Magazine Sabato 4 gennaio 2003

Notturno a Genova



E le persone, quante ne aveva incrociate prima di raggiungere la panchina davanti al muro del mare? Forse trenta, forse cinquanta. Anche loro, figuranti, "figuranti", si ripeteva lentamente facendo schioccare il suono tra gli occhi. "Nessuno che mi dica cosa è giusto fare, cosa devo fare, ciascuno perso nella sua traiettoria di merda. Se morissero tutti in questo momento sono certa che riuscirei a non voltarmi a non far fare il più piccolo movimento ai muscoli del collo, di fronte a urla strazianti e all'inutile coro di rantoli: neppure un clic un minimo segnale verticale o rotatorio alle palpebre. Proseguirei con quelle la traiettoria del mare come quelle di mio padre, immobili. Le palpebre di mio padre" e provò a immaginarle, ancora tutte intirizzite dal salto.

Alle 17 Zoè era uscita dalla funzione, alle 17.30 aveva di fronte il corteo dei parenti ed un buco sotto i piedi dove aveva visto affondare con irreale morbidezza la bara lunga più di due metri, di legno così impudentemente chiaro da sembrare un lettino per la stanza dei ragazzi.
Dopo aver seppellito suo padre era riuscita a prendere il treno delle 18.42: aveva indossato occhiali neri in chiesa aveva ascoltato silenziosa le parole prezzolate di un prete sudato aveva pianto stringendo le braccia della madre, della zia, dei fratelli, ed infine aveva accusato strategicamente i sintomi di una crisi di panico. Vera, non vera… non sapeva. Ma bellamente esteriorizzata per liberarsi dagli impegni. I parenti stessi, alle prime avvisaglie l'avevano sollecitata a ritirarsi allacciando ulteriori abbracci, questa volta più veloci e muscolari.

Sulla panchina in fondo al Porto Antico, con alle spalle la freccia infinita dei Magazzini del Cotone e davanti l'acqua della Corsica e della Sardegna e delle coste dell'Africa e il rumore notturno lontano e ninnante delle gru che palleggiavano container, Zoè era ancora una volta di fronte al timone del mondo senza voglia di guidare, con le braccia ciondolanti e i capelli a cercare l'indirizzo del vento. Pensava ancora alle palpebre grasse del padre, allo sforzo e al conforto della loro nuova immobilità bagnate dalla chiesa, coperte dal legno, seminate nella terra.

In treno, poche ore prima, nello scompartimento occupato dagli occhi di onice di una giovane straniera, in quegli occhi aveva visto - o piuttosto aveva riflesso - lo stupore per il proprio movimento delle dita, che Zoè ripetutamente portava ad accarezzarsi due a due sulle proprie palpebre dal centro delle sopracciglia giù sino a cadere nel vuoto dei lobi delle orecchie.
Anche in treno pensava alle palpebre chiuse del padre e le collegava ora ad una saracinesca che rumorosamente veniva trascinata a terra ora alla diga di un lago artificiale di montagna tra ombre nitide di alberi grondanti sole, ora a riccioli di pasta fresca dorata a conchiglia arrotondata sulle curve dei pollici.
Poco dopo la partenza, quando il treno aveva trovato il suo ritmo, le vibrazioni insolenti dei binari (complice anche quel sapore violento di morte così recente da sentirne l'odore di macelleria) si erano insinuate segretamente dal velluto della poltrona fino ai sensori del sesso.

...

Giorgio De Martino
(da Notturno a Genova, De Ferrari Editore)
di Donald Datti

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