Magazine Sabato 13 giugno 2015

Rogo. Tre madri infelici e un destino comune

Fiamme
© shutterstock

Magazine - Lucilla è una giovane donna spiantata che, alla fine degli anni '70, trova nella relazione amorosa con Ilio, alpinista fuoriclasse e sciupafemmine, un motivo di redenzione. Anna è una ragazza bulimica e con una famiglia problematica: non ha un rapporto con il padre, e non riesce a far sentire la propria voce. La Gheta vive nel 1600 e è accusata di stregoneria. Lucilla, Anna e la Gheta sono tre donne che appartengono a mondi diversi, ma che si trovano a fare i conti con un destino comune. A avvicinarle sarà l'esperienza della maternità, e la stessa identica tragedia - l'uccisione del proprio figlio - che porterà le loro vite a intrecciarsi e a superare i confini del tempo e dello spazio.

Questa la trama di Rogo (Carta Canta, 2015, 192 pp, 11.90 Eu), il nuovo romanzo di Giacomo Sartori, in cui il gelo e la neve fanno da contraltare al calore delle fiamme. In questa pagina pubblichiamo un'intervista-chiacchierata tra Sartori e Marino Magliani, scrittore del ponente ligure trapiantato in Olanda.

Marino Magliani – «Nel tuo nuovo romanzo Rogo si alternano tre vicende di figlicidi, che poi si rivelano essere legate tra loro. Come ti è venuta l’idea di abbordare questo tema, non certo facile?»

Giacomo Sartori – «Come per gli altri miei romanzi non c’è dietro una decisione razionale, sono partito da fatti di cronaca che mi hanno colpito, e che hanno creato in me la voglia di affrontarli con i miei mezzi, che sono quelli del narratore. Poi mi sono documentato, ma all’origine c’è questa attrazione istintiva. Una madre che uccide il suo bambino è l’atto più inumano che possiamo immaginare, in un certo modo è al di là della nostra comprensione. E non a caso spesso i media si scatenano contro le protagoniste di queste vicende. E invece gli specialisti e gli addetti al mestiere ci spiegano che la maternità è un passaggio terribilmente difficile e delicato, e che i problemi sono frequenti. Moltissime mamme lo sanno molto bene, perché lo hanno vissuto sulla loro pelle. Quindi è la nostra visione che è facilona, e ci serve per rassicurarci, per non porci troppi interrogativi. Col risultato che quando le complicazioni arrivano molte mamme sono completamente impreparate».

MM – «Credi che i romanzi possano aiutare a capire meglio la realtà, o insomma a
spiegare certi aspetti della realtà?»

GS – «Sì, credo che possano avere anche questa funzione. Quella dei romanzi non è la
realtà, è una finzione, ma ha a che fare con la realtà, ci parla di essa. E certo la finalità principale dei romanzi contemporanei non è quella, però c’è sempre anche un aspetto di conoscenza, di prospezione, che può essere più o meno marcato, più o meno diretto e esplicito. Anche i romanzi più fantasiosi o irrealistici o fantascientifici ci parlano in fondo della nostra realtà quotidiana, dei nostri questionamenti quotidiani, che sono quanto più ci preme. Non vedo questa contrapposizione tra fantasia e realtà che è il cavallo di battaglia per esempio di Celati. Mi sembra che il vero problema del romanzo sia piuttosto quello dell’assemblaggio di varie forme di conoscenza in una lingua che sia interessante, che si disfi di tutto ciò che non è essenziale, che è trito, o già noto, e apra le porte all’intuizione, a ciò che non si conosce, al silenzio. La vera banalità è sempre nella lingua usata, prima ancora che nelle azioni descritte, o nell’intreccio».

MM – «Quindi per te la scrittura di un romanzo viaggia sul doppio binario delle conoscenze e dell’intuizione?»

GS – «Ormai gli studi specialistici, quelli sull’infanticidio ne sono un esempio, ci permettono di analizzare in modo molto approfondito le varie sfaccettatura di quello che succede e ci succede, ma sono sempre molto parziali e molto astratti, e molto deterministi, mentre il romanzo consente di ricostruire la complessità delle situazioni, anche nei suoi aspetti corporali, negli eventi minimi, nelle contraddizioni, e nei suoi misteri. Molti critici nostrani sostengono che dalla cronaca non possono nascere grandi romanzi, e guardano dall’alto in basso questo genere di approccio, e invece per me può essere molto fecondo. E forse in modo particolare in Italia, dove la cortina del conformismo e dell’autocompiacimento crea una nebbia che ci nasconde le tensioni e le dinamiche di fondo, e spesso gli episodi violenti finiscono per avere un ruolo di rivelazione inattesa, di epifania. Del resto si potrebbero fare molti esempi di testi molto belli e profondi, sia in Italia che fuori, che sono nati dalla cronaca nera».

MM – «Questo è il tuo terzo romanzo ambientato nelle Alpi, dopo Tritolo e Sacrificio. Come consideri questa tua serie?»

GS – «A dire la verità non è stato un disegno premeditato: ho scritto un primo romanzo ambientato in una valle di lingua tedesca che ricordava l’Alto Adige, e poi nell’arco di quindici anni altri due ambientati in valli che potrebbero essere quelle del Trentino. Ma parallelamente ho intramezzato altri testi che non sono legati al Trentino, o hanno legami molto più labili. Del resto è quello che è successo anche a te, con la tua Liguria che spunta in moltissimi tuoi testi, e della quale non riesci a liberarti, anche se da anni vivi all’estero. Anch’io come te ho vissuto la maggior parte della mia vita fuori dall’Italia, e anch’io torno nei miei scritti alla mia terra di origine, anche se forse il mio legame con essa è meno viscerale del tuo. Credo che si finisca per scrivere le cose che si conoscono intimamente, e che sono state importanti per la nostra formazione».

di Marino Magliani

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