Magazine Giovedì 9 gennaio 2003

Se fossi ancora vivo (parte III)



Presi un profondo respiro e gli dissi con voce pacata: «Senti, forse non ti sei mai fatto la domanda giusta, l’unica da porsi a questo punto».
«Quale?».
«Se lei mi ama oppure no».
Questo lo paralizzò, fermò anche il veicolo e per lunghi minuti fu solo il rumore del motore al minimo e dei tergicristalli a fare da sfondo al nostro dolore.
«Se lei mi ama oppure no». Era una domanda che stavo facendo anche a me stesso.
La domanda univa due uomini nemici: l’uno perché perdeva una donna, l’altro perché non sapeva se l’avrebbe mai veramente avuta. Perché era quella la ragione del mio dolore al risveglio mattutino, il dolore del dubbio.
«E la risposta qual è?», disse lui, rompendo il silenzio. Io lo fissai senza riuscire a dire una parola.
«Ho pensato di ucciderti…», mi disse sottovoce.
Di colpo ebbi paura. Mi resi conto di quanto fossi indifeso. Sotto il giaccone poteva avere una pistola o un coltello ed io non avrei certo avuto la forze di lottare.
«…Ma non servirebbe a nulla. Ormai l’ho persa. Torniamo indietro», disse riavviando con decisione il fuoristrada.
Mise la retromarcia e si voltò indietro.
«Non riesco a vedere se ci sono ostacoli. Scendi e segnalami tu».
Ebbi pena di me stesso a pensare di dover uscir fuori, ma mi feci forza sperando di potermi togliere presto da quella situazione e tornare da Alice.
Aprii la portiera ed affondai i piedi nella neve. Ancora una violentissima fitta al torace mi fece perdere l’equilibrio e caddi con un ginocchio a terra, urtando qualcosa di duro, forse un sasso. Lui mi guardò impassibile.
Rialzatomi, andai dietro l’auto zoppicando. Gli feci cenno di retrocedere fino a pochi centimetri da un grosso macigno che, in effetti, dall’interno dell’abitacolo non poteva essere visto. Assicuratomi che avesse spazio a sufficienza per fare inversione mi avvicinai alla portiera per risalire. Allungai la mano tremante verso la maniglia ma vidi che questa si spostava un poco più avanti. Feci ancora qualche passo, ma la maniglia si allontanava ancora.
Non capii subito.
La verità mi colse come un pugno al cuore quando vidi il fuoristrada scomparire dopo la curva.
Tentai di urlare, per chiamarlo indietro ma mi uscì solo un rantolo strozzato e questa volta una fitta di dolore si allungò lungo tutta la colonna vertebrale, facendomi lacrimare gli occhi. Nella disperazione cercai di raccogliere le idee come potevo. Ero troppo lontano per tornare a piedi. Stavo male. Era molto buio e la strada non si distingueva più dal terreno circostante, se non per la traccia dei pneumatici che scompariva comunque presto coperta dalla neve. Cercai affannosamente il cellulare all’interno delle tasche del montone, ma… era rimasto in albergo.
Mi avviai comunque in discesa, senza perdere altro tempo. Sentivo che il ginocchio che avevo urtato stava gonfiando. Scesi come un automa, zoppicando e tremando, non so per quanto, neppure dove, perché a tratti sotto le scarpe sentivo asfalto e a tratti erba. Poi le gambe mi cedettero. Mi trovai seduto a terra. Dovevo riposare, solo riposare un po’ e poi ripartire. Avevo sonno. Avrei potuto dormire un po’, solo un pochino e poi sarei stato sicuramente meglio. Mi accorsi che avevo il viso contro la neve. Ma stavo bene, dovevo solo dormire un po’ e poi tornare a casa…

Nella nebbia che ho intorno, sento un rumore che si fa sempre più vicino. È il trotto di un cavallo, irregolare: va, si ferma ad annusare l’aria e poi riparte. Mi sta cercando. Tra poco mi troverà.
Ho sempre pensato che quando qualcuno muore lo faccia ponendosi una domanda, l’ultima, l’unica alla quale non avrà mai risposta. Una domanda che riguarda ciò che di più caro ha avuto nella vita.
Mentre stavo riverso nella neve non mi chiesi nulla e questo mi fece pensare che non stavo morendo.
Ora però, se fossi ancora vivo, mi chiederei se Alice mi avesse veramente amato oppure no.

Riccardo Cavaliere
di Donald Datti

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