Magazine Lunedì 31 agosto 2015

Ricordo i giochi di una volta, leggendo Guccini

Biglie
© shutterstock

Magazine - Diciamo la verità. Senza la spinta di Francesco Guccini, non troverei il coraggio di svelarvi un segreto. Ma ormai ho deciso. Ancora qualche riga, e sarò pronta.

Il cantautore e scrittore modenese ha da poco pubblicato Il piccolo manuale dei giochi di una volta (Ed. Mondadori, collana Contemporanea, illustrazioni di Giovanni Manna), dove racconta i suoi passatempi di bambino con gli amici. Attraverso pagine illustrate impariamo, per esempio, come si costruiscono una barchetta e un arco con le frecce. Oppure scopriamo qualche accorgimento speciale per le bolle di sapone. Leggiamo dettagli sulla lippa, il meccano, la trottola, le biglie. E tanti altri, con aneddoti di vita. Ho amato a prima vista questo manuale.

Guccini è nato nel 1940. Io 23 anni dopo. Sono affiorati ricordi e riflessioni.

Il segreto, dunque. Da piccola non potevo fare a meno della carta. Utilizzavo fogli di quaderno e di giornale. Oppure carta da pacchi, o da regalo. E l'involucro degli amaretti. Sì, gli amaretti mi fornivano tanto materiale. Chissà, poi, chi ne mangiava così tanti. Con forbici e colla, creavo strisce allungate molto consistenti, che chiamavo bacchette magiche. Però assomigliavano più a spade. Le agitavo in alto e in basso come una forsennata per fare apparire personaggi fantastici, ma anche vicini di casa. E tutti parlavano. Un giro di vite mica da ridere ogni giorno, lì nella stanza.

Mia mamma ha subito scoperto quell'intimità con la carta. Allarmata o, per essere precisa, scioccata, un giorno ha preso per mano papà, che era appena tornato dal lavoro. Hanno infilato entrambi un occhio nella porta socchiusa del tinello.

«Ma, dico, la vedi?», ha sussurrato lei.
«Embè, sta giocando», ha ribattuto lui, desideroso di riprendersi la pupilla e portarla in cucina.
«E che, si gioca in quel modo?»
«Quando si gioca, si gioca»
«No, no. Ti dico che non è normale. La porto da qualcuno».

Ma poi ha riflettuto. Come avrebbe spiegato all'elegantissimo sig. Qualcuno, che sua figlia faceva l'amministratrice di un condominio e di un paio di galassie, convocando tutti a sciabolate di carta?

Una mattina, all'asilo, una bimba con i codini mi si è seduta accanto.
«Io ho una bambola nuova», mi ha informata, sprizzando orgoglio da più parti.
«Io ho una carta dei biscotti bella liscia», ho risposto elettrizzata.
«Cioè, c'erano i biscotti lunghi che poi diventano rotondi. C'è qualche piega, ma poco poco». Così parlavo, abbiate la pazienza di interpretare.

Perché la mia compagna non si preoccupasse, mi sono affrettata a spiegarle come avrei sistemate le increspature. Mentre parlavo, però, la piccola è svanita nel nulla, praticamente evaporata. Meno male che, crescendo, ho ampliato la gamma dei miei argomenti. Mi sa che i biscotti e il loro involucro, come seduzione, non avrebbero funzionato.

Comunque, quegli oggetti cartacei costituivano la classica coperta di Linus, il mio bisogno di creare un contatto, di stringere. Comunico continuamente con le mani, anche adesso. Le mie dita non stanno ferme un attimo, cercano sempre qualcosa.

Il preconcetto che divide i bambini in maschi e femmine pure nei giochi, ancora oggi è difficile da scardinare. Da piccola mi aggiravo e frequentavo entrambi i mondi. Non mi piacevano le attività da casalinghe delle mie amiche, ma volevo stare con loro. Alla fine, trascorrevo molto più tempo con i maschi, sui pianerottoli e nelle case. Lungo i corridoi giocavamo alle grette, come le chiamavano gli adulti. Per noi erano semplicemente i tappi. Le biglie occupavano ore della nostra giornata. All'aperto si correva dietro a pallone, o ci si nascondeva. Non ho mai capito perché, nemmeno in quel caso, le bambine si unissero a noi.

Ma un passatempo, alla fine, ha unito tutte e tutti. Lo abbiamo inventato sulle scale di un palazzo: i sassi dei desideri. Sulla spiaggia, raccoglievamo sassolini di varie dimensioni. Poi, a casa, li collocavamo sul pavimento, dando libera espressione alla fantasia. Disegnavamo i nostri sogni con quei sassi, insieme. Nessuno capiva le creazioni altrui. E, in quella confusione, nemmeno le proprie. Avrei voluto durasse di più, però ho dovuto traslocare.

Anche sperimentare le unioni di colori, era un gioco che amavo. Un giorno ho mangiato totani e sono stata male. Su un foglio, per ore, ho sovrapposto il rosa ad altre tinte, per trovare l'esatta sfumatura del mollusco. Scoprendo il segreto del suo colore, lo avrei cacciato dallo stomaco. Così pensavo. Ma più affondavo in quei pennarelli, più cresceva la nausea. Il famoso rosa totano, gradazione amata e riproposta in tutto il mondo, ha avuto origine da lì.

La tenerezza dei ricordi non cancella la solitudine di quegli anni. I bambini di ieri e di oggi, troppo spesso, sentono distanze profonde con gli adulti, che dovrebbero accompagnarli nell'ascolto e nella percezione di se stessi. Giocare davvero, sentire l'anima che si diverte, è meraviglioso anche per i grandi. Ma lo dimenticano continuamente.

di Geraldina Morlino

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