Caos - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 14 dicembre 2000

Caos

Magazine - Palco vuoto. Unico arredamento alcune seggioline colorate, disposte in fila sui lati, sul fondo una fila di gradini e, sparse con ordine qui e là, alcune coppie di scarpe. Una scena spoglia eppure già terribilmente umana. Parte una voce narrante fuori scena che mette in moto gli attori e lo spettacolo dando le Istruzioni per l’uso. Ma dopo poche azioni coreografiche arriva lo stop. Falsa partenza: un attore ha sbagliato il suo gesto. Mortificato chiede scusa al pubblico e ai compagni e vorrebbe ripartire. L’effetto a sorpresa viene ripetuto e il pubblico comincia a reagire. L’errore denudato con qualche rossore e smorfia di circostanza crea una forte complicità tra chi sta sul palco e chi sta seduto a guardare, quasi fossero loro i registi della situazione. Danza energica, gesti consueti parodiati in una velocità di realizzazione che li strania dalla loro banalità. Le piccole azioni quotidiane diventano il tema gestuale e verbale di un ironico e moderno ballo spoglio di retorica, ricco di ingenuità. I quadri si susseguono e si intrecciano qualcuno resta isolato ma l’energia dei ragazzi trascina un pubblico attento e divertito che si compiace con il vicino di aver scelto finalmente lo spettacolo giusto da vedere a teatro. Arriva persino un forte momento poetico: raccolto denso di metafore infantili che fanno bene al cuore che batte in fretta dei danzatori e a quello in pausa degli spettatori. Stona solo un po’ un microfono di troppo. Il movimento non è solo gestito dai corpi, ma anche dai volti che raccontano le emozioni con la forza e l’impatto che solo la mimica facciale descrive senza ombre. Gli attori, sempre in scena, sembrano moltiplicarsi quando uno di loro entra in due monitor restando in scena e amplificando l’impatto dell’espressione ottenuta con la gestualità del volto. Il gioco d’acqua dell’ultimo quadro funziona come scherzo finale tra compagni di strada che prima o poi si faranno un dispetto. Ma anche in questo caso il pubblico non trema più di tanto, solo, le giacche – strategicamente non lasciate al guardaroba - si animano e per un attimo hanno il ruolo di protagoniste facendo sorridere quelli dietro che non ne hanno bisogno. Più di ogni altra cosa ci si stupisce piacevolmente e si gode alla vista di un rapporto costruito in un’ora tra spettacolo e pubblico tra attori e singoli occupanti delle seggiole in platea che così raramente, nonostante tutto, accade.

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