Concerti Magazine Giovedì 14 dicembre 2000

cronaca di un sogno

L'altra sera ho sognato che il violino di Paganini parLava ad un folto pubblico. Probabilmente il minestrone alla genovese, annaffiato dall' ottimo barbera, con il quale avevo cenato avrà avuto una qualche parte in questa vicenda onirica. Non so! In futuro voglio provare se, con trenette al pesto e grignolino, riesco ad avere altre esperienze del genere. Non so dire se quello che ho visto è stato un sogno o una visione, ciascuno è liberissimo di non credermi ma, quello che segue, ne è il resoconto fedele.

«Gentili Signore e Signori vorrei innanzi tutto presentarmi: sono il violino di Nicolò Paganini.
Molti hanno scritto di me, sono stato ritratto e fotografato quanto un'attrice famosa, misurato, brancicato e palpeggiato come una top model che si trovasse sull'autobus durante l'ora di punta. Giunto a questo punto ho deciso, facendomi coraggio, di dire la mia. Non sono abituato ad esprimermi con le parole e spero che perdonerete l'imperizia oratoria di chi vuol essere un semplice testimone.
Sono nato molti anni fa ed è passato tanto di quel tempo che le mie parti lignee hanno dimenticato quando erano ancora albero. Il mio papà fu Giuseppe Guarneri e, se qualcuno pensa che un pezzo di legno non possa avere una padre, provi a dirlo a Pinocchio e a Geppetto e vedrà cosa gli sarà risposto! Giuseppe Guarneri, detto del Gesù, mi costruì in quel di Cremona nel 1742.
Sono abbastanza vecchio per non ricordarmi bene molte cose, ma una la ricordo benissimo: quello che ho sempre considerato il mio padrone per eccellenza fu Nicolò Paganini, un genovese come voi che mi state ascoltando.
Qualcuno ha detto che ho pronunciato il termine «padrone» come se fossi un cane?
No, vi sbagliate ho usato quella parola con lo stesso orgoglio del Genio della Lampada Magica! Capitai fra le mani di Nicolò in circostanze poco chiare, cosa volete, la vecchiaia è una brutta faccenda e confondo quello che è accaduto realmente con quello che, invece, è l'aneddotica paganiniana. Alcuni hanno raccontato che sono stato vinto al gioco, altri, invece, dicono che fui guadagnato per mezzo di una scommessa. Sinceramente, anche se lo rammentassi con precisione, non ve lo direi. Gli strumenti musicali hanno un loro senso del pudore e certi fatti, nel nostro ambiente, sono considerati molto personali. Comunque siano andate le cose Nicolò mi ebbe verso i primi anni dell'Ottocento e da allora fui lo strumento preferito fra i molti che possedeva.
Qualcuno vuole sapere se ero invidioso degli altri strumenti di Paganini? Ebbene sì!
Di due, ai quali il maestro fu molto legato, lo fui. Erano il mandolino ed il piccolo violino che suonava da bambino con il suo papà. Di questi due strumenti, ma solo di questi due, fui veramente geloso.
Delle donne no, di quelle mai. Il mio padrone le cambiava con la stessa facilità con la quale si può mutare d'abito. Al contrario, piuttosto, accadde una volta che una di loro, Antonia Bianchi, durante una scenata di gelosia cercò di gettarmi per terra. Non so bene cosa accadde perché, per lo spavento, svenni, ma ricordo che, un attimo prima di perdere i sensi, udii Nicolò gridare in genovese qualcosa di irripetibile. Alcuni anni dopo altre due donne, due cantanti inglesi, per non tenermi in carrozza fra le gambe (chissà, avranno avuto paura di smagliarsi le calze) mi diedero al cocchiere e fu così che cadendo dalla carrozza mi feci molto male.
Fui portato da un bravissimo liutaio francese, Vuillaume, che mi riparò benissimo, ma -birichino- mi misurò per lungo e per largo fino a fare una copia di me talmente simile che ebbi quasi l'impressione di vedermi allo specchio.
Paganini non mi fece lo sgarbo di tenere quello strumento e lo fece avere al suo allievo Camillo Sivori. Ricordo ancora adesso il confronto all'americana al quale fui sottoposto da allievo e maestro i quali, bontà loro, decisero che io ero meglio ma che il mio simile era solo di poco inferiore a me. Un poco di apprensione ebbi quando il musicista, meditando di ritirarsi dalle scene, pensò di vendermi. Fortunatamente non lo fece. Sentite che cosa mi faceva fare Nicolò...»

Il violino si mise a suonare scatenando, alta fine della magica esibizione l'entusiasmo del pubblico. Mi resi conto, a quel punto, che gli spettatori non erano persone, ma esseri incorporei, ombre di liguri del passato. Ammiragli, dogi, papi, cardinali, marinai, commercianti e gente comune che gridavano «Viva la nostra terra! Viva Paganini! Cruxe e san Zorzo!». Stavo per congratutarmi con lo spirito di Andrea Doria che, molto sportivamente, dato il cognome, urtava a perdifiato «Zena, Zena, alé oh oh!» quando lo strumento riprese a parlare.
«Sinceramente, proprio non avrei potuto adattarmi ad un altro proprietario. Il maestro, anziché vendermi, mi lasciò in eredità alla sua Genova ed è per questo che abito ancora oggi in questa città alla quale sono affezionato quanto il mio Paganini.
Confesso di aver vissuto. Ho girato il mondo, sono stato anche in paesi dove Nicolò, che pure viaggiò molto, non fu mai. Ho avuto molte soddisfazioni, una sola mi manca e non so se posso in questa occasione ... come dite? Posso parlare liberamente? E allora bene: un desiderio ancora l'avrei. Mi piacerebbe suonare almeno una volta davanti a Nicolò, non a Parma dove è sepolto, ma a Genova. Se è vero che le Urne dei Forti inducono ad egregie cose, perdonate il riferimento letterario ma io Foscolo l'ho conosciuto personalmente, pensate a cosa sarebbe, per l'immagine della città, un concerto per il ritorno di Paganini nella sua terra!»

Gian Enrico Cortese

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