Concerti Magazine Venerdì 10 gennaio 2003

Lucia’ si comme o’ Vesuvio!

L’annuale raduno del Ligabue Fan Club, l’XI per la precisione, rimane un happening ruspante e festoso, a conduzione amical - familiare, con poche analogie in Italia, specie in un ambito in cui alla popolarità corrisponde sovente smemoratezza, tirarsela, snobismo.
Lo svolgimento è assai diverso da quello del concerto in cui tutto, in fondo, inizia e termina con una nota.

Il palazzetto è gremito e voglioso di cantare e ballare in compagnia, senza distinzioni d’età (dal bimbetto sulle spalle di papà, al trio nonno – mamma – figlio, mano nella mano) o di provenienza e accento regionale.
Appesi sugli spalti si va, dunque, dal fantasioso “Lucia’ si comme o’ Vesuvio! Quanno te’ move fai paura!!! Campania presente” all’economico - stringato “Genova x Liga”, dai patiti della parafrasi tout – court “Liga: con le tue canzoni ci fai viaggiare tutti in prima”, a quelli più ironici “Tutti vogliono viaggiare in prima, io provandoci dopo 15 km ho fuso il motore!”.
Si comincia alle 3 e mezzo e si finisce alle 9 passate.
Il tutto è orchestrato da un presentatore sui generis, Little Taver, la cui simpatia è pari al suo senso dell’umorismo.
Si alterna la musica ad alto ritmo (Wilco, antico leader della band “punk – padana” dei Rats, col suo nuovo gruppo, i Del Rio di Marco Ligabue con nuovo cantante e nuovo stile, la cover – band “Le Schegge Sparse”, con un cantante di piccola statura, ma con una voce tremendamente vicina a quella di Luciano).
Anche la lotteria, con l’estrazione della pelle della batteria di Roby Pellati, della t-shirt di “Capitan Fede” Poggippollini o di “Rigo” Rigetti e della camicia del Liga è vissuta nella maniera giusta, senza isteria.
Per i presenti che, insieme alla befana, hanno in quel di Modena festeggiato lui, Luciano Ligabue ha mostrato (una volta ancora) il perché di un rapporto d’affetto che non mostra cedimenti di sorta, anzi.

La sua formula magica? Troppo facile citare le qualità dell’autore – musicista – cantante o quelle più fresche e meno abituali dello scrittore o del regista.
Al di là di tutto c’è la sincerità dell’uomo.
Che, nel corso del botta e risposta col pubblico, gli fa rispondere ad un po’ troppo fideistico “siamo sempre con te” con un “non ne son molto contento, siate sempre critici”.
Ma poi non nega, come fanno spudoratamente molti falsi profeti, che il successo lo fa godere e che per questo sente di aver avuto “un grande culo”.
La sua forza è, invece, proprio nel non prendere mai per il culo il suo pubblico che se ne accorge e anche per questo gli vuol bene (continua a volergliene bene negli anni).
Asciutto è il ricordo del papà Giovanni, scomparso giusto poco più di un anno fa, proprio nel giorno del raduno.
“L’ometto” che, gestore per qualche anno di una balera, pur dicendogli in emiliano stretto (“in famiglia parlavamo solo in dialetto”) “i musicisti sono tutti dei morti di fame”, una sera tornò a casa con una chitarra acustica sotto braccio “e per questo ora sono qua”.
Non risparmia neanche Charles Bukowsky quando, dopo averne letto alcuni brani lo definisce, tra il serio e il faceto “un grandissimo sborone”.
Certo quando partono le tre ore del doppio concerto, acustico – elettrico, uno di seguito all’altro, l’entusiasmo vola, naturalmente, alle stelle.
La prima parte, dedicata al programma teatrale, offre spunti inusuali, sfumature, che, forse, non ci saremmo aspettati in brani ascoltati magari decine di volte.
Non mi soffermo sulla band, più che singoli musicisti, una “sicurezza in gruppo”, in cui Fabrizio Simoncioni si è ormai completamente integrato, se non una sottolineatura per la chitarra “sempre meno bancaria “di Mel Previte.
Mauro Pagani è un polistrumentista definibile con un solo aggettivo: strepitoso (c’era da dubitarne? Quando finirà di stupirci? Quando sarà unanimemente riconosciuto il suo valore?).
D. Rad trasporta le diavolerie elettroniche degli Alma Megretta con grande disinvoltura ed estro personale.
Le quindici canzoni finali, che rispecchiano fedelmente l’ordine di gradimento votato durante tutto l’anno dai fan, da “Chissà se in cielo passano gli Who” innovatrice quindicesima a “Urlando contro il cielo” eternamente prima, sono eseguite alla grandissima, nella versione elettrica, più “classica”, che non disdegna, tuttavia, sperimentazioni o nuovi arrangiamenti.
Ma alla fine non è ancora abbastanza. Se Luciano è in gran forma e ha una gran voglia, figuratevi i suoi i fan .
E allora partono a mille all’ora “Balliamo sul mondo “e “A che ora è la fine del mondo”. Solo adesso è davvero finita.
Al prossimo anno!

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