Magazine Mercoledì 14 settembre 2016

«Vivere in Liguria? Sogno impossibile. Torno a Berlino»

Il ritratto di Stefani, circondato da una cornice
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Magazine - Questa che vi sto per raccontare è la storia di una sconfitta per il nostro Paese. Ho conosciuto Stefani al Liceo Linguistico Deledda di Genova, negli anni Novanta. Veniva da Berlino, era lettrice di tedesco. Io supplente di spagnolo. Abbiamo fatto amicizia e ci frequentiamo ancora. Si era trasferita in Italia, comprando una casa in pietra che cadeva a pezzi a Ubaghetta, in valle Arroscia, un posto remoto in fondo ad una valle nascosta, in provincia di Imperia. Tutto il borgo era in rovina. Stefani ha rimesso in piedi la sua casa, innestando un processo virtuoso. Ora tutto intorno è stato rimesso a posto, e lingue di tutta Europa si incrociano in quei vicoli.

Chi segue il mio spunto del mercoledì sa quanto ami l’entroterra ligure. Dormire tra quelle pietre che hanno dato riparo a esistenze faticose, in quegli spazi angusti dove generazioni di contadini hanno condotto vite di stenti. Le case antiche sanno raccontarti, sussurrando, le storie dei tanti senza nome, dimenticati dalla Storia. Quante serate invernali ho trascorso con Stefani a Ubaghetta, nella sua casa gelida, tutte e due attaccate al caminetto, con la legna da lei raccolta e tagliata a colpi di accetta. Si parlava di psicoanalisi, della #bellezza dell’Italia, del rigore tedesco, dei campi di concentramento, della mafia, di arte e letteratura, bevendo il nostralino, il vino ruspante delle vigne lì intorno.

La burocrazia del Bel Paese non ha permesso a Stefani di essere assunta al Deledda. Per gli stranieri, anche se dell’Unione Europea, avere posti di ruolo era un’impresa quasi impossibile. Ha provato a fare concorsi in diverse università italiane, l’ingenuità di chi non sa che le regole in Italia –per ottenere una cattedra universitaria - sono ben diverse. Ha cercato di organizzare mostre per i tanti pittori tedeschi, di cui è costellato l’entroterra del Ponente Ligure. Ne aveva parlato con un funzionario, che gli aveva promesso fondi, ma poi è sparito.

Allora? Ha deciso di tornare a Berlino, dopo dieci anni, dove ora insegna tedesco agli stranieri, donne mediorientali, profughi, italiani e bosniaci. Si diverte molto. L’abbiamo persa, insomma.

Un Paese inospitale il nostro, anche per persone qualificate, che avrebbero tanto da darci e insegnarci. Ora Stefani torna a Ubaghetta uno o due volte all’anno. Come me, è una gran camminatrice, nonostante abbia superato i 65 anni. Ce la godiamo a scorrazzare per l’Alta Via che lì è vicina, a mangiare prodotti dell’orto, conditi con l’olio buono. E a bere vino rosso ruspante.

I berlinesi oggi stanno ospitando migliaia di giovani italiani, anche laureati, che non sanno come sbarcare il lunario in Italia. E noi non siamo neanche riusciti a trattenere una berlinese che ama il nostro Paese alla follia.

Coraggiosa e piena di entusiasmo, Stefani, negli Anni Novanta, era approdata in Liguria con Laura, la figlia quattordicenne. Che poi si è diplomata ad Albenga e laureata anche in Italia. Laura, ora che è mamma, viste le mille difficoltà a vivere nel nostro Paese, ha fatto le valigie per Berlino. Quanto è difficile crescere i bambini nel Bel Paese, lo sanno in tanti, tutti quelli che ci hanno provato e ci stanno provando.

Sono andata a Ubaghetta da Stefani l’ultima volta a Ferragosto, abbiamo anche fatto una delle nostre grandi camminate dal Passo Teglia, fino al Colle di Garezzo, passando dal magico passo della Mezzaluna (guarda la Fotogallery).

