Magazine Venerdì 3 gennaio 2003

P. (parte II)



“Piacere…”, disse avvicinandosi ed allungandomi la mano tesa. Mi posò due lievi baci sulle guance.
“Stavo terminando di preparare un po’ di stuzzichini, per accompagnare il Dom Perignon”, disse indicando con un cenno del capo il tavolo alle sue spalle, “P. mi ha detto che tu preferisci così alle cene classiche… bella bevuta e stuzzichini…”.
“Si ma…”, dissi io, “…Dom Perignon…”.
“Sai che per le grandi occasioni io non bado a nulla”, intervenne P., “e questa è una grande occasione, perché c’è lei e ci sei tu”.
Irina e P. misero tutto su un carrello che avvicinarono ad un divano ad angolo: su un lato mi sedetti io, sull’altro loro due, a fianco a fianco.
“P. mi ha detto che studi matematica… dove?”.
Irina aprì la bocca per parlare ma lo sguardo le si abbassò in un momento di perplessità. Notai la mano di P. che andò a carezzarle la spalla destra, quella dal suo lato. Lui la guardava sorridente mentre l’accarezzava e mi parve di scorgere uno strano movimento della sua mano, come se con il dito indice stesse facendo girare una rondella sul retro della spalla.
“A Pisa”, rispose Irina, di nuovo sorridente.
“Complimenti”, dissi io, “E dove vi siete conosciuti?”
“A Viareggio”, si intromise P., “in un night. Lei era tutta sola, io in viaggio per affari… Sai come sono fatto io”, ridacchiò allusivo.
Mi rivolsi ancora a lei: “Come vanno gli esami?”.
Irina si mostrò di nuovo impacciata, come se dovesse andare a cercare da qualche parte sconosciuta del cervello la risposta.
Ancora P. le accarezzò la spalla e di nuovo mi parve di scorgere quello strano movimento…
“Molto bene. Sono una delle poche ragazze dell’Est che riescono a tener duro e ad andare avanti”, disse lei, chinandosi verso il carrello per prendere un’oliva con lo stecchino. Mentre fece quel movimento, mi sentii un’idiota a scrutarle la spalla, quella che P. aveva accarezzato, cercando una rondella, un interruttore, qualcosa che sporgesse attraverso la cute… Naturalmente non vidi nulla.
“Scusate”, disse Irina, “ho dimenticato i bicchieri, vado a prenderli”.
“Non è un po’ troppo giovane per te?”, approfittai per chiedere a P.
“Nove in una notte. Questo è quel che conta!”, mi rispose lui, ridacchiando e battendosi i palmi delle mani, soddisfatto, sulle cosce.
Irina tornò con i bicchieri, che dispose sul carrello. Io mi offrii per stappare la bottiglia. Versai, brindammo a loro due. Chiacchierammo allegramente per un po’, mentre io non staccavo gli occhi da lei, sia perché ero francamente turbato dalla sua bellezza, sia perché… Ad un tratto P., dopo il suo terzo bicchiere, si alzò di scatto: “Scusate, devo andare un attimo in bagno”.
Io guardai Irina intensamente e lei mi contraccambiò: “Ami quest’uomo?”, le dissi, “P. è grande e grosso…mostruosamente intelligente, ma fragile come un bambino… Io gli voglio bene”.
Lei, aprì le labbra per parlare ma, anziché rispondermi subito, iniziò a fare uno strano movimento con il capo, avanti e indietro, sempre più ampio, fino a coinvolgere il busto, mentre guardava non più me, bensì il vuoto, avanti a sé: “A… bambini… piacciono… giocattoli…”, disse.
Sentii il bicchiere sciogliersi nella mano, dovetti posarlo tanto tremavo. In quell’attimo tornò P. Guardò Irina e rimase interdetto a vedere il suo movimento, che ancora non aveva smesso.
“Cosa le hai chiesto?”, mi disse stizzito.
Io non ebbi il coraggio di rispondergli, ma lui parve comunque capire. Restando in piedi, si abbassò verso di lei e si mise ad accarezzarle la spalla nel solito modo. Irina continuava a muovere il tronco avanti e indietro, senza dire più nulla. Allora P. iniziò ad accarezzarle anche l’altra spalla, dove forse c’era un’altra rotella… senza successo. Ad un tratto P. sbuffò, si lasciò cadere sul divano. Senza guardare né l’uno né l’altra appoggiò il gomito sul bracciolo e la guancia sulla mano. L’altro braccio, sconsolato in grembo.
Lo guardai fisso in volto, temendo quel che stava per succedere.
Una lacrima fece capolino dalla palpebra e gli arrivò giù, fino al mento.

Riccardo Cavaliere
di Donald Datti

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