Magazine Giovedì 9 gennaio 2003

Se fossi ancora vivo (parte II)



Riattaccai. Mi alzai e come un automa cercai i vestiti che non ricordavo di essermi tolti. Alice mi guardava senza parlare ed io mi sentivo come un crociato che indossa l’armatura, in silenzioso rituale, prima di affrontare la sua ultima battaglia. Per ultimi infilai il montone e i guanti di cachemire.
I brividi non mi abbandonavano. Aprii la porta della stanza.
«Stai attento…», mi disse Alice. Mi voltai verso di lei e vidi che stava piangendo.
«Sta tranquilla, andrà tutto bene», le dissi banalmente, come se avessi parlato a una donna come tutte le altre. Ma poi la fissai e con lo sguardo le dissi le cose che lei voleva da me. «Ti amo», sentii dire prima che la porta si richiudesse alle mie spalle.
Percorrendo il corridoio cercai di concentrarmi sul ritmo ovattato dei miei passi sulla moquette del corridoio. Nell’ascensore controllai la frequenza del respiro. Il mio cervello era capace solo di percepire una tensione estrema, come quella di un arco, un attimo prima di scoccare. Nessun ragionamento, nessuna strategia, neppure paura. Solo certezza che finalmente qualcosa sarebbe successo.
Ma le gambe mi reggevano a stento. Questo sì che mi preoccupava: dove avrei trovato le forze fisiche per affrontare quella situazione.
L’ascensore si aprì e lo vidi subito, di spalle, poco più avanti del bancone della portineria, mentre guardava nervosamente a destra e sinistra, ma non verso di me.
«Eccomi», gli dissi.
«Ah!…» fece lui voltandosi di scatto, guardandomi con volto inespressivo, come se già ci fossimo visti diverse volte durante il giorno.
«Andiamo… Non possiamo mica parlare qui…», disse lui, guardandosi attorno incerto.
«Va bene», risposi io.
«Saliamo in macchina e allontaniamoci da qui».
Il fuoristrada era posteggiato davanti all’ingresso, con le luci accese. Una sferzata di aria ghiacciata mi colse in viso. Ebbi l’impressione che il sudore febbrile gelasse di colpo sulla fronte.
Afferrai la maniglia della portiera e in quel momento subii un misterioso richiamo a voltarmi indietro, prima di aprire. Allora lo vidi. Quando eravamo arrivati, nel pomeriggio, non ci avevo fatto caso. Il cavallo della fontana era quasi completamente coperto di ghiaccio vetrato, che ne deformava il muso dandogli un’espressione sinistra. Ebbi l’impressione che mi guardasse con odio. Mi parve perfino di sentire un nitrito…
Un violento dolore al torace mi tolse il fiato mentre aprivo la portiera, ma feci finta di nulla perché non credesse che avevo paura. Il calore dell’abitacolo mi diede un poco di sollievo.
Guidò lento, per diversi minuti, senza dire una parola, allontanandosi dall’abitato, mentre io stavo rannicchiato sul sedile termoriscaldato, raspando forze dal fondo del barile.
«Lo sapevo…», disse a un tratto, mentre i tergicristalli faticavano sempre più a liberare un piccolo spazio del parabrezza dalla neve che cadeva fittissima.
«…Sapevo che tu eri capace di portarmela via. Eppure te l’ho lasciata in pasto. Non ho fatto nulla per evitarlo. Di questo non so darmi pace. Mi capisci?».
«Sì», risposi.
«Ma tu hai mai pensato a me… a quello che sto passando io?».
A questa domanda non riuscii a rispondere subito. Avrei potuto dirgli: «Sì, brutto stronzo, ma se tu avessi amato tua moglie come lei voleva, ora non saremmo qui a sfidare questa tormenta di neve rischiando di finire in un fosso».
Invece gli dissi: «Io l’amo e tu passi in secondo piano… Forse terzo o quarto».
Capii che la mia voce aveva detto il vero, senza che il cervello avesse avuto alcuna possibilità di controllo.
Rimase in silenzio ancora per diversi minuti, mentre il fuoristrada si inerpicava, lento ma deciso, su per la salita, forte delle quattro ruote motrici.
«Hai rovinato la mia famiglia…», disse ad un tratto con la voce rotta da un singhiozzo.
«No! Il tuo matrimonio era già finito prima che arrivassi io. Lo sai bene».
«Ma tu hai impedito che le cose si ristabilissero. Ti sei buttato come un avvoltoio sulla situazione…».

di Donald Datti

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