Sto bene con Stefani. Per certi versi mi assomiglia. E vorrei fosse rimasta qui, ha tanto da dire e da dare. Sono queste le persone di cui l’Italia ha bisogno per uscire dal provincialismo che la corrode. E invece non è successo, ma io sono contenta che faccia parte della mia vita, me la godo con tutte le sue asperità tedesche. Nel frattempo, la sua casa di Ubaghetta, durante i lunghi inverni, nelle miti primavere e in autunno, è vuota. Il silenzio e lo scorrere del tempo, ora, sono tornati padroni di quelle mura.


LA VERSIONE DI STEFANI MAJER

Ho scelto di trasferirmi in Italia, perché volevo sperimentare un altro modo di vivere. Mettermi alla prova, vivere più a contatto con la natura. Mi piaceva l’Italia, il suo patrimonio artistico e la cordialità dei suoi abitanti. Avevo 41 anni, mia figlia 14. Una data unica, una combinazione 14-41, che non si sarebbe mai più ripetuta in futuro, un buon auspicio.

Volevo un cambiamento radicale. Vivevo da 20 anni a Berlino e sapevo parlare bene l’italiano, lo avevo imparato frequentando corsi in una scuola di lingue a Firenze. Lì mi sono innamorata di un uomo, che un bel giorno è arrivato a Berlino. Mi ero licenziata dal mio posto fisso in un liceo e lavoravo per la radio, dipingevo, insegnavo musica all’Università Popolare di Berlino. Lui, dopo nove anni di convivenza, se ne è tornato a vivere a casa di sua mamma. E, io, due anni più tardi, ho preso la decisione di trasferirmi in Italia.

Nel frattempo, avevo comprato un rustico nell’entroterra, tra la provincia di Savona e quella di Imperia, in una frazione di Borghetto d’Arroscia. Il posto si chiama Ubaghetta. Solo più tardi ho intuito il vero significato del nome: l’ubago è il posto dove non batte mai il sole. "Dal fondo dellopaco io scrivo", parola di Italo Calvino. Io lo interpreto così: per evolversi, c’è bisogno dell’Ubago. Insomma, non volevo solo cambiare luogo di residenza, ma anche trasformare il mio modo di esprimermi.

Mi sono innamorata dei tramonti e delle albe, dei riflessi sulle onde blu. Ciliegie, pesche e vigne, intorno a me. Vino ed olio del contadino. I ravioli con la borragine. E poi le camminate sull’Alta Via dei Monti Liguri o le cenette sul terrazzo, con i miei amici, le belle risate mentre il sole tramonta. La vecchia mulattiera per Il Ciai, il sentiero nel bosco per Ubaga, sedermi vicino allo stagno, o sulla riva di un ruscello per osservare salamandre, girini ed altri insetti in fase di metamorfosi. Dell’Italia amo la lingua, i suoi modi di dire, la biennale di Venezia, la laguna. Le città antiche, come Siracusa. Fare una bella nuotata. Il mare di sera, ovunque sia.

Le prime sfide non si sono fatte attendere: il rustico venne ristrutturato male. Appena finiti i lavori, già pioveva dentro. Ero disperata. Grane sopra grane. Discussioni e minacce, con i manovali maschilisti. Mi sono rivolta ad un avvocato. Alla fine, mi hanno restituito una parte dei soldi. Pensavano di farla franca con una tedesca e per di più donna.

Ho conosciuto un paesano, che è diventato il mio compagno, anche se poi ci siamo lasciati. Cacciatore accanito, come tutti i contadini della valle. Di mercoledì e di domenica, sentivo abbaiare i loro cani in giro per il bosco. Incontravo persone in divisa, con le cartucciere, come se fosse appena scoppiata una guerra. Poi durante la cena dei cacciatori, raccontavano le loro scorribande. Mangiavamo il fegato del cinghiale appena ucciso. Ero curiosa di sapere, ma allo stesso tempo inorridita da quel tipo di usanze.

