Magazine Mercoledì 14 ottobre 2015

Quando mio padre Gino Guglielmi voleva far rivivere Sanremo

Sanremo - La Passeggiata dell'Imperatrice
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LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Magazine - Mio padre Gino Guglielmi questo ottobre avrebbe compiuto 89 anni, invece è morto 22 anni fa. Aveva tanti amici, appassionato gourmet, buon bevitore, amava la compagnia, ma era vittima di un'ossessione, far rivivere una Sanremo ormai scomparsa, quella città di Riviera in cui, da metà Ottocento, avevano soggiornato personaggi come Alfred Nobel o Edward Lear, l'imperatrice russa Maria Aleksandrovna o il Kaiser Federico III.

Una Sanremo che «profumava di fiori d'arancio e di vaniglia, assopita nei suoi giardini di palme e immersa nei boschi di ulivi», come ha scritto Matilde Serao. Era costantemente alla ricerca di storie e aneddoti sui personaggi cittadini, come Antonio Rubino, Carlo Dapporto o Mario Calvino. Aveva un pallino per le foto, le cartoline e i documenti storici. Tanti gliene regalavano, perché non sapevano che farsene. Mi ricordo ancora l’entusiasmo con cui aveva risposto a quella telefonata di un amico che lavorava al Casinò: «Stiamo per buttare via alcuni album di foto dei primi del Novecento. Gino, vieni a prendertele, che qui non interessano a nessuno, dobbiamo fare spazio negli uffici». Casse, cassetti, scaffali, zeppi di oggetti e carte. Anche se la nostra casa era grande, ormai non c’era più un buco libero da nessuna parte.

Appassionato di storia locale, alla fine degli anni Settanta conduceva un programma televisivo, intitolato Il Rigulè, poi collaborava con diverse testate locali. Poeta dialettale, era stato per molti anni segretario della Famija Sanremasca, un’associazione culturale per la salvaguardia delle tradizioni. Io seguivo distrattamente le sue passioni, avevo altro per la testa a quell’età.

Era entusiasta della sua città e cercava di portare alla luce le cose per cui valeva la pena essere sanremesi, o sanremaschi come diceva lui in dialetto. Io, invece, non vedevo l’ora di partire e viaggiare per il mondo.

Carlo Dapporto veniva spesso a mangiare da noi quando era in visita da Roma, erano cresciuti tutti e due in via Cappuccini, anche se non erano coetanei. Una Sanremo, un'Italia che non c’è più, di cui papà cercava di preservare le cose migliori. Ma io non lo capivo questo suo interesse.

Lui viveva nel passato, perché cercava di non farlo sfuggire via per sempre. Aveva le radici in quel tempo, quando Sanremo era una delle più belle cittadine di mare, zeppa di giardini, ville, ulivi, adagiata su un tratto di costa, con il clima più mite d’Italia. Io vivevo nel futuro, ansiosa di andarmene via.

Quando è morto avevo poco più di trent’anni, e mia madre ha dovuto subito traslocare in un casa più piccola, il continuo lavorio per cui aveva speso tante energie non gli aveva portato neanche un soldo. Per vivere faceva l’imprenditore ma, soprattutto dopo i cinquant’anni, aveva dedicato poco tempo alla sua professione. Bastava far qualcosa per la sua città, e si illuminava: dall’organizzazione delle celebrazioni per il Patrono, alla festa di Ferragosto sul prato di San Romolo, nell’entroterra di Sanremo.

È notte fonda, papà è stato sepolto da poco tempo. Da una settimana, con il mio compagno, sto rovistando nell’immenso archivio di cose che lui ha raccolto in una vita. Nella nuova casa di mia madre ci starà un terzo di tutto questo materiale. Ed ecco che, mentre mi scorrono davanti agli occhi stanchi le foto di Sanremo della fine dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, ho un’intuizione che mi sbalordisce. Questo che sto vedendo ora, in queste immagini che parlano, è il paesaggio inciso in maniera indelebile nella scrittura di Italo Calvino. Perché non fare un omaggio allo scrittore, un regalo a mio padre e a tutti quelli della loro generazione, che hanno visto Sanremo scivolare sotto al cemento? Perché non fare una mostra con quelle immagini, e affiancarle ai lucidi testi di Italo Calvino? E restituire loro quel territorio, quando profumava di limoni?

Da lì in poi per mesi non ho pensato ad altro. La mostra Dal fondo dell’Opaco Io scrivo è stata allestita per la prima volta a Sanremo, a villa Ormond nel 1995, nel decennale della morte di Italo Calvino. Poi è stata ospitata in diversi capitali, per approdare anche alla New York University nel 1999. Papà ha continuato a vivere anche attraverso quelle foto, una decina le propongo nella fotogallery.

Perché vi sto raccontando questa storia? Perché ieri sono stata al Teatro del Casino di Sanremo, per San Romolo, le celebrazioni del Patrono, dove ogni due anni, c'è un premio di poesia dialettale intitolato a Gino Guglielmi. Perché una volta ho postato su Facebook una cosa su di lui che ha avuto centinaia di condivisioni. Perché ne avevo già scritto su altre testate, ma non sulla mia. Perché quest’anno ricorre il trentennale della morte di Calvino e non avevo ancora scritto una riga.

Perché questi due sanremesi, con le dovute proporzioni, avevano qualcosa in comune. Il desiderio di salvare un paesaggio, almeno nella memoria.

Spesso, leggendo i libri di Calvino, mi sono identificata con lui. Non voleva seguire le orme di suo padre Mario: agronomo di fama che aveva speso la sua vita nel cercare di salvaguardare il territorio e le specie botaniche. Italo non voleva rimanere a Sanremo, fare quella stessa professione, voleva diventare scrittore, scappar via da quella città di provincia, che per di più negli Anni Cinquanta stava affogando sotto al cemento, sfregiata nei suoi angoli più intimi.

Amo la modernità, vivo a mio agio – per quanto c'è permesso - nel mondo contemporaneo, per vivere faccio la giornalista web, volo spesso in aereo verso mondi lontani. Amo la Liguria, mai mi è mancata quando ero via, all’estero per anni. Ma quando ero in India due anni fa – per la prima volta - attraversando i paesaggi del Rajasthan, mi ha afferrato una punta di nostalgia per l’Alta Via dei Monti Liguri, per il Saccarello, il Ramaceto, il Faiallo, per le case in pietra e i borghi aggrappati alle colline dell’entroterra.

E, lì, in un deserto lontano migliaia di chilometri, puntellato dai castelli dei Maraja e dei sultani musulmani, mi è venuta prepotentemente alla memoria una frase di Italo Calvino: Ci vivevo in mezzo e volevo essere altrove. Di fronte alla natura restavo indifferente riservato, a tratti ostile. E non sapevo che anch’io stavo cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto e, d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.

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