Magazine Mercoledì 8 gennaio 2003

Genova è un'amante difficile

Magazine - Via Garibaldi, Sottoripa, San Siro, via Mascherona, vico Casana. E, tra le righe, Sampierdarena, via Scurreria, salita della Posta Vecchia. Poi ancora Camogli, Gorleri, Serreta. Potrebbe essere una cartina del centro storico di Genova, un vademecum escursionistico per il turista con puntate nelle due riviere. E invece sono gli appunti, le immagini, le sensazioni di cui sono intrise le poesie di Julian Stannard. Un poeta inglese innamorato di Genova.

Non è un semplice turista, Julian. Non è uno dei tanti intellettuali che, nel corso dei secoli, hanno scelto la Liguria come luogo d’elezione, posto dove trascorrere momenti di relax, tappa mediterranea di un grand tour europeo. «Genova è diventata casa mia: devo lottare tutti i giorni come gli altri, pagare le tasse, prendere l’autobus…». Non c’è niente di romantico, di elegiaco. Julian è giunto in città nel 1987, dopo aver studiato all’Università di Exter e ad Oxford, per lavorare nell’ateneo genovese. «Il fatto di insegnare è stato molto utile. Quando sono arrivato avevo 25 anni, praticamente la stessa età dei ragazzi a cui insegnavo. Ora sono più vecchio, e lo noto anche dal rapporto che ho con gli studenti. Ma il contatto con loro è utile, è la città che entra nell’università». Di Genova il poeta dice di amare molto il centro storico: «È un posto che non si può vivere in maniera anonima. Ma è anche un’amante difficile. Quando sono in Inghilterra mi accorgo di essere più neutrale, e anche più rilassato. Quando sono qui non posso: Genova è più faticosa, ti costringe ad immergerti, anche a livello intellettuale, non puoi starci senza sentire di esserci. In un certo senso assomiglia a un'ossessione».

Forse è per questo che, anche quando è tornato in patria con la sua famiglia (ma ora è di nuovo in Italia), ha continuato a scrivere di Genova. «È una cosa che non ho scelto. La città mi ha colpito molto e, in un certo senso, è diventata un soggetto. Per un certo periodo mi sono chiesto se i lettori inglesi (Julian scrive ovviamente in inglese n.d.r.) avrebbero avuto problemi di comprensione, poiché non conoscono i posti. Ma poi ho capito che la poesia non ha bisogno di troppe spiegazioni». È tutta una questione di atmosfere: quelle che qualsiasi lettore può cogliere, anche senza mai essere stato nei vicoli. Anche chi, leggendo i versi in inglese, si trova a combattere con una lingua non sua. Ma forse ci sarà spazio per una versione bilingue delle poesie di Stannard («ma non mi occuperei io della traduzione in italiano»). Sarebbe giusto vedere pubblicati anche in italiano le poesie di Rina’s war, la prima raccolta di Julian, edita da Paterloo. Per il momento, accontentiamoci di sapere che quelle stesse poesie, che così bene raccontano la nostra città, sono molto apprezzate in terra d’Albione. «Saint Anna’s Funicolar è stata inserita nell’antologia di giovani poeti inglesi pubblicata da Faber&Faber nel 1998. È stata una soddisfazione enorme. Poi, proprio in questi giorni, Poetry Review, la più importante rivista di poesia in gran Bretagna, pubblica due miei lavori, uno dei quali si intitola Albergo dei poveri. Presto uscirà una nuova raccolta, che si intitola Red Zone, Zona Rossa, e sarà ancora incentrata su Genova. I lettori non conoscono questi posti, ma questo serve anche a creare un’atmosfera di mistero».

Ma la Liguria, l’Italia, non sono solo un soggetto. «Molti in Inghilterra dicono che “scrivo un inglese che è un po’ meno inglese”. Un po’ la sintassi, la scelta degli aggettivi: non sono cose che si scelgono, mi viene naturale scrivere in maniera diversa. Sono minuzie, non si può pensare di portare la sintassi italiana nella mia lingua… ma un po’ di influenza c’è». Ma perché, allora, non si trasferisce definitivamente in Italia? Del resto la moglie è genovese, e i figli sono nati uno a Genova, uno in Inghilterra. La risposta non è affatto scontata. «Potrei tranquillamente vivere a Genova. Ma trovo anche molto affascinante stare in mezzo alle due culture, farmi portatore di una visione non stereotipata dell’Italia in Inghilterra, e viceversa. Vorrei che anche i miei figli provassero questa esperienza affascinante».

di Donald Datti

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