Magazine Martedì 30 giugno 2015

Quando il rischio è vita: la storia di Carlo Mauri

Alpinismo
© Shutterstock

Magazine - Torna in libreria la storia autobiografica, che è forse più e meglio di un romanzo, di Carlo Mauri, Quando il rischio è vita (Corbaccio, 2015, p. 243, 19,90 Euro. Prefazione di Andrea Vitali), il Bigio, grande alpinista, indefesso viaggiatore, esperto navigatore e insaziabile esploratore (andò anche sulla via della seta con il figlio quattordicenne, Luca, quasi un novello Marco Polo).

Brani tratti dalla bella ed emozionante prefazione di Andrea Vitali: «Questo è un libro che ha caratteristiche particolari. Non esclusive, poiché chi l’ha scritto aveva il senso del limite e disponeva del coraggio per accettarlo. Non esclusive quindi. Particolari però sì. È una testimonianza di quanto si possa resistere all’usura. A quella del tempo, della noia, del caldo eccessivo e del freddo spietato….»

E per darne spiegazione: « Esempio numero uno: Si prenda questo libro e lo si metta in un forno acceso per un tempo variabile: non ne patirà perché si è tostato sotto il sole di più deserti. Esempio numero due. Lo si chiuda in freezer alla temperatura della surgelazione: ne uscirà con tutta la sua freschezza intatta. Altro esempio? Lo si metta a galleggiare sulla superficie di una fiume. Per puro spirito di contraddizione, per contraddire addirittura che l’ha scritto, lo si vedrà navigare contro corrente».

E poi far presente al lettore: «Un’avvertenza è d’obbligo: leggerlo con cautela».

Mauri era un moderno Ulisse? Forse, e indubbiamente si rivela un piccolo, grande uomo che pare uscito dalle gloriose cronache dei massimi esploratori di ogni tempo.

Il suo Quando è rischio è vita scritto nel 1975 e che narra molte parti salienti della sua purtroppo breve vita (un infarto l’ha stroncato nel 1982, a solo 52 anni, sulla ferrata del Pizzo d’Erna ) è un libro destinato ad appassionare, a commuovere e a insegnare.

Alpinista, viaggiatore, navigatore e, come già scritto, esploratore, Carlo Mauri fu soprattutto un uomo dalla curiosità insaziabile nei confronti del mondo e dei suoi abitanti.

La sua autobiografia, una giovane quarantenne ma ormai da inserire tra i classici, non ha perso nulla della freschezza e del fascino originari..

«Penso e scrivo alcuni capitoli della mia storia» recita l’aletta di copertina «come se scrivessi e pensassi di un altro uomo… o meglio di altri uomini, di tanti quanti in ogni atto, avvenimento, caso o avventura si sono trasfigurati in me: diventando un alpinista delle Alpi, uno sherpa sull’Himalaya, un eschimese in Groenlandia, un discendente degli Incas sulle Ande, un masai sul Kilimangiaro, un uomo primitivo tra gli indiani d’Amazzonia e fra gli aborigeni del deserto australiano. A volte per adattarmi all’ambiente ho dimenticato la mia cultura e sono sopravvissuto meglio con il solo istinto: come un animale. Ho immaginato di essere un pinguino all’Antartide e anche un delfino, quando navigavo a vela nelle acque tempestose di Capo Horn…»

Per poi confessare senza pudori: «Così non pongo limiti all’esistenza e proseguo, resisto, superando il caso che sembrava incredibile: in questo modo si compie il miracolo di scoprirmi la forza che genera in me la 'fede', che è fiducia, lealtà, impegno e adesione fervida a un ideale. È una forza misteriosa che hanno certi popoli del deserto o della foresta e anche i pescatori in mare, i contadini sulla loro terra e tutti gli uomini nella loro infanzia e che poi lasciano condizionare e atrofizzare insieme con gli altri cinque sensi e con la fantasia».

Un moderno eroe aureolato di forza, un personaggio che pare toccare impossibili vette fantascientifiche, mantenendosi sempre e tuttavia profondamente umano, padre e marito affettuoso. Ha ricevuto premi, riconoscimenti, è salito all’Olimpo.

Un'infanzia, una gioventù e una maturità sempre in salita per un nativo di Rancio, dove vide la luce il 25 marzo 1930, abituato alla stradine scoscese del suo paese circondato da una corona di montagne.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, Carlo Mauri fu protagonista di eccezionali prime scalate in solitaria o in cordata con Walter Bonatti sul Bianco e in Dolomiti, ma anche di spedizioni extraeuropee, tra cui quella guidata da Riccardo Cassin che lo portò – sempre con Bonatti – in vetta al Gasherbrum IV e che lo resero celebre.

Poi, in caccia di avventure e nuovi mondi da esplorare, il Bigio soggiornò con gli aborigeni australiani, risalì al Polo Nord, attraversò l’Oceano Atlantico con il Ra II, l’Oceano indiano con il Tigris, un’imbarcazione in papiro, percorse a cavallo la via della seta con il figlio adolescente, fu in Patagonia e lungo il Rio delle Amazzoni, realizzando splendidi documentari e reportage per la Rai.

Aveva avuto un primo infarto nel 1974 e, otto ani dopo, a soli 52 anni, un giorno di fine maggio dell’82, fu stroncato da un infarto sulla ferrata Gamma 1 al Pizzo d’Erna.

Un uomo o un mito?

di Patrizia Debicke van der Noot

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