, gli olivi alleggeriti, ed è come se ci fosse una festa nella mia testa.

Ceniamo al ristorante Graziella, a Montalto Ligure, uno dei borghi più belli d'Italia, invece del solito cinghiale, c'è il menù vegetariano, tutto ottimo, siamo felici. Senza mangiar cadaveri. Poi prendiamo la macchina e scendiamo giù verso il mare, per tornare a casa. Alla rotonda di Arma di Taggia, ci imbattiamo in un mastodontico monumento all'Oliva Taggiasca che incombe, con le sue ferraglie color ruggine. Un'oliva così lieve, piccola e gustosa, non si merita tal cattivo gusto. Ma cosa dicevo poco fa? Prendiamo dalla vita il bello che ci dà e oggi è stata una giornata memorabile. Alla faccia di chi, a pochi chilometri da qui, crede che rubar soldi pubblici, facendosi timbrare il cartellino e non andando al lavoro, sia cosa buona e giusta. Ma perché non si mettono tutti a coltivare gli ulivi? Braccia rubate all'agricoltura, si diceva un tempo, no?

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