Magazine Lunedì 14 settembre 2015

Dylan Dog, è ancora tempo di Caccia alle streghe

Dylan Dog, Caccia alle streghe

Magazine - Leggere il presente, comprenderne le contraddizioni, esasperarle utilizzando i paradigmi dell'horror per trasmetterne il disagio raccolto, aiutare ad elaborarlo ed imparare ad affrontarlo. Il veicolo per fare questa operazione è stato, per Tiziano Sclavi, Dylan Dog il suo Alter Ego di cellulosa.

Il mondo la sua ispirazione, il fumetto la sua tavola dei colori, Dylan il suo pennello, un vocabolario per tradurre il quotidiano, per avere un atteggiamento critico, curioso, polemico, ma non solo, verso gli stimoli esterni.

Il rapporto tra creatore e creatura è stato, fin dai primi numeri, molto stretto; Dylan era il bravo ragazzo che Tiziano non riusciva ad essere, era la voce che Tiziano voleva far sentire.

Da giovane lettore, Dylan Dog non ha avuto solo il merito di farmi avvicinare all'horror come linguaggio, è stato il seme per scoprire veri e proprio mondi fatti di libri, film, musica, fumetti, in un momento nel quale le occasioni, senza internet, arrivavano da tante strade, le stesse da percorrere a ritroso per soddisfare la curiosità.

Dylan Dog è stato una delle prime finestre sul mondo – quello nel quale non tutto è serenità e gioia - dal quale la famiglia, l'infanzia, proteggono.

Il personaggio visto come fratello maggiore, l’amico, l’adulto libero dal conformismo che tutti, da adolescenti, vorremmo essere.

Quando tra lettori ci si incontra è molto facile che i riferimenti condivisi siano gli stessi, un po' perché rimandano a tanti anni fa e, come dice spesso Roberto Recchioni, l'attale curatore, «non si può lottare con il ricordo dell'adolescenza», un po' anche perché il valore artistico di certe storie, il velo di mito che il tempo dona, ed il loro valore formativo hanno contribuito, assieme alle altre esperienze di quegli anni, a forgiare le persone che siamo oggi.

Per questo motivo quando una storia miliare viene riproposta con un vestito nuovo è doveroso ritornarci per sottolinearne il valore, perché è giusto che certe strade siano aperte a nuovi lettori, giusto che i vecchi si incontrino come fosse un’Adunanza.

La genesi di Caccia alle Streghe (#69 aa 1992, Sclavi, Dall'Agnol) affonda le sue radici in un momento preciso della storia del nostro paese. In quelli anni la tele-educazione diventava perbenismo, ed i media costruivano uno stato sociale nuovo fatto di modelli rassicuranti, gabbie, orrori, perché mentre imponevano un modello insegnavano la paura per tutto quello che era fuori. Il mostro come estraneo era emarginato, mai compreso. Questo timore generava anticorpi spietati come l’Inquisizione. Anticorpi che, attivi ancora oggi, rendono quell’albo attuale oggi come lo era vent’anni fa.

Caccia alle streghe uscì all'inizio degli anni novanta. Dylan Dog, dopo un inizio in sordina, iniziava a diventare un fenomeno di costume con una chiara connotazione ideologica, tanto da diventare anche manifesto del concertone di Roma.

In quel contesto, con l'horror da edicola e al cinema che raggiungeva vette notevoli ed era utilizzato come metafora grottesca degli orrori quotidiani, era molto facile che anche la critica affilasse le armi.

Un evento di cronaca nera ebbe come conseguenza un'interrogazione parlamentare che costrinse una rivista come Splatter, un riferimento per l'horror a fumetti, a chiudere e che tutto l’horror fosse messo sotto osservazione.

L'ondata inquisitoria non investì direttamente Dylan Dog, ma colpì Sclavi al punto che decise di raccontare il suo punto di vista nella lingua meglio conosciuta, quella del suo eroe a fumetti.

Caccia alle streghe (ed Bao 146 pp – 18 eur), l’albo nel quale Dylan si trova al centro dell’ondata di censura che ha inquisito un suo amico fumettista, è un manifesto, ma non solo. In piena tradizione dylaniana è un racconto poliedrico, nel quale il fumetto entra nel quotidiano e il quotidiano entra nel fumetto, meta-fumetto di ottima fattura.

Dylan Dog ha un punto di vista e si espone, senza preoccuparsi troppo della reazione del lettore – non tutti accettarono una simile presa di posizione - e Sclavi regala uno dei finali più forti della serie, un numero paragonabile, per forza ed impatto a la Zona del Crepuscolo, un classico insomma.

Tornare su quell'albo oggi equivale ad una riflessione sul tema della censura, sul diritto e sulla responsabilità nella pubblicazione di notizie, immagini e video in un momento nel quale, con uno smartphone, tutti siamo utenti, tutti siamo editori, tutti siamo adesso trasgressivi, adesso censori, e nel quale l’eccesso di “rumore altro” non è che un altro modo per fare silenzio.

Guardando al presente e alle contraddizioni che esso genera, Caccia alle streghe si conferma albo forte, ingenuo in alcuni punti, ma assolutamente presente; un manuale che racconta quello che Dylan Dog ha fatto - ed è tornato a fare - per anni: disturba, resta attaccato al lettore e costringe a pensare, a interrogarsi.

Quanto è forte e legittima la volontà di censurare? È giusto il ricorso alla censura? Che rapporto c’è tra censura e libertà?

Quello che accadde influenzò Dylan Dog molto più di quanto gli autori si aspettassero - negli anni anche Dylan Dog è diventato un po’ più conformista - ma costrinse i lettori a guardare oltre per scoprire che è vero, nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola, ma bisogna anche saperla riconoscere e combattere quando arriva.

A dare forma alle idee di Sclavi il tratto di Dall’Agnol, Bianco e Nero delineati e impatto visivo di grande effetto. Autore e disegnatore si incontrano – interessante l’appendice con una porzione di sceneggiatura – ed il risultato è che i suggerimenti di Sclavi valorizzano il lavoro di Dall’Agnol e viceversa, i disegni danno ancora più forza alla volontà dell’autore.

L'edizione Bao poi regala al lettore un formato estremamente ben fatto con inserti nel quale gli autori tornano alla genesi della storia ed alcune Tavole di Gigi Cavenago e Dall'Agnol (che hanno realizzato le due copertine, quella normale e quella variant), valgono da sole l'acquisto.

Un’ottima occasione per tornare a scoprire un albo che è formativo senza mai essere retorico e che non nasconde una polemica verso chi diffida di un genere che racconta avventura, libertà secondo il paradosso per il quale l’horror, fa paura. Anche all’inquisizione.

di Francesco Cascione

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