Magazine Lunedì 13 gennaio 2003

Non volevo vedere l’orso

Fino a che punto lasciamo tracce in un luogo? E fino a che punto un luogo lascia tracce in noi?
Sembrano queste le domande cui Luisella Carretta cerca di rispondere nel suo ultimo libro Non volevo vedere l’orso, Edizioni Campanotto Rifili.
Ma, a dire la verità, non è necessario rispondere, dare un significato ad ogni cosa di ogni luogo. Basta poco per comprendere che il rapporto con un luogo è spesso qualcosa di molto più che sensoriale.
«I sensi» ci ha detto «spesso si confondono, l’udito arriva prima dello sguardo. Ci sono posti in cui recuperiamo qualcosa che è nostro da millenni, nella nostra memoria genetica ».

Non volevo vedere l’orso è il diario di otto viaggi che l’artista ha compiuto in Québec, Canada, dal 1990 al 2001. In questo periodo è entrata in contatto profondo con tutto ciò che riguarda questa terra, grande come l’Europa ma praticamente sconosciuta dalle nostre parti, ridotta a stereotipo da documentario pomeridiano.
Dal primo viaggio nel 1990, sulle rive del lago Mitchinamécus all’estremo nord del paese, luogo di un progetto assieme ad altri artisti, Luisella Caretta è andata in Canada molte altre volte, giungendo ad un legame intimo con quella natura dalla forza ancora largamente primitiva.
Nelle sue pagine si nota il progressivo adattamento del suo spirito al clima, al territorio e alle persone, come è stato per tutti i precedenti viaggi da lei compiuti, in Sudafrica e Islanda.
Così nella sua descrizione il rigidissimo inverno canadese diventa qualcosa di metafisico, cui bisogna adattarsi per non soccombere:

Scopro una verità essenziale: un corpo può dare vita ad un altro corpo. E’ solo nell’elemento estremo, nella necessità, che si percepiscono le cose più elementari

E poi l’esperienza della passeggiata sul lago ghiacciato, l’incontro con l’aquila, il rituale della sauna Inuit con l’amico Agnagnuk, figlio di uno sciamano, l'aurora boreale e la denuncia della incredibile devastazione perpetrata alla foresta.
Tutto è raccontato con una scrittura particolare, flessibilissima, che passa dal racconto, dalla narrazione, all’annotazione, allo spunto poetico, segno grafico, notazione scientifica. L’autrice ha suddiviso i diversi momenti alternando corsivi e notazioni, il risultato è un diario personale con tratti di poesia e approfondimenti storico-antropologici. Una cosa dentro l’altra come in un gioco di scatole cinesi.

E il titolo?
«Non volevo vedere l’orso è la mia risposta a chi, al mio ritorno, mi ha chiesto se sono andata in Canada per vedere gli orsi» ci ha detto. «Chi non è stato in quella terra non immagina neppure che cosa significhi trovarsi nelle vicinanze di quello splendido animale. Ormai per noi fa parte dei classici luoghi comuni che abbiamo del Canada, come le foreste, il freddo e le foglie di acero».
L’orso per chi vive in Canada e per Luisella è molto di più. È la presenza-assenza delle sue passeggiate solitarie tra gli alberi. È simbolo di forza e natura da temere e avvicinare. È, come nei racconti delle popolazioni del luogo, il traghettatore delle anime.
L’orso viene prima della morte, con un favo carico di miele, per renderla più dolce.

Luisella Carretta
Non volevo vedere l’orso
Edizioni Campanotto Rifili, 16 €
di Giacomo Revelli

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