Magazine Martedì 7 luglio 2015

L'anima del Führer: nazismo e cristianesimo

Campo di concentramento
© Shutterstock

Magazine - Dario Fertilio giornalista, redattore culturale del Corriere della sera e scrittore di saggi storici travestiti da romanzo, inserisce stavolta una componente thriller nella sua storia, o meglio dire la strana storia con una marcia in più di monsignor Alois Hudal, vescovo austriaco, personaggio complesso e ambiguo, efficace numero uno, protagonista di L'anima del Führer (Marsilio, 2015, p. 215, 16,50 Euro).

Cosa mai spinse il vescovo Alois Hudal, rettore del Collegium Germanicum, chiesa e ospizio di Santa Maria dell’Anima imbevuto del suo sogno missionario e utopistico di cristianizzare il nazionalsocialismo per servirsene come una santa barriera contro il bestiale ateismo sovietico, a proteggere un neozelandese prigioniero dei tedeschi in fuga? Lo stesso Hudal che, su istanza di Carlo Pacelli, nipote di sua santità, contribuì alla salvezza di parte degli ebrei romani scrivendo al governatore tedesco di Roma, il Generale Stahel, per arrestare le retate. E poi, finita la guerra, a darsi da fare per anni come un buon samaritano per organizzare la via dei ratti (così chiamata pensando alla fuga dei topi dalla nave che affonda), la via di fuga che partiva dal Vaticano e faceva imbarcare a Genova i gerarchi nazisti?

Il vescovo Alois Hudal era stato uno dei preti che alzavano il braccio nel saluto fascista o nazista ma non, come altri, solo un servile conformista. No perché Hudal avrebbe voluto sdoganare il nazismo con l’avvallo della religione. Quell’incontenibile nazismo esploso nel 1934 a Norimberga dopo il possente e trascinatore discorso di Hitler, accolto dall’oceanica e unanime ovazione della folla e vanamente contrastato a distanza dal solitario esorcismo di Pio XII.

Supina ovazione e quasi adorazione che dovrebbero fare da monito in questo momento con l’Italia ed altri paesi che si riempiono di slanci e clamori nazionalistici.

Una scelta azzeccata quella di Fertilio di ricostruire storicamente la vicenda, quasi alla lettera per quanto riguarda le realtà dei fatti, ma trasformandola in fiction con l’incastro del personaggio del giovane russo di Königsberg, città prussiana appena conquistata dai sovietici che, nel caos delle nuove regole e alleanze, viene spedito a Roma per spiare il vescovo.

Quando le campane suonavano a morto per il Reich, Hudal che aveva messo a punto con Walter Reauff, il criminale nazista inventore delle camere a gas sui camion ed ex capo dello spionaggio tedesco, un ente di copertura «L'organizzazione austriaca di assistenza ai profughi» goccia, goccia, cominciò a dotare i fuggiaschi di nuove identità e nuovi passaporti con l’appoggio del comitato internazionale della Croce Rossa e un fumoso beneplacito Vaticano.

La morte di Hitler scatenò il generale fuggi fuggi dei suoi fedeli. Molti tra loro erano manovali della dittatura, altri invece avevano calcato la scena come artefici ed esecutori nell'orrenda recita antisemita. Tra quelli che approfittarono della “via dei ratti” di Hudal, ci furono Joseph Mengele, il mostro di Auschwitz, Adolf Eichmann, Eduard Roschmann il macellaio di Riga, Gustav Wagner comandante del lager di Sobibór. Erich Priebke...

In nome della pietà cristiana si dette aiuto anche a esecrabili figure hitleriane perché virtualmente condannati a morte. Ma Norimberga fece veramente giustizia? Per il vescovo Hudal e altri sicuramente non la fece appieno. Il fatto di essere dalla parte dei vincitori poteva coprire i “boia staliniani” e preservarli da accuse o condanne? La croce che non avrebbe dovuto allearsi con la svastica, neppure poteva allearsi con falce e martello.

Un bel libro che vale la pena di leggere e mi piace lasciarvi a meditare su quanto scrive Fertilio, dopo la morte del’SS Gruppenführ barone Wächter, ex governatore della Galizia, in un ospedale romano e subito prima di scrivere la parola fine, costringendo Hudal in una simbolica Via crucis in Santa Maria dell’Anima:

«Infine si arrestò davanti alla pala d’altare di Adriano VI, l’ultimo papa tedesco che aveva combattuto Lutero. Là si smarrì a contemplare il sarcofago posto in alto: il pontefice giaceva come addormentato, il capo inclinato leggermente verso sinistra, in un atteggiamento identico a quello in cui poco prima aveva lasciato Wächter.

Si inginocchiò e volle pronunciare ancora un’invocazione – «Dio benedica la resurrezione della Germania!» – ma questa gli morì sulle labbra...Allora si impose di leggere ancora una volta l’iscrizione funebre in memoria di Adriano, pur conoscendola a memoria: Proh dolor, quantum refert, in quae tempora vel optimi cuiusque virtus incidat! Ah, quanto è importante in quale epoca si trovi ad agire la virtù anche del migliore degli uomini! Ma chi poteva realmente credere d’essere stato il migliore? E soprattutto, pensò, chi poteva essere davvero sicuro d’essere perdonato? Scacciò un’immagine spaventosa, simile a quella che gli era apparsa anni prima, all’indomani della morte del Führer, e per la prima volta sentì che di tutto ciò per cui era vissuto sarebbe rimasta soltanto la cenere».

di Patrizia Debicke van der Noot

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