Magazine Giovedì 9 gennaio 2003

Se fossi ancora vivo

C’è molto vento qui. Porta un odore strano, come di muffa, marcio, ma solo per un po’ perché poi scompare. Cammino sull’erba umida e sento che il vento cala man mano che mi sposto. Ora però noto la nebbia, sempre più fitta. Non so più dove vado ma mi rendo conto che neppure prima lo sapevo.
Mi fermo a cercare luce, una direzione in cui andare.
Arriva una nuova, improvvisa ventata. Porta con sé un nodo, un grumo di dolore che mi colpisce al petto, dove c’è il centro dell’anima. Colpisce e si disfa in mille scaglie penetranti ognuna delle quali fa male, peggio delle altre.
Non so cos’è. Ricordo quando mi svegliavo al mattino e arrivava, primo, il dolore, poi il suo perché. Ricordo… Inizio a ricordare, per quanto mi è concesso.


Quella sera avevo la febbre, un febbrone di quelli che annullano qualsiasi desiderio e tu hai voglia solo di stare sdraiato nel letto e semplicemente esistere.
Peccato, perché l’occasione si era presentata come unica.
Sollevai un poco le palpebre e vidi Alice che mi guardava, seduta sul letto. Sorrise.
«Mi dispiace», biascicai.
«Non importa, tesoro», disse lei accarezzandomi la fronte con la mano piacevolmente fresca, «È molto bello lo stesso essere qui con te, mentre fuori nevica».
Si infilò sotto le coperte e mi abbracciò. Mi sentii felice per il piacere che provavo a stare con lei, raggomitolato contro il suo corpo, anche se non era certo la nottata che avevamo desiderato.
Quell’albergo sulle Alpi lo aveva proposto lei, dopo pochi minuti di ricerche su internet: «Che ne dici di questo? Carino, no?», aveva detto con soddisfazione, mostrandomi sul monitor la foto di un edificio coloratissimo, con intorno alti pini e fronteggiato da una fontana a forma di cavallo che scalpitava, sollevato sulle zampe posteriori.
L’occasione si era presentata quel sabato: mia moglie e suo marito erano lontani per lavoro e non era mai successo che questo accadesse contemporaneamente.
Una telefonata di poche parole in mattinata, solo per dirsi: «Sì, lo voglio anch’io». Poi, piccole valigie preparate in fretta. Ma quella maledetta febbre mi rovinava tutto. Mi assopii cullato dal suo respiro. Fu lo squillo del telefono a ridestarmi da un vortice di incubi confusi. L’apparecchio era sul comodino dal mio lato, ma io ero un blocco di granito, incapace di muovere un muscolo. Alice si alzò, girò intorno al letto e rispose senza che io avessi ancora trovato la forza di aprire gli occhi.
«Pronto?…».
Fu il paralizzarsi strozzato del suo respiro a svegliarmi con violenza. Mi voltai e vidi il suo viso con gli occhi sbarrati.
«È lui… è qui», disse porgendomi la cornetta. In una frazione di secondo tutte le mie energie di riserva, che neppure pensavo di avere, presero vigore. Allontanai la coperta con uno strattone, affrontando il violento brivido che mi corse lungo la schiena. Mi misi a sedere sul letto e presi la cornetta: «Sì?». «Noi due abbiamo qualcosa da dirci, vero?», rispose la voce nota.
«Mi sembra giusto», dissi io.
«Scendi giù. Ti aspetto nella hall».

di Donald Datti

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