Magazine Mercoledì 24 giugno 2015

Patrick Modiano e i frammenti della memoria

Malinconia
© shutterstock

Magazine - A fine maggio 2015 è uscito il nuovo libro dello scrittore francese Patrick Modiano, Perchè tu non ti perda nel quartiere (Ed. Einaudi, collana Supercoralli, traduzione di Irene Babboni, p. 124, 17 Euro). La sua narrativa riguarda «l'arte della memoria con la quale ha evocato i destini più inesplicabili e messo a nudo la vita durante l'occupazione». Con questa motivazione, l’Accademia Svedese gli ha assegnato il premio Nobel per la letteratura 2014.

Ho aspettato l’ultimo romanzo dell’autore francese, perché mi piace il suo modo di inseguire frammenti di memoria. La mia attesa viene ripagata. Sono subito sospesa fra sogno e realtà, e coinvolta in un lontano mistero, che non ha alcuna pretesa di essere svelato.

Il protagonista è lo scrittore settantenne Jean Daragane, immerso in una vita senza tempo. Da mesi non parla con nessuno. Un giorno, nella stanza che chiama “lo studio”, irrompe lo squillo insistente del telefono. La voce anonima di un uomo gli rivela di avere trovato, sotto il divanetto di una stazione, il suo taccuino perduto. Lo sconosciuto gli propone un appuntamento. D’istinto, Daragane pensa di evitarlo. Invece si presenta puntuale e viene a contatto con l’interlocutore telefonico, personaggio dai comportamenti ambigui, e con una giovane donna dai tratti orientali. Da questo momento in poi, tra buio e incubi, Jean Daragane esplorerà il proprio passato – scoprirà anche un delitto avvenuto sessant’anni prima - fino a ricordare una presenza femminile, Annie, che gli è stata accanto da bambino. Proprio lei gli metteva in tasca un biglietto con l'indirizzo di casa e l'indicazione Perchè tu non ti perda nel quartiere.

Il quartiere rappresenta un luogo emotivo, quello più intimo, dove nessuno dovrebbe mai smarrirsi. Nel protagonista individuiamo l'alter ego dell'autore, le sue evocazioni e ombre. Mi ha colpita, a questo proposito, la citazione di Stendhal inserita in esergo «Non posso offrire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l'ombra». Nel romanzo, infatti, la distanza fra i nebulosi ricordi infantili di Jean Daragane, e testimonianze di fatti più oggettivi resta incolmabile. Un divario che si può riempire solo con la narrazione.

Accompagnata da Modiano, attraverso sessant’anni di strade parigine, vedo i personaggi apparire e poi sfumare. Ma quando scorgo i loro volti ormai lontani, non riesco a dimenticarne il pallore. In una grande città ci si può perdere, come in una grande anima. E in entrambe si può anche inventare una vita nuova.

Amo i passaggi semplici ed efficaci. In uno di questi Jean Daragane racconta le sue uscite serali per combattere il vuoto interiore. Va in un caffè, dove luci forti e frastuono lo distraggono per un po'. Un giorno capisce di non avere più bisogno di quel palliativo. Di fronte alla finestra del suo studio, c'è un albero, un carpino o un pioppo, non lo sa con precisione. Ma solo guardandolo si sente rassicurato. Anche al buio, quella presenza silenziosa e costante lo conforta.

Mi piace anche il segreto nascosto in un abito nero, abbandonato dalla misteriosa donna dai tratti orientali. L’improvvisa concretezza di un albero o un oggetto cambia il ritmo delle emozioni sospese. Il viaggio faticoso nella memoria però continua. Che si voglia seguirla o meno, la verità ha una voce insistente. Soprattutto quando chiede di essere ricordata.

di Geraldina Morlino

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