Magazine Venerdì 3 gennaio 2003

P.

Magazine - L’ultima volta che avevo visto P. era stato alcuni mesi prima, in occasione dell’avvio della sua attività di imprenditore.
“Vediamoci per festeggiare”, aveva detto “ti racconto tutto davanti ad un bel piatto di lumache”.
Ero stato ad ascoltarlo per più di un’ora, al tavolo di un ristorantino in collina, mangiando lentamente per dargli il tempo di finire il suo piatto, perché lui parlava e mangiava. Gli piaceva così: essere ascoltato e solo con pochi, tra cui me, ci riusciva. Era tanta la sua ansia di non avere il tempo di dire tutto, che parlava velocissimo, raffiche di parole sparate in frasi senza pause.
A tratti mi guardava, alzando gli occhi dal piatto, vedeva il mio sguardo tranquillo, attento al suo discorso. Allora si calmava e l’eloquio si faceva più rilassato, per poi ripartire a raffica quando pensava che io potessi non ascoltarlo più. Ma a me piaceva starlo a sentire, dargli il benessere della mia attenzione, mentre guardavo il suo volto sempre pallido, rotondo, il cranio calvo, tutta l’espressività concentrata nelle labbra, perché gli occhi, azzurri gelidi, rimanevano sempre gli stessi e non dicevano mai nulla. Questo mi aveva sempre lasciato perplesso: che i suoi occhi non dicessero mai nulla. Quella volta aveva parlato tutto il tempo di alta tecnologia, marketing, fisco, internet… tutte cose di cui capisco poco, ma la mia funzione era solo quella di ascoltare.
“E a donne come stai?”, avevo chiesto incuneandomi nel suo flusso ininterrotto di pensieri, tra un sorso di vino e la ripresa del discorso. Mi aveva guardato perplesso, visibilmente spiazzato dalla mia domanda.
“Ora… Non ho tempo per quello… Ci ho pensato tanto in passato ma adesso, a quarant’anni… il tempo stringe e devo realizzare… costruire… si diventa vecchi in un attimo”.

Quando quel pomeriggio mi chiamò al telefono, fui contento di sentirlo.
“Vieni da me stasera”, disse, “devo farti conoscere la mia nuova conquista. Una slovena di ventidue anni, con la pelle lucida come quella di una bambola. Studia matematica. Questa volta mi sa che ci siamo proprio… Sono innamorato. Dai, vieni allora? Sai che ci tengo al tuo giudizio!”.
L’ascensore si aprì al piano e lui era ad attendermi davanti alla porta aperta. Mi venne incontro sorridente, con quel suo modo di camminare un po’ ondeggiante, la mole enorme, l’addome sporgente che contrastava con piedi piccoli sempre calzati in scarpe costose e lucidissime. Alle ascelle, l’immancabile chiazza di sudore.
Mi abbracciò con affetto, invitandomi ad entrare.
Mi sentivo piccolo, come sempre, con il suo braccio attorno alle spalle. Mi condusse attraverso il corridoio, fino alla cucina, dove vidi, da dietro, una perfetta figura di donna: capelli lunghi color mogano, canottiera bianca che metteva in mostra belle spalle arrotondate, gonna cortissima, rossa che sovrastava gambe lunghe e ben tornite; scarpe rosse con tacchi a spillo, ma non volgari.
“Irina… Questo è R., il caro amico di cui ti ho tanto parlato”.
Lei alzò il capo dal ripiano del tavolo su cui stava preparando qualcosa, guardò per un attimo avanti a sé (o almeno questo a me parve) e poi si voltò.
Due occhi azzurri e gelidi come quelli di P. mi guardarono intensi, come se cercassero di captare informazioni dai miei. Pelle del viso bianchissima, davvero lucida, con piccole lentiggini rosacee sul naso e sugli zigomi. Allargò di scatto le labbra in un sorriso splendido, denti perfetti.

di Donald Datti

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