Magazine Lunedì 27 luglio 2015

Dylan Dog: i colori della paura. Il mito in un remake

Dylan Dog
© sergiobonelli.it

Magazine - Era la fine estate del 1986.
Gente nata quei giorni oggi probabilmente lavora, qualcuno studia, qualcuno ha famiglia. Molti di quelli che all’epoca acquistarono una delle poche decine di migliaia di copie adesso hanno addosso quasi trent’anni in più. Molti sono ancora molto legati a Dylan Dog - che resta il secondo fumetto più venduto in Italia - altri col tempo lo hanno abbandonato, qualcuno si è aggiunto nel frattempo. Dylan Dog è un po’ come i tram delle vie di San Francisco; va per la sua strada mentre qualcuno resta a bordo, qualcuno sale, qualcuno scende.

L’iniziativa nata dalla collaborazione tra Gazzetta dello Sport e Sergio Bonelli Editore, Dylan Dog - I colori della paura, nasce con l’evidentemente intento di raccontare DYD ad un pubblico nuovo senza dimenticare i lettori storici, valorizzando le storie brevi dei Color Fest, una serie nata qualche anno fa, interamente a colori, dove molto si è sperimentato e dove molto si sperimenta. Interessante il formato scelto per l’iniziativa, anglosassone più che bonelliano, convincente il prezzo, 1.99 Euro, come la selezione di 52 storie, ripubblicate settimanalmente come supplemento alla Gazzetta, con il contributo di copertinisti d’accezione - come nella tradizione del Color Fest - e pirotecnica la scelta di avviare il tutto con un inedito che riprende il primo numero, quell’Alba dei morti viventi che nel 1986 - nello scetticismo generale - è atterrato sul pianeta dei fumetti come il monolito di Odissea nello Spazio sulla Terra, diventando mitologia.

Molti si chiedono se fosse il caso che Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari si cimentassero in una simile impresa; il numero uno è più di una storia, è il canone di Dylan Dog, il pilastro su cui sono stati costruiti 30 anni di albi; presentarsi ad un nuovo bacino di utenti - e coinvolgere quelli storici - con una storia assolutamente rischiosa è stata una follia. Era il caso? Sì. Perché Dylan Dog osava, tanto prima, e deve osare ancora per restare fedele a se stesso; perché chi scrive Dylan Dog deve presentarsi al tavolo verde sapendo di giocarsi tutto.

La nuova alba dei morti viventi è più di un gioco, qualcosa di diverso da un azzardo, molto prossimo dall’essere un tributo, un passaggio di testimone tra il vecchio sceneggiatore, Tiziano Sclavi e Roberto Recchioni, attuale curatore di tutto quanto esce per Dylan Dog, ma non solo.

Il nuovo albo parte dal numero 1 per tornarci. Gioca tra le intercapedini lasciate da Sclavi per costruire una trama della trama; se si conosce l’originale, sono divertenti i rimandi, diversamente se ne apprezza la coniugazione al presente, l’approdo all’horror di oggi, da Romero a Walking Dead passando per il laboratorio di Xabaras.

Se la scrittura di Recchioni confeziona una trama rapida, con tanto di elemento sorpresa che non intacca in nessun modo la chiosa sclaviana, ma la rilancia, con elementi che inevitabilmente rimandano al nuovo corso inaugurato lo scorso settembre, sono le tavole di Emiliano Mammucari a valere, da sole, l’albo.
Se Recchioni gioca con Sclavi, Mammucari, artefice con Roberto di Orfani, si misura con due colossi come Villa, il primo copertinista, e Stano, primo disegnatore e colonna portante della serie ancora oggi. Non li sfida - il fumetto è arte, non una gara -, gli omaggia, senza la soggezione di chi ammira i maestri, ma di chi è anche tanto sfrontato, e coraggioso, e dotato, da declinarli secondo la propria personalità per mostrare il proprio di talento, ed Emiliano è un vero fuoriclasse. Una prova piena d’impervie, è vero, ma superata.

All’orizzonte - probabilmente per il Color Fest della primavera 2016 - sono in cantiere altri remake di albi storici come il Lungo Addio (Barbato/Di Giandomenico), Diabolo il Grande (Acantino) e, probabilmente, Johnny Freak (Fabio Celoni); se il buon giorno di vede dall’alba (dei morti viventi), naturale mantenere alte le aspettative.

Un bel modo di lanciare una serie che ristampa e amplia storie che molti dei lettori di DYD già possiedono, ma soprattutto l’occasione per raccontare il personaggio di Sclavi a curiosi, neofiti e lettori casuali. Per costringerli a comprare la serie regolare? Certo. Ma solo perché convinti che fare un giro sul tram chiamato Dylan Dog valga la pena.

di Francesco Cascione

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