Mia figlia, invece, frequentava il liceo scientifico ad Albenga. Così abbiamo dovuto affittare per anni appartamenti diversi, fino a luglio perché durante l’estate i prezzi salivano alle stelle. Non era una vita facile.

Avevo trovato lavoro in un vivaio d’Albenga, tenevo i contatti con i clienti tedeschi. Faceva un freddo cane là dentro, i fiori dovevano essere refrigerati. Ero sistemata in un piccolo sgabuzzino e stavo al telefono tutto il giorno, con i garden-center in Germania. Dopo un po’ ho mollato e ho fatto la cameriera in un locale, in una bella piazza di Albenga. Sentivo di continuo gli sguardi che mi saltavano addosso. Non mi piaceva per niente.

Alla fine ho trovato un posto, come lettrice di tedesco, nel liceo linguistico "Grazia Deledda" di Genova. Mi piaceva quel lavoro, il centro storico della città, i suoi musei, il porto, le fortezze sui monti. Di pomeriggio tornavo ad Albenga per aiutare mia figlia, con i compiti. Era adolescente. Tra il lavoro a Genova, la mia casa a Ubaghetta e l’appartamento ad Albenga, andavo su e giù come una matta. Non sono riuscita a convincerla a trasferirsi a Genova, perché nel frattempo era arrivato il primo ragazzo, non c’era niente da fare. Continuavo a far la pendolare.

Dopo quattro anni di lavoro, sono stata sospesa da un giorno all’altro. Per fare il mio lavora, ora si doveva avere una laurea italiana. Non bastava aver studiato in Germania e essere madre lingua tedesca. Negli anni seguenti è stato un calvario trovare lavori decenti. Ma dovevamo mantenerci. Per un periodo, ho fatto anche avanti e indietro da Verona, dove avevo trovato un impiego, presso un istituto di Cultura Italo-tedesco. Di sera, sola nella mia stanza, cominciavo a pensare che era meglio tornare a Berlino. Ho cominciato a sentirmi nauseata di me stessa.

Ho fatto ancora un ultimo tentativo, come curatrice di una mostra, nel castello di Garlenda, con i pittori tedeschi che vivevano in Liguria. Ho parlato con le istituzioni, mi hanno detto di raccogliere il materiale e di preparare l’esposizione. Ci sono stata dietro a lungo, i pittori erano molto contenti di questa iniziativa ed io pure. Solo che all'improvviso il responsabile istituzionale è sparito dalla circolazione. Non l’ho più rintracciato. Avevo lavorato per mesi. Che vergogna! Ho fatto una pessima figura davanti a tutti i pittori tedeschi.

È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mia figlia aveva superato la maturità, con ottimi voti e si era spostata a Nizza per studiare all’università. Ero fiera di lei, il nido però era vuoto, ero senza lavoro e abbastanza sola.

Sono tornata a Berlino, avevo 49 anni e ho trovato quasi subito un lavoro, più professionale e soddisfacente, di tutti quelli che avevo fatto in Italia. Mia figlia Laura è rimasta in Italia ancora 10 anni. Adesso, ha una figlia di cinque anni e vive a Berlino. Ha preferito farla nascere qui. Mia nipotina Marlene parla entrambe le lingue e il papà è italiano.

Continuo a venire volentieri in Italia, per le vacanze. È ormai diventata una parte insostituibile di me. La Ubaghetta di allora non esiste quasi più. Le vecchie case sono state ristrutturate alla perfezione, da persone di tutta Europa, che le hanno comprate. I vecchi contadini e molti pittori tedeschi di allora riposano al cimitero. Il mio rustico si affaccia su un parcheggio, spesso gremito, i fuoristrada diventano ogni anno più voluminosi, tutti parlano di smartphone e internet. Non si sente più il dialetto, né i modi di dire di una volta. Parliamo inglese da un terrazzo all’altro, tra vicini. L’Ubago non esiste più.

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LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI tutti i mercoledì su mentelocale.it, oppure su Facebook: iscriviti al gruppo. Per chi volesse scrivermi una mail: laura.guglielmi@mentelocale.it